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L’Enigma dello scrittore, mai pubblicato (Anatomia di una vocazione)

scritto da Sergio , in: Senza categoria

 

Sommario

Sullo sfondo dello scenario italiano, dove molti scrivono (tutti i noti e molti, troppi ignoti) e pochi leggono, l’autore accenna al tormentato iter della sua vocazione letteraria. Tutta in salita! Una autentica arrampicata sui muri.

 

In principio era il Verbo. Subito dopo ci fu il Segno e pertanto il Libro. Il figlio della semiotica ed il sostegno della nostra incerta esistenza.

Se non sai cosa fare, cercati un Libro che te lo spieghi. E poi dimenticalo. Ma di che sto parlando? Be’, sto parlando di libri. O meglio, sto parlando di scriverli. Il primo problema di chi intende scrivere è che dovrebbe avere qualcosa da dire. Ma non sempre è così. In questo caso è istintivo parlare di sé. È un argomento che consideriamo invariabilmente irresistibile. Errore fatale.

Fortunatamente, fin dal primo momento non ho mai avuto una grand’opinione delle biografie. Men che meno delle autobiografie.

Più o meno, la storia di tutti è sempre fatta di lunghi momenti pallosi e di poche, brevi, botte di vita.

Non farei mai la cazzata di scriverne una. Non riuscirei mai a convincermi che ci si possa divertire a leggerla.

C’è qualcuno a cui piacciono le disgrazie ( altrui), ma le rotture di palle, non hanno pubblico.

Un altro problema da affrontare è il piano del discorso.

Il fatto di aver scelto la voce narrante, non vuol dire che questa, sono io. L’io, è un personaggio di fantasia come gli altri. D’altronde se fosse veramente me, sarebbe pur sempre un personaggio di fantasia. Se è vero che, ciascuno di noi è almeno quattro diverse entità: quello che sono, quello che penso di essere, quello che vedono gli altri, e quello che io penso vedano gli altri. Insomma un casino. Sono io? Non sono io? Non si sa. Meglio non saperlo. Forse per un personaggio di fantasia c’è più immedesimazione e meno competizione, invidia o disprezzo.

E questo è ciò che più di tutto desidero stimolare: l’immedesimazione. La molla dei romanzi d’avventura!”

Secondo quanto dice Robert Nozic: “…nulla di quanto dice l’autore, nulla che venga espresso in una postfazione o in qualcosa dal titolo Nota dell’autore, deve convincerci che c’è qualcuno che sta parlando seriamente e non in una fiction di prima persona.”

E così siamo arrivati alla materia del contendere, al chiarimento di base.

Questa, nel bene e nel male, è una fiction di prima persona! E vi dirò che detta così, nel bene e nel male, qualsivoglia cosa questa sia, già mi sembra un poco meglio!

Nulla è così come appare! Dietro ogni parola può celarsi il mistero o più frequentemente, secondo l’italico costume, il suo contrario.

Diciamola tutta, questo è un Mistero, per il quale, forse, il nostro eroe, il dottor Mezzanotte, non troverà soluzione!

 

Perché scrivono, gli scrittori? Domanda intrigante. (Perché, non mi faccio i cazzi miei?)

Non sempre, perché hanno qualcosa d’importante da dire! ( Ove mi considerassi uno scrittore, ciò sarebbe già ampiamente dimostrato!)

Poiché, a pensar male, come dice Andreotti, si fa peccato, ma spesso ci si azzecca, avrei detto: Scrivono per soldi!

(A proposito, sembra che il Senatore abbia chiarito che, questa celebre frase che gli viene, attribuita, è in realtà del Cardinale Vicario di Roma, negli anni Quaranta, Francesco Marchetti Selvaggiani.)

Se lo fanno per i soldi, significa che  sono disinformati.

L’autore percepisca soltanto un magro otto percento, sul prezzo di vendita: È ragionevole ipotizzare per un libro  piaciuto, senza sconvolgere il pubblico, una vendita di cinquemila copie, con un prezzo medio di quindici euro. (forse sono un ottimista!)

Se questi sono i numeri, lo scrittore per un libro incassa seimila euro.

Se ci riferiamo ad uno scrittore vivente, vuol dire che ci riferiamo a qualcuno,  mantenuto in vita da qualche altra forma di reddito. Questo, molto probabilmente genera un’ulteriore decurtazione da parte dello stato.

Pertanto lo scrittore di non-bestsellers, soprattutto se bravo, rientra a pieno titolo nel caso della gallina, che faceva le uova grosse, vale a dire: un notevole sforzo con un dato organo, per un compenso infimo.

Questa cosa, anche se la sanno cani e porci, è bene dirla, foss’anche a beneficio di un solo giovane, che abbia partorito l’insana idea di campare facendo lo scrittore.

