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Archivio di 'Giallo'

22
set

Antologia

scritto da Sergio, in: Giallo

I romanzi gialli ( quelli buoni, ovviamente,) fanno parte della letteratura? Chi avesse seguito  questo blog avrebbe detto: No!

Senza aver svolto estese e specifiche ricerche in merito (forse avrei dovuto!),  avevo raggiunto il convincimento che i romanzi gialli, anche i migliori, non venissero accreditati come letteratura , bensì come romanzi di genere. Non starò a ripetere quanto già detto nella Riflessione sul giallo. Soltanto una aggiunta: Italo Calvino, autore che mi piace molto, (ma non nei romanzi, soltanto nei saggi!) diceva nel 1959: ” … non c’è stata una rinascita del romanzo attraverso i gialli, né attraverso la fantascienza. Pochi gli esempi positivi nel primo caso, pochissimi nel secondo. Risposte a 9 domande sul romanzo. 38 -39 Nuovi Argomenti. Detto questo …

Nel post precedente (Scarpe da tennis) cì è stata una meditazione sulla vita che cambia. Una riflessione da pessimista, bicchiere mezzo vuoto, la vita che cambia in peggio. Invece stavolta c’è una novità, del tutto inattesa. E sembra un cambiamento positivo.  Sono ricominciate le scuole ed ho visto l’antologia di Adrian per la terza media. Non ci volevo credere!

Consentitemi un’osservazione fuori tema. Mi dovete dare atto di non aver detto: Ke la vita Kambia né che Adrian fa la terza midia! Forse non sono del tutto stronzo! ( Non è detto. Questo è un tipico esempio di autoglorificazione.)

La novità è che nell’antologia tra i soliti autori ci sono: Conan Doyle e Sherlock Holmes, Simenon e Maigret, Chandler e Philip Marlowe, Agatha Christie e Poirot, i cugini Dannay e Lee con Ellery Queen, Camilleri e Montalbano.

Cazo! (Come diceva Adrian quando non aveva ancora le doppie.)

Vuoi vedere che qui qualcuno dice: Questi sono gli epigoni dei romanzieri dell’ottocento! Vuoi vedere che qualcuno comincerà a dire: I romanzi devono essere divertenti, appassionanti e magari alla portata non dico di tutti, ma almeno di quelli che hanno voglia di leggere ( e non sono tanti.)

Incensare romanzi pallosi e poco comprensibili è un’altra delle innumerevoli forme di autoglorificazione.

21
giu

A Ciuffo.

scritto da Sergio, in: Giallo

Spero, per il bene della sicurezza pubblica che lei non sia un investigatore professionale. Un commissario o un ispettore o un maresciallo maggiore nei Carabinieri, ( al più potrebbe essere l’ispettore Coliandro!).  Tampoco un detective privato: farebbe la fame! Vediamo perchè. Caro Ciuffo, lei pur disponendo di informazioni privilegiate ( pertanto passibile di un’accusa di insider trading!) non giunge a conclusioni corrette.

Io non ho scritto per gli spammers, che come ben sa non leggono i posts, tampoco i commenti. Ho scritto per i miei soliti eventuali lettori. Pertanto cade il discorso: pensi che gli spammers sono tutti inglesi. Quelli per cui scrivo sì, sanno tutti l’inglese, altrimenti come potrebbero aprire un ristorante a New York? In uno dei miei posts ho chiaramente indicato per chi scrivo, vale a dire le caratteristiche comuni a tutti i miei lettori.

Da questo punto di vista, lei caro Ciuffo è un lettore anomalo. Infatti sospetto che non abbia l’intenzione di aprire un restaurant a New York! E neanche  di andare in precedenza a Londra  a fare un corso di cucina.

Sospetto, (sospettare è il mio mestiere!) che di corsi di cucina lei non intende farne , né a Londra né altrove ( anche se , magari, le farebbero comodo.)

Lamentarsi dello spam è banale. E’ come lamentarsi del caldo afoso o delle tasse! Però ho trovato che nella versione originale (inglese) le frasi accattivanti, fornite allo scopo di insinuare spazzatura fra commenti autentici, posseggono nella loro enfasi un involontario effetto comico, un sollievo per i miei lettori spesso depressi, nelle presenti circostanze.

