HOME » Scarpe da tennis.
11
set

Scarpe da tennis.

scritto da Sergio , in: Senza categoria

No. Non avevo intenzione di parlarvi di “Un paio di scarpe” ( da tennis, per l’appunto! ), il romanzo firmato nel 1931 dai cugini “Ellery Queen”. Anche se è un’ tipico giallo ad enigma, forse la famosa icona che andavo cercando. ed è anche un bel giallo, in barba ai critici.

No. Volevo solo fare una meditazione nostalgico-esistenziale sul tempo che passa, sulle cose che cambiano e su quelle che non cambiano. Su noi, se  anche con un certo rammarico, cambiamo. Come sottofondo musicale alla meditazione, ben ci starebbe ” As time goes by”  di Herman Hupfeld, sempre del 1931. Magari suonata e cantata da Dolby Wilson: You must remember this …

Si, il tempo passa e la vita cambia, ci piaccia o no. Quasi tutti se ne fregano, o almeno così pare. Poiché sembrano accettare tutto come inevitabile, come fosse una spontanea adesione, anche se il nuovo è decisamente peggio del vecchio. Non mi succede di percepire traccia di opposizione neanche alle mode più sconsiderate, tipo i pantaloni a vita bassa.  Eppure , forse sarebbe il caso , poichè, non vi illudete : non siete tutti Anna Oxa! Spesso meno di voi si vede, meglio è! Ma torniamo al tema.

Una volta le scarpe da tennis le portavano i giovani, perché costavano poco,  alte o basse che fossero. Erano di tela e di gomma, pertanto si compravano dalle Sorelle Adamoli, come tutto ciò che era di gomma. Quelli che praticavano il basket, le portavano alte.   Come  molti, che non praticavano un cazzo, ma volevano darlo ad intendere: Alte o basse, tutte indistintamente facevano puzzare i piedi. Palestre, club sportivi, piscine e qualsiasi luogo chiuso , dove i giovani si toglievano le scarpe,  erano ( e lo sono tutt’ora ) caratterizzate dalla puzza di piedi. Nelle case dove c’erano ragazzi giovani, non serviva chiedere quale fosse la loro stanza. Bastava seguire il naso. Poiché io, non ho mai avuto un’autentica passione per la puzza di piedi, usavo consolarmi con la riflessione che nella vita non si può avere tutto: La botte piena e la moglie ubriaca, il marito ricco ma anche giovane e bello, le scarpe economiche e profumate al gelsomino.

Il tempo passò e molte cose cambiarono. Purtroppo quando si hanno delle cose buone, si tende a dare per scontato che si avranno per sempre, come la giovinezza e il sarto che ti fa il vestito su misura ad un prezzo ragionevole. Con il sarto sparì il cappotto e poi l’impermeabile. Oggi si trovano solo nei romanzi. Addio tenente Sheridan! Oggi  se hai il cappotto e ti azzardi a metterlo, accadono cose imprevedibili ed inevitabili. La portiera sul portone ti domanda curiosa se stai andando ad un matrimonio. Diciotto comunitari o extra  ti chiedono l’elemosina chiamandoti: Capo. (invece dei soliti tre). Se sali su un autobus ti offrono subito un posto a sedere. Al super, ti fanno lo sconto del quindici (volpi grige) anche senza la carta Unika. Ti senti osservato ed in genere torni a casa e te lo levi. Così torni anche nell’anonimato.

Per il cappello, se parliamo di quello normale, da uomo, in feltro, ci vuole un discorso a se. Scompare misteriosamente con la morte di De Gasperi , l’ultimo che lo ha indossato. Da allora, in caso di pioggia repentina, si adottano (occasionalmente) diversi generi di copricapo. Ad esempio: Il cappello da muratore, ricavato dal fondo del sacchetto del cemento. Con la crisi edilizia si passa  al sacchetto di plastica nera, per la raccolta dei rifiuti urbani,, acconciato alla moda dell’afganistan. Oggi va il cappello da puffo. Non essendo water proof, si indossa con il freddo secco. Usato in Russia, come il colbacco di pelo, conferisce un look retrò, tipo Unione Sovietica ante caduta del muro. Devo dire:  Su base meramente estetica, preferisco il cappello da muratore.