Siamo dunque giunti, alla conclusione, che molti, degli scrittori informati, scrivono solo per autocompiacimento, sostenuto da  un effimero desiderio di fama.

Quelli poi, che dalla Garamond, sono spediti alla Manuzio, scrivono per pura vanità e a loro spese. (1)

Da un po’ di tempo scrivono tutti. Tutti i noti e molti ignoti.

Cosi grazie anche alla disaffezione degli italiani per la lettura, si è alterato il normale rapporto tra il numero degli scrittori ed il numero dei lettori.

E’ la stessa cosa che si è verificata, per la Previdenza in genere. Il numero dei paganti (lavoratori occupati) assimilabili ai lettori, è caduto, sotto una soglia fisiologica, nei rispetti dei percettori di pensione, assimilabili con gli scrittori.

Non c’è giornalista, attore, conduttore televisivo, esperto o sedicente esperto, di qualsiasi tipo, che non ha scritto un libro. Scrivono attrici, ballerine, comici, registi, calciatori, cuochi anche extra comunitari ( absit iniuria verbis) e detenuti di un certo rilievo mediatico. Scrivono indistintamente (purché superstiti), vittime e carnefici.

Scrive il papa ed i cardinali, scrivono i professori ed assistenti, libri per le scuole, costringendo le famiglie a ricomprare tutti i libri ogni anno. Soprattutto poi, scrivono i politici. Questi i noti.   Più una moltitudine di sconosciuti.

E allora? Non mi devo porre anche io, l’interrogativo che assilla in permanenza l’italiano medio?

-     “ Ma allora, io chi so’? Il più stronzo?”

Dovete convenire che questa è una conclusione inquietante,  alla quale è legittimo cercare di trovare sollievo.

Anche se poi, non rappresenta una tra le più nobili motivazioni alle lettere.

Finirò di frequentare bancarelle di libri a tre euro l’uno, e comincerò a scrivere.

Non avete l’idea di quanto una bancarella, da tre euro, rende giustizia di tanti scrittori, livellandoli con assoluta imparzialità. Vi ho visto libri di politici di prima grandezza e di prima e seconda repubblica. Di famosi scrittori e giornalisti.

Però, a volte, vi ho anche trovato  libri molto belli, come ad esempio:

”Otto piccoli porcellini” di Stephen Jay Gould.

E’un libro  di paleontologia, di fossili e di tante altre cose. Detta così  sembra assai poco invitante, invece è avvincente e con semplicità ci trovi raccontati alcuni grandi perché della vita. Purtroppo non tutti. C’è un piccolo pezzo, che mi piace citare, (anche se non dovrei):

“ A noi tutti capita a volte di pensare a ciò che potremo fare quando andremo in pensione, a progetti che possano restituirci i piaceri perduti della giovinezza, e alla felicità di riprendere ciò che dovemmo mettere da parte quando si presentarono le necessità pratiche di guadagnarci da vivere, di mantenere una famiglia. Un giorno, in un roseo futuro, dopo il millennio, tirerò fuori il mio vecchio album di francobolli…..”.

Così, io scriverò. (Niente francobolli!)

Aver trovato questo libro è stata una fortuna per me, ma l’ho considerato un affronto per S. Jay Gould.  Ed ho capito che prima le bancarelle vendevano l’usato, ora vendono l’invenduto.

Va bene e allora, scrivo anch’io, come s’era capito. Ma, scriverò soltanto per emulazione! Per spirito di servizio! D’altra parte se scrivono quasi tutti, mi sembra che ci sia poco di cui vantarsi. Ammetto di provare un certo imbarazzo, poiché consapevole di predicare bene e razzolare male. Dato che, (parafrasando Vivian Lamarque,) “oggi sarebbe più giusto chiedere l’autografo a chi legge libri, anziché a chi li scrive!”

Riflettendoci, penso che si possa anche scrivere per solitudine. Chi, non ha figli né nipoti, a cui raccontare le esperienze di una vita, tenta comunque di tessere un dialogo con degli sconosciuti lettori, che da questa esperienza potrebbero trarre beneficio. ( O magari una crisi depressiva!)

Se pensate che questa non é una ragione sufficiente per scrivere, figuriamoci se lo è per leggere!

Pensate quel che volete. Io, ostinatamente ed in buona fede, coltivo una piccola buona intenzione. Quella di dare un modesto contributo. Di ottimismo o almeno d’illusione.

Ma come? Con piccole cose, con piccoli trucchi. Provocando vecchi ricordi piacevoli, ricreando vecchie atmosfere, percorrendo itinerari mentali che probabilmente anche voi avete percorso, dando ingenui consigli di vita vissuta, e stimolando a piccoli piaceri: perché non v’illudete, i piaceri della vita sono, in ogni modo, pochi e piccoli. Un approccio minimalista!