7
mag

Il Codice Da Velletri.

scritto da admin, in: Giallo

Ancora sui gialli televisivi. Ancora che? Ancora opinioni. Le stesse, ma con la voglia di fare chiarezza, di definire le regole del gioco. ( Come se fosse importante.)

Lo spunto me lo ha fornito Paolo, uno dei pochi lettori di libri gialli che conosco:

- P : Ho letto il tuo post su Nebbie e Delitti 3. Mi sembra di capire  che almeno la Prima e la Seconda Serie ti siano piaciute!

- M : E’ ovvio! Non sono mica scemo! Fare le ore piccole per guardare uno spettacolo  che neanche mi piace? Succede, ma di solito in prima serata. Quel post esprime rammarico nel vedere una cosa che mi piaceva trasformarsi in un altra che mi piace meno. Se di belle fiction poliziesche ce ne fossero a iosa, non ne avrei fatto cenno.

- P : E’ soltanto la tua opinione! Magari ai torinesi piace più la Terza Serie!

- M : Certo. Forse è il caso di chiarire. Su questo blog o ci sono parti di fantasia o ci sono opinioni personali. D’altra parte è inevitabile. Per riportare fatti ci vogliono notizie inconfutabili e di prima mano. Nel genere, dispongo solo di fatti personali e non ho alcuna voglia di raccontarli. C’è poco mistero e non interessano nessuno. (è un opinione!)  Quanto a riportare notizie fresche di seconda mano, se possibile cerco di evitarlo. Che sugo c’è? Anche se non manca chi lo fa. Tolto questo, cosa rimane? Solo la fantasia e le opinioni: Mi pace questo, non mi piace quello. Che poi fatti o eventi o quant’altro sia reale possa coincidere con le mie fantasie o opinioni, è da ritenersi puramente casuale.

Che cosa sono le opinioni? Sono un prodotto ibrido dell’intelligenza razionale e dell’intelligenza emotiva. Spesso prevale quest’ultima ed allora si chiamano”gusti”. Non dimentico mai quanto sosteneva Silvio Ceccato: Nelle relazioni interpersonali, divide molto di più una differenza di gusti che una differenza di opinioni.

Sono libero di esprimere le mie opinioni? Credo che una risposta adeguata a questa domanda esorbiti i modesti limiti di questo blog.

Per quel che vale, sostengo che le mie opinioni purtroppo sono innocue, non presentano pericoli e possono essere sposate o ignorate senza conseguenze. Non sono un’Agenzia di Rating. Non mi sono montata la testa!

13
mar

Vecchi sceneggiati poliziotteschi.(1)

scritto da Sergio, in: Giallo

Nelle scorse settimane non avevo trovato nulla di meglio che fare le ore piccole per rivedere gli episodi di Nebbie e Delitti. Per ore piccole intendo dall’una alle tre di notte, la fascia oraria dei film porno. In passato i primi episodi li avevo visti e dimenticati. Ma era restato uno strascico di fantasie nostalgiche.

Sarò sincero: Non sono un fan di Luca Barbareschi, anche se nei poliziotteschi c’è di peggio. (Non enumero, la lista sarebbe lunga). Credevo che per un attore interpretare il ruolo di commissario o altro graduato investigativo, fosse oggi un’ambita forma di consacrazione artistica quale una volta recitare un ruolo di Sakespeare o almeno Sem Benelli. ( Pensavo a Gino Cervi, Tino Buazzelli, Paolo Ferrari, Pietro Germi) Salvo che un tempo ci si arrivava per meriti artistici largamente riconosciuti e invece oggi va per raccomandazione di vario genere. Quando ho saputo l’entità dei compensi erogati ho capito sia quanto fossi ingenuo, sia quanto l’arte non c’entri un fico in queste cose.