Un caso bizzarro è quello dell’ombrello, rarefatto ma poi risorto. Era pressoché caduto in disuso, quasi che a Roma la pioggia fosse  un fenomeno astrale raro,  come la cometa di Halley e appannaggio ormai di pochi anziani. Così era invalsa la moda di fregarlo nei supermercati, ove qualche sprovveduto si fosse fidato di abbandonare il suo nel contenitore apposito ma incustodito. Il guaio è che ognuno guarda solo al proprio tornaconto e se ne fotte del prossimo. Io capisco che tu supermercato voglia evitare il paciugo derivante da ombrelli sgocciolanti. Ma allora  fornisci un servizio di guardia armata, provvista di contromarche. Mica siamo in Germania!     Poi però i cinesi produssero ombrelli a prezzi talmente irrisori da essere venduti nei mercatini da extra ambulanti insieme ai fazzoletti di carta e l’aglio rosso. Il crollo dei prezzi declassò il furto dell’ombrello al livello da  autentico morto di fame e mise fine (a dirla con Montalbano) a questa grandissima camurria!

Diverso destino hanno avuto le scarpe da tennis. Non solo non sono scomparse  ma anzi hanno assurto al ruolo di calzatura nazionale. Uso questo romantico appellativo, di sentore sportivo, per riferirmi a tutti i generi di scarpe, fabbricati con tessuto e gomma o altra plastica ancora più scrausa. Ci si potrebbe domandare cosa rende appetibile questo genere orrido di calzature. tutte indistintamente generatrici di fetore pedale. Non credo sia il prezzo. Secondo me c’è un aggettivo, che è stato accortamente veicolato dal marketing agli acquirenti: Scarpa tecnica. Ovviamente di tecnico, concernente il loro utilizzo, non c’è un cazzo di niente, ma la parola evoca un che di sportività per l’uomo della strada, mentre guarda la partita in televisione. D’altra parte si sa: La pubblicità conta sulle nostre illusioni. Tra le moderne scarpe da tennis , le “tecniche” sono decisamente le più antiestetiche, sopratutto nelle varianti multicolori. Ma non ce ne potrebbe fregar di meno. Con  il diffondersi della scarpa tecnica a più vasti strati della popolazione, la puzza di piedi non fu più una tipica prerogativa giovanile.  Ma non mi è ben chiaro se ciò venga percepito dagli utenti come un difetto o come un pregio.

Un terzo tipo di scarpe da tennis, sono quelle che io chiamo d’autore, perché portano le griffe del lusso e prezzi da paura. Per lo più questo tipo di scarpe accoppia il tessuto sintetico al pellanto. Il pellanto non si sa che è. Su internet (ricerca difficile) si sostiene trattarsi di un rifiuto dell’industria conciaria, potenzialmente classificabile tossico  e nocivo.   Conferito a titolo oneroso all’industria del lusso. Impiegandolo nelle calzature stile tennis, questa ne trae un modesto guadagno extra, non sufficiente a ripianare le perdite del settore, ( ove  ci fossero. Boh!) Le scarpe da tennis d’autore sono sicuramente meno brutte delle tecniche, perché molto simili  (A parte il pellanto) alle scarpe da tennis tradizionali, ancora largamente in uso. Però possono costare anche cinque volte tanto.  (Dico un numero a caso!) ed il piede ti puzza lo stesso o magari di più a seconda dei modelli. Non si può mai dire e forse anche questo, da qualcuno potrebbe essere percepito come un pregio. Non dovrei ma lo confesso. Ne ho un paio anche io. E ne ha un paio Ciuffo. nel suo colore preferito: il celeste bebi. Io ho una parziale scusante ed una aggravante. Le ho acquistate a saldo con il trentacinque di sconto … ma non gioco a tennis. Non so di Ciuffo. Quando successe la commessa del negozio disse:” Ne ha acquistato un paio anche mio marito. Ma non ha avuto il buon senso di aspettare i saldi. ” Aveva la voce triste: Non precisò se giocava a tennis. Il marito. Avvertii fortissima la sensazione di aver fatto una cazzata. Non serve dire che anche le tecniche costano una cifra  se sono delle marche predilette dai giovani ed altri omologati amanti del brutto.

Puoi lasciare un commento a questo post, o fare un trackback .


Commenta questo post