Dunque se vi racconto che la stoffa del vestito l’ho comprata da Domandini a Via Fratina, non è per fare della pubblicità occulta, (ammesso che l’esercizio ancora esista).

O per fornire un dettaglio, di cui so bene che,  non ve ne potrebbe fregare di meno. Bensì per richiamare un ricordo: “ Domandini? Anche io, venti anni fa, ci comprai un Principe di Galles” Quelli si, erano giorni.

Oppure: “Domandini, Via Frattina, quasi angolo con il Corso?  Lì ci davamo appuntamento con Marisa, eternamente in ritardo. Quando finalmente arrivava, sapevo a memoria i prezzi di tutti gli articoli in vetrina.”

O anche: “Il tarlo della gelosia mi rodeva l’anima. Mi ero fissato che, Giovanna mi metteva le corna. Sospettavo  del proprietario del negozio di lampadari, sotto casa. Un giorno ignobilmente la pedinai. Attraversammo il centro. Entrò da Domandini, da cui uscì con un pacchetto. La sera a cena con mia gran vergogna, venne fuori una bella cravatta di cachemire, per la mia festa. Di cui mi ero scordato”.

Ricordi, atmosfere, esperienze e riflessioni, che riconoscete perché sono anche vostre.

Volendomi allargare da questo discorso elementare, ad uno più ambizioso, intendo affermare che, abbarbicandomi ai dettagli geografici o topografici, tediosi per chi è incapace di assorbire o di rivivere atmosfere, ma viceversa è avido di fatti, tento un’operazione di stimolo alla speranza.

Tento una goffa trasfusione d’ottimismo. (Siate preparati.)

Mi si perdoni l’ardire ed i paragoni poco rispettosi, ma i personaggi di Ionesco e di Samuel Beckett dove vivono?

Le strade in cui camminano, dove portano, come si chiamano? L’hotel, la casa, il giardino, la stanza in cui si muovono, dove sta? In quale città o villaggio?

E questi sono due autori, soprattutto Beckett, che con le loro opere esprimono la totale, tragica inutilità della vita umana.

E allora, meglio se cominciamo ad impossessarci del territorio, a dare valore alle piccole cose, ai dettagli, in modo che appaia: In tutti i casi, la vita merita di essere vissuta. Territorio significa riferimento a strade, piazze, campagne, fiumi, colline. E non qualsiasi stronzata, come nel burocratese.

Infatti, esiste la “Parigi di Maigret”  e ci fanno  visite tematiche guidate. Volumi sono scritti, per rivisitare Londra, sulle orme di Sherlock Holmes. Pare che, stare aderenti al territorio, sia una cosa che, funziona anche alle Regionali. Conserviamoci un filo di speranza!

Non so per quale associazione d’idee,  mi viene in  mente il mio vicepresidente.  In certi periodi, mi montavo la testa e mi abbandonavo a considerare:

“Nella compagnia io di solito, sapevo di che si stava parlando.”

Lui, mi citava Orazio: “Perché ti dici poeta, se nessuno legge i tuoi versi?”( ma sarà Orazio?)

In ogni caso una cosa mi è ben chiara: I lettori leggono per il loro benessere e non per quello degli autori. Lo dovrebbero tenere presente, autori e critici.

Il surplus di offerta letteraria, rispetto alla domanda fa si che gli editori difficilmente rischiano  su esordienti sconosciuti, indipendentemente dai loro meriti.

Ne deriva che, i già pochi lettori, afflitti perlopiù dalla grafomania dei soliti noti, diventano ancora di meno.

Matematicamente parlando, il numero dei lettori, nel tempo, è una funzione che tende a zero.

Gli editori, in un prossimo futuro, saranno finanziati dallo stato o dalle regioni, con un emendamento alla legge sul finanziamento pubblico dei partiti.

Gli scrittori esordienti, più irriducibili, allo scopo di essere pubblicati, tenteranno di rendere noto il loro nome, emulando le gesta della banda della “uno bianca”.

 

Dialogo letterario.

 

Incontrai Paolo, che ero incazzatissimo. Quando lo vidi, in fondo alla strada, cominciai a strillare:

S -    Bradh!….Bradh!…

P -    Ma che ti strilli? Ma che sei scemo?

S -    No, soltanto invidioso!

P-     Perché sei così nero?

S-     Perchè in Italia pubblicano sempre e soltanto i “soliti noti”.

P-     Mi sembra che lo dice anche Sgarbi! E’ uscito, in prima pagina, sul Corriere della Sera, un articolo a firma Paolo Di Stefano, intitolato: “Un popolo di Romanzieri. Da cestino.”

S -   E quale è la notizia?

P -  La prima potrebbe essere che c’è un numero abnorme d’italiani, che mandano i loro romanzi e i loro racconti alle case editrici, con la vana speranza che vedano la luce.