Neanche per Valerio Varesi stravedo. Ma non è una critica. Ho solo gusti diversi. In Nebbie e Delitti mi intrigavano due cose. La prima: Che fosse girato a Ferrara , con belle inquadrature della città. La seconda: Natasha Stefanenko, per la quale non servono aggettivi o commenti. Ma alla terza serie, il regista o la produzione o chissàchi ha un duplice colpo di genio: Abbandona Ferrara per ambientare Nebbie e Delitti 3 in squallide periferie della Torino postindustriale. Senza neanche aggiornare il titolo alla nuova realtà. Che so: Macerie e Delitti, Cadaveri e Relitti. Insomma un pathos da Ultima Spiaggia. Come se non bastasse hanno sostituito la Stefanenko con Anna Valle. Per carità: Bella donna, perfetta per un remake casereccio di Il Diavolo veste Prada, ma forse estranea alle atmosfere di Varesi, seppure con il cappello da puffo. In compenso è stata potenziata la carrettella. ASL e volontariato.Barbareschi ha messo su una barba da uomo-lupo, insomma un Nonno Libero con qualche morto ammazzato.

Finalmente sono andato a letto presto.

(1) Il neologismo purtroppo non è mio. L’ho visto alla Libreria Feltrinelli.

19
lug

L’avventura dell’Uomo di Tournai.

scritto da Sergio, in: Giallo

Ragazzi, giallisti, cibernetici spersi nello spazio virtuale, correte in farmacia. Compretevi pacchi di benzodiazepine perchè sto per propinarvi qualcosa che non vi farà dormire. Come i migliori i, gialli classici tra le due guerre.

Il concetto è sempre quello già enunciato per i libri (gialli): I piaceri della vita sono pochi. Se vi educate o venite in qualche modo stimolati, questi sono suscettibili di aumentare, ne nascono di nuovi. Altrimenti farete sempre le solite cazzate: la televisione, i video giochi e compagnia bella. Vale a dire le cose conosciute, quelle che fate adesso. Spesso vi domanderete: Che famo?

Prendiamo ad esempio il caviale. Se non lo avete mai assaggiato, all’improbabile occorrenza, vi sembrerà una poltiglia di palline gelatinose, nerastre e nauseabonde,che puzzano di pesce. Ammetto che non sarebbe poi un grave handicap, ma era solo un esempio. Si apprezza (lentamente), ciò che si conosce, magari dall’infanzia. L’apprendimento di cose nuove va fatto nel modo giusto, senza mollare alla prima difficoltà e con la consapevolezza che ne vale la pena. Oggi, più di ieri c’è molta disaffezione all’apprendimento in genere. Per tutto ciò che sa di scuola. Quelli che non hanno voglia di fare (una mazza), abbandonano la scuola dicendo. Tanto anche se ti prendi una laurea, il posto fisso non lo trovi. Meglio andare a Londra, fare un corso di cucina, poi transvolare a New York ed aprire un ristorante. Già, meglio, ma i soldi? Mio cugino Ferruccio, in questi casi diceva:”"Sì. E poi ti svegli e ti trovi con la mano nel pitale! (1)” Meglio studiare. E’ meno umido.

Ed ora fuori il rospo. Intendo parlarvi di Rogier van der Weyden, pittore fiammingo. Per forza di cose, mi rivolgo ad un pubblico limitato d’ipotetici lettori. Accomunato dalle seguenti caratteristiche: Non hanno mai mangiato il caviale, qualche volta leggono libri gialli. amano i videogiochi, sognano di aprire un ristorante a New York, studiano con sofferenza, ( oppure hanno già mollato) e non hanno mai sentito parlare di Rogier van der Weyden. Se non vi riconoscete in alcuna di queste tipologie, forse siete nel posto sbagliato. Almeno per il momento.

In questo blog, già altre volte ho scritto di varie ed eventuali ( come titola l’amministratore del condominio),

di cose che di giallo hanno poco, anche se a ben guardare qualcosa si trova sempre: libri (non gialli), vini rossi e bianchi,(ma non gialli), cucina ( ma non cinese). E allora perchè non di pittura? E’ un discorso di ” mi piace questo, mi piace quello” come per i gialli, senza foto. Una chiacchiera a secco. ( Solo testo, roba da gente che legge!) Dovete fidarvi. Poi, se sarete incuriositi a sufficienza, andrete a vedervi i quadri per i musei del mondo e avrete una cosa nuova da fare. Se non sarete incuriositi, resterete con i videogiochi ( o al massimo con i cruciverba). E non si tratta soltanto di aumentare i vostri piaceri, ma anche di fornire immagini alla vostra fantasia, se ne fate qualche uso. Inoltre sappiate: su talune ragazze Rogier van der Weyden fa più colpo di un paio di jeans firmati.

Tra i miei pittori italiani preferiti, molti sono del Quattrocento: Masaccio, Paolo Uccello, Piero della Francesca, Andrea Mantegna, Antonello da Messina, Giovanni Bellini, Vittore Carpaccio, Sandro Botticelli, il Perugino. (Questa lista non è una futile ostentazione di cultura, è una semina tra lo sparuto drappello dei miei lettori. Un sasso nello stagno, hai visto mai …) Guarda caso, anche tra i miei fiamminghi preferiti, due sono del Quattrocento: Jan Van Eyck e Rogier van der Weyden. Ma non penso affatto sia un caso. Diciamo che il quattrocento è un buon … secolo.

E’ un vecchio amore. Nell‘Enigma di Ferrara avevo scritto:

“”Il sogno era stato molto nitido. Senza quell’effetto flou tipico dei sogni e dei quadri di P.P.Rubens e di Francisco Goya. Bensì a contorni ben nitidi come nel El Descendimiento di Rogier van der Weyden. Che fu presente a Ferrara al tempo di Lionello D’Este”"

Così sappiamo due cose su Rogier: grande nitidezza e coinvolgimento con Ferrara.

Che altro vi dico di lui? Sostanzialmente (bruttissima parola) vi dico quali sono tra i suoi, i quadri che preferisco e dove li potete vedere. Un informazione turistica … personalizzata. Magari si scopre che abbiamo gli stessi gusti. - Ritratto di Giovane donna. Berlino Staatliche Museen Gemäldegalerie Gli occhi della bella donna seguono l’osservatore, comunque si sposti. Vi sembra facile da fare? Alcuni dicono che la fanciulla ritratta sia la moglie del pittore: Elisabeth Goffaerth. Altri invece sostengono sia Nicole de Bosquiel, detta La Castellana, una delle numerose amanti di Filippo il buono, duca di Borgogna. Immagino che assillo sia per voi l’ambiguità di questa attribuzione. Assillo per assillo, mi viene un dubbio: Castellana ovvero Chatelain. Mi sembra più un nome, un casato, che un soprannome. Ne riparleremo, se Dio vorrà.

Al tempo, il ducato di Borgogna comprendeva i Paesi bassi meridionali. ( Namur,Louxemburg, Limburg e Brabante) nonchè i Paesi bassi del nord (Olanda, Zelanda e Hainaut) Studiate ragazzi, studiate! Basta con le canne.

Quando andrete a Berlino e non ho dubbi: prima o poi ci andrete, (per viaggiare gli italiani non hanno bisogno né di stimoli ne d’informazioni) Andate a vederla alla Gemäldegalerie. Compratevi la guida. E che c’è sulla copertina della guida? Guarda caso: il nostro quadro. (Ve lo titolo in inglese, lingua che padroneggiate alla perfezione. Se no come fate ad aprire un restaurant a N.Y.? Portrait of a woman with a winged bonnet.)

E sì che alla Gemälde non è che mancano i capolavori. Vi suggerisco di comprarvi la guida, così eviterete figure di merda, simili a quella fatta da un gruppo di giovani che incrociammo per le strade di Arles, in Provenza. Poichè erano italiani, per la strada parlavano a gran voce, acciochè nessuno che capisse la lingua potesse perdersi le perle dei loro discorsi. Uno disse baldanzoso: “”E adesso andiamoci a vedere questo Van Gogh!”"

Purtroppo il tapino ignorava: Non c’è alcun quadro di Van Gogh ad Arles! Ci sarà rimasto male. Non starò a spiegarvi chi è Van Gogh, mi limiterò a ricordare: Visse un paio di anni ad Arles.