S -   L’avevo detto, che scrivono tutti! Ma, io mi riferivo ai “noti”! Abnorme quanto? Quanto sarebbe la norma? Quale è una percentuale normale?

P -  Questo non lo dice. Indubbiamente è difficile fare calcoli per quantizzare il numero degli scrittori abortiti. Ci vorrebbe un’inchiesta giornalistica, specifica.

S -    Non capisco allora, come fa a dire che è abnorme. Comunque il succo è che sono tanti, e questo lo sospettavo.

P -   La seconda notizia è che su questa strage di scrittori, una certa Silvia Pertempi, ci ha scritto un libro: “ Romanzi per il macero.”

S -    Un altro libro per il macero?

P -  No! A lei l’hanno pubblicato. Un conto è parlar di rogna, altro è grattarsela.  E poi può accadere che, la disgrazia di molti, diventi la fortuna di qualcuno. E’ immorale, ma è così. Pensa ai giornalisti, poveretti. Tutti i santi giorni hanno il solito problema. Oggi che cacchio scrivo? E poi, capita un terremoto!

S -   Va bene. Ma, l’autore chiarisce perché questi libri finiscono nel cestino? Quali sono i loro difetti, i loro limiti?

P -   L’autore, non so! Il libro non l’ho letto. Di Stefano non entra nel merito, del perché questi libri sono cestinati, ma azzarda una sintesi sociologica, di quella fetta della società italiana, molto consistente a suo dire, espressa dagli scrittori non pubblicati. E non è, che li tratti bene.

S -   La mia simpatia è tutta per gli scrittori! Non mi sembra che “scrivere”, possa essere considerata una colpa, in assenza d’altre aggravanti. Ricordo che Nizza e Morbelli, gli autori di riviste, famosi negli anni trenta, (e chi se li ricorda a parte me ?), esortavano così: ” Scrivete gente.  Se non avete idee, fatevele prestare dal vicino. Anche le idee del vicino, sono buone, pur di scrivere “. Però erano altri tempi!

P - Secondo Di Stefano ( o Pertempi ?), i romanzieri cestinati non esprimono ”spinte ideali verso valori religiosi, civili o politici.”

S -   E meno male! Altrimenti sai che palle! A me non sembra un difetto.  Siamo sicuri che, alla gente interessa leggere libri che le contengono?

P-  E lamentano che nemmeno esprimono  “precipizi, verso il degrado, la violenza, l’emarginazione”

S -   Ah! Come quelli della”uno bianca”! Lo dicevo che, per pubblicare, bisognava darsi più da fare!

P -   Porca vacca! Codesti scrittori, che pretenderebbero di essere pubblicati, sono pieni di difetti.  Sono insensibili alla realtà che li circonda, sono insoddisfatti di tutto e di tutti, e sono egocentrici.

Ciò non bastasse, gli scrittori cestinati, (ben gli sta!), sono anche laureati, stipendiati e prevalentemente settentrionali.

Non viene detto, ma si potrebbe pensare che, in qualche modo, c’entri Bossi.

S – Vedi, se ti accusano d’essere egoista, devono provare che concretamente, non tieni conto delle altrui esigenze  e diritti. Ci vogliono i fatti. Mentre, al contrario, non si può evadere da un’accusa d’egocentrismo, poiché è difficile stabilire dei parametri oggettivi, con i quali definire chi è egocentrico e chi no. Basta un pizzico d’individualismo e sei bollato.

 

Mentre mi allontanavo pensieroso, una gran moltitudine di scrittori non pubblicati, era uscita dall’ombra.

Piemontesi, Lombardi, Veneti, Liguri, Emiliani e Romagnoli, Toscani, ma anche Napoletani, Pugliesi e Siciliani, mi si accalcavano attorno.

E poiché avevo avuto una discreta formazione matematica, riuscivo perfino a distinguere nella folla, un fattore di Potenza.

Non avevo potuto leggere le loro storie, ma dai pochi indizi forniti dall’articolo del Di Stefano, qualcosa si era delineato e non ci sentivo sentimenti mediocri, ma solo frammenti di vita.

La vita è fatta di piccole cose.

Scesi da cavallo. Spensi il computer, accesi la scopa elettrica.

La poesia si ritrasse, davanti alla tecnologia!

 

Bibliografia

 

-          Umberto Eco, Il Pendolo di Focault, Bompiani, Milano, 2001

-          Robert Nozick, Puzzle Socratici, Raffaello Cortina Editore,1999

-          Stephen Jay Gould, Otto piccoli Porcellini, Bompiani, 1994

-          Paolo Di Stefano, Un popolo di romanzieri. Da cestino. (articolo) da Il Corriere della Sera.

-          Vivian Lamarque, Gentilmente, Rizzoli,1998

 

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