Torniamo a Rogier van der Weyden. Nel mentre lui dipingeva dannatamente bene splendidi ritratti e soggetti a carattere religioso (dovete sempre domandarvi: chi ha abbastanza soldi da pagare un grande artista?) in Europa si combatteva la Guerra dei Cent’anni.

L’Inghilterra intendeva papparsi la Francia e c’erano quasi riusciti dopo la vittoria di Enrico V ad Azincourt. anche con l’aiuto dei Borgognoni. Ma avevano fatto i conti senza una contadina della Lorena, una certa Giovanna D’Arco. La donzella, alla testa di molti volenterosi incazzati, agli Inglesi gli fece un culo tanto, con o senza i Borgognoni. Tanto che liberò la Francia fino a Reims (terra di Champagne) abbastanza vicino alla Borgogna e consentì l’incoronazione di Carlo VII a re di Francia e fine della disputa dinastica.

I borgognoni catturarono Giovanna D’Arco e con il grande senso degli affari, tipico del paese, la vendettero agli Inglesi. Questi con elevato spirito religioso,(erano ancora cattolici), la bruciarono sul rogo. Non gli servì a niente, alla fine della Guerra dei Cent’Anni agli Inglesi in Francia restò solo Calais e gli occhi per piangere. Giovanna sul rogo profferì la celebre frase: “”Dio stramaledica gli Inglesi!”" ripresa poi da molti altri: Dai cinesi di Canton,da alcuni indiani,dal Capitano Nemo e da frange estremiste dell’I.R.A. Per Adrian ( il padrone del blog), invece la frase giusta è :”"Dio stramaledica l’Inglese. (lingua e materia scolastica).

Ma non divaghiamo, Rogier van der Weyden ( o detto alla vallone: Roger de la Pasture), era nato a Tournai, nell’Hainaut dell’attuale Belgio, non lontano dal confine francese e dalla città di Lille ( dove stava Van Eyck!). Tournai alla nascita di Rogier (1399) era la quarta città della Francia, ricca per la manifattura di arazzi e armature, godeva di un’ ampia autonomia amministrativa. Nel 1430 diventa borgognona. Rimane indipendente ma paga le tasse al duca di Borgogna. Va ricordato che il nostro è un artista del Quattrocento, perciò le notizie su di lui sono scarse, spesso incerte. I quadri non sono firmati né datati. Gli archivi di Tournai andarono distrutti nella seconda guerra mondiale, quelli di Bruxelles a causa di un bombardamento fracese nel seicento. Le trascrizioni parziali fanno più casino che chiarezza. Situazione ideale per un contesto Internet: ognuno può dire le cazzate che vuole!

Rogier non fece mai un suo autoritratto Invece il ritratto glie lo fece Cornelius Cort o Cornelio il Fiammingo, rendendogli un pessimo servizio.

Dice Alexander Duckers:”" Durante l’infanzia e la giovinezza di Rogier van der Weyden si verificarono alcune innovazioni nel campo della pittura, determinanti per l’evoluzione dell’arte occidentale.”"

Ciò ad opera di Van Eyck e qualche altro. Significa che tramite i colori ad olio, la rappresentazione del reale, fino ad allora primitiva e approssimata, diventa efficace e dettagliata. Se leggerete di Rogier van der Weyden lo troverete sempre in coppia con Van Eyck.

E.H.Gombrich, nella sua storia dell’arte, dice che Rogier ( come Van Eyck) “sapeva riprodurre ogni particolare, ogni capello, ogni cucitura.”" Ed inoltre : “”Egli conservò gran parte di quella tradizione di nitido disegno che avrebbe potuto perdersi sotto il peso delle scoperte di VanEyck.”"

C”è anche il problema della rappresentazione dei diversi piani dello spazio o sviluppo spaziale della scena. Le pale d’altare vanno viste dai fedeli quindi la scena deve essere al tempo stesso visibile, imponente e naturale, non forzata o artificiosa. Raro equilibrio, difficile da raggiungere. Pur essendo magistralmente bravo a raffigurare il vero, Rogier non rimase mai schiavo di questa capacità, preoccupandosi soltanto che nell’insieme il suo manufatto: il quadro, risultasse bello. Ma lasciamo la storia e torniamo ai quadri:

  • Deposizione dalla Croce. Madrid Museo Nacional del Prado. E’ il quadro menzionato nell’Enigma di Ferrara (vedi prima)
  • Trittico dell’Annunciazione. Torino Galleria Sabauda. 2 pannelli laterali
  • Trittico di Santa Colomba. Monaco, Alte Pinakotek.
  • Ritratto di giovane donna. Washington,National Gallery
  • La Maddalena leggente. Londra, National Gallery frammento
  • Ritratto di Philippe de Croÿ. Anversa, Koninklijk Museum
  • Ritratto di Uomo con freccia. Bruxelles, Musèe des Beaux Arts
  • Ritratto di Francesco D’Este. New York, Metropolitan Museum of Art.
  • Trittico Braque. Parigi, Musèe du Louvre.
  • Dittico di Vienna. Vienna, Kunsthistorisches Museum

Questi sono i preferiti, quelli da non perdere, ma non è che gli altri sono brutti. Rogier van der Weyden muore a Bruxelles il 18 giugno del 1464, dove è sepolto nella chiesa di Santa Gudula.(potete controllare). E allora?

E no! Di questi tempi, meglio essere prudenti. Questa è prova certa che quanto precede non è pubblicità occulta. Non sto segnalandovi i deliziosi acquarelli di di Don Ciccillo il Chianchiere, di Cocullo al Vesuvio, dal quale potrei ricevere a compenso qualche controfiletto! (Dagospia difficilmente s’interesserà di questo blog. Pazienza.)

La Guerra dei Cent’Anni mi ha richiamato alla memoria un fatterello del Liceo. Avevamo un professore di storia e filosofia, giovane e raro, cioè:bravo davvero. Di quelli capaci di renderti affascinante la materia che insegnano, anche tuo malgrado. E c’era un compagno di nome Testa. Non era soltanto un innocuo soggetto, occasionalmente o anche frequentemente impreparato. E chi non lo è stato? No. Interrompeva a sproposito, pontificava su cazzate, spesso disturbava, sempre con una certa prosopopea. Ma la cosa inusuale non è ciò. L’episodio in se sarebbe insignificante, se non fosse per il modo di parlare del Testa. Aveva una voce profonda ed impostata, di timbro baritonale e di tono aulico. Sembrava Albertazzi che legge Margherita Yourcenar, anche se chiedeva soltanto: Che ha fatto la Roma? o un’altra minchiata qualunque.
Il professore scorreva il registro e noi tentavamo di nasconderci alla meno peggio, sollevando la tavoletta del banco. « TESTA, VIENI TU! » Testa andò, tradendo una certa riluttanza, ma giunto alla cattedra assunse una posa da tribuno. « Parlami della Guerra dei Cent’anni! » disse il prof. Testa impassibile , sollevò fieramente la medesima, qual Marcantonio sul feretro di Cesare. Sicuro, un po’ enfatico, esordì dando fiato alle sue polifoniche corde vocali. « Dunque … (pausa ad effetto) … La guerra dei Cent’Anni deve il suo nome al fatto che fu combattuta per cento anni. » Il tono calò di colpo, il timbro si afflosciò, divenne un rauco sussurro… nella classe si sentivano volare le mosche. «Oddio! Non proprio cento anni esatti … poco più … poco meno … » Tacque del tutto. Il suo silenzio si protrasse fintanto che fu evidente: Non aveva altro da aggiungere. « Grazie Testa , ti puoi accomodare.» Testa si accomodò con un sorrisetto. Dopo alcuni minuti il professore disse: « Ragazzi, dite spesso che noi professori siamo delle carogne. Per una volta, voglio fare un gesto di democrazia assembleare. Non che mi piaccia quel tipo di democrazia! Date voi un giudizio sull’esposizione di Testa» La classe all’unisono: «Testa, sei una testa di cazzo!» Durante la ricreazione, colsi l’occasione ed avvicinai il professore. « Prof - gli chiesi - perchè ha detto che non le piace la democrazia assembleare? » «Possono prevalere i più stronzi! »

Ma torniamo ancora a Van der Weyden. Non sono certo qui a sintetizzarvi le dotte disquisizioni dei critici per voi e per me, non tanto incomprensibili quanto pallose. Meglio un approccio empirico, a imitazione della gente del tempo, quando se lo trovava davanti all’improvviso. Toh! Bello questo Van der Weyden! E’ necessario chiarire un potenziale equivoco: vedere è meglio di leggere. Le arti figurative si godono vedendole e rimirandole, si godono con la vista come la musica si gode con l’udito ed il vino con il gusto. Leggere può servire solo di stimolo a vedere, a suscitare una curiosità, a focalizzare un’attenzione che rischia di disperdersi, ad introdurre un nome nella memoria che al momento di vedere si farà più attenta. Sarebbe stato facile inserire foto dei quadri di cui si parla. Molti lo fanno, fa più bello l’articolo, ma secondo me, meno efficace. Ci sono troppe immagini in giro. Così la curiosità si sopisce, si appaga del surrogato e si finisce per limitarsi a guardare le foto. (Sarebbe come andare in fondo al giallo e leggere chi è il colpevole!) Credetemi: i quadri danno altre emozioni.

Per questo la storiella del Testa e la Guerra dei Cent’Anni,è un flop. Perché il buffo stava tutto nella voce del Testa e quella non ho potuto farvela sentire. Con il Testa ci siamo persi di vista, ma una previsione mi sembra scontata: aveva una bella voce, parlava bene, non aveva nulla da dire, avrà fatto il politico.

Rogier si era stabilito a Bruxelles e faceva il ritratto all’aristocrazia della città, a quelli che se lo potevano permettere. Ma era scevro da servo encomio. Aveva un incarico onorifico, Pittore della città di Bruxelles, ma non aveva padrone. Era un free lance. Fece il Ritratto di Giovane donna , di Washington( National Gallery of Art) . Una roba da farti cadere gli occhi per terra. Una donna bellissima, un attrice. Ricorda Anna Falchi, prima di fidanzarsi con Max Biaggi. Gli esperti pensano sia Marie de Valengin, figlia illegittima del sovrano, Filippo II, detto Filippo il Buono, duca di Borgogna, conte della Franca Contea Artois e Fiandre. Marie de Valengin sposò Pierre de Bauffremont, signore di Charny, che fu Ciambellano di Filippo III. Non sentì mai il bisogno di mettere il suo ritratto su Facebook.

Ma dov’è il giallo? Ho sostenuto che un pizzico di giallo, di enigmatico, a ben guardare si trova sempre. E’ così. Prendiamo ad esempio il Ritratto di Giovane donna di Berlino. E’ Nicole de Bosquiel, una delle molte amanti di Filippo III o è la moglie del pittore, Elisabeth Goffaerth? Abito e acconciatura mi sembrano troppo modesti per la favorita del momento, di un sovrano fastoso come il duca di Borgogna. Il velo è fissato con un semplice spillo, il vestito non è male ma non è nero, come amava il duca e di riflesso i cortigiani. ( e la maggior parte di quelli che vanno in televisione). Farsi fare il ritratto dal pittore massimo , non è come farsi fare uno scatto digitale da un amico con il telefonino (anche se ha più di cinque pixel). Non ci vai casual, braghe corte e maglietta, (il massimo del cesso!) Ti metti il vestito buono, quello per i matrimoni. Magari lui, ( il pittore massimo) ti dava un consiglio sul tuo look, se tendevi a farti delle illusioni. E poi c’è la storia del simbolismo. Se malgrado tutto restavi un cesso, ci metteva qualche teschio sullo sfondo a significare che eri un fenomeno transeunte.

Oltre tutto all’epoca presunta del quadro 1433 - 1435, le cose per Filippo sono stazionarie. E vero che la contesa con gli armagnacchi in alleanza con gli Inglesi, gli era andata a schifio, ma lui con prontezza fiamminga, ribalta le alleanze. Si fa venire lacrime di coccodrillo per il rogo di Giovanna e fa il trattato di Arras con CarloVII, ormai vincitore. grazie a Giovanna. Ma torniamo al dipinto:

E’ vero, la donna mostra tre anelli: Una fedina con piccolo rubino all’anulare sinistro, altro anello sulla falangina (non Falanghina, non si beve) del medesimo dito, ( è in uso all’epoca,lo ha anche Philippe de Croÿ, vedi il ritratto ) ed uno sul mignolo della destra. (si intravede a stento.) Nei ritratti di Rogier bisogna guardare le mani. Ma non sono gioielli regali! Come ad esempio le grosse borchie d’oro della cintura rossa di Marie de Valengin. Sono cosucce che anche la figlia di un ricco calzolaio, poteva permettersi. Il calzolaio del Quattrocento in Borgogna, non va confuso con il ciabattino. Magari forniva scarpe e stivali al duca o era un mastro della sua corporazione artigiana, la Confindustria del tempo. Ricordiamo che il 27 giugno del1423, a Tournai, i rappresentanti delle corporazioni artigiane, scesero in piazza armati (non con cartelli e slogan) reclamando di partecipare al governo della città. Il re di Francia, pro bono pacis, si affrettò ad accontentarli, ( tanto non gli passava alcuna indennità).

In conclusione propendo per l’ipotesi che la donna del ritratto, sia la moglie del pittore, ritratta probabilmente da fidanzata. Altrimenti avrebbe in evidenza la fede nunziale. I popoli del nord la portano a destra. Quanto al discorso: Poiché non mostra ritrosia nello sguardo, deve essere l’amante del sovrano, non mi convince affatto. Ma se guardava il fidanzato, famoso pittore, che le faceva il ritratto, perché nello sguardo doveva mostrare ritrosia, se mai qualche dubbio! (Visto il ritratto di Cornelius Cort!)

Avevo deciso di darci un taglio ai commenti sui quadri preferiti, ma la vita riserba sorprese. Estote parati, dicevano nei boy scout. Mia moglie dice:« Ah! Ho capito. Sulle belle donne ti dilunghi ma sugli uomini niente male, sorvoli. Per amore di pace e memoria di Socrate ( La moglie Santippe, gli dava apertamente dello stronzo.) vi dirò quattro fanfaluche sull’Uomo con la freccia, L’Homme a la Fleche, che potete vedere a Bruxelles nel Musée des Beaux Arts. Non c’è dubbio, è un bell’uomo, genere Antonio Banderas. ( a parte il cappello rosso a cono, che forse l’attore non porta.) Guarda caso si pensa che sia Antoine … Antonio, il Gran Bastardo di Borgogna. Ma qui bastardo non è un insulto, non si riferisce al carattere, ma alla sua posizione dinastica: non è un erede legittimo. Era uno dei molti figli illegittimi di Filippo III, sua madre era Jeanne de Presle. Fu signore di Beveren, cittadina in prossimità di Anversa. Indossa nel ritratto, il collare del Toson d’Oro, ordine cavalleresco, creato dal duca Filippo. Toson d’oro significa Vello d’oro, rappresentato nel ciondolo e si rifà al mito di Giasone, eroe greco, che capeggiò la spedizione degli Argonauti. E fu anche amante di Medea che abbandonò e via con Euripide, Seneca e Corneille. Il collare era emblema di virtù cavalleresche, con protezione divina inclusa.

Antonio sposò Jeanne de Vieswville ed espletò funzioni militari e consiliari, meritando l’appellativo di Grande (cosa che non dicevano di tutti). I cavalieri insigniti dell’ordine del Toson d’Oro, viaggiavano spesso per partecipare a tornei. La freccia con cui è ritratto probabilmente ha a che fare con i tornei. Giudice di gara o trofeo vinto in un torneo di arcieri? Boh!

A proposito ho detto fanfaluche perchè su Internet c’è tutto e il suo contrario. Cazzate a iosa, gente che ha capito fischi per fiaschi e pontifica. Riciclo della medesima minestra. Difficile discernere il grano dal loglio. (la zizzania, non l’extravergine!)

Basta! Se non vi ho convinto ad andare per i musei del mondo a vedere i quadri di Rogier van der Weyden, che da soli valgono la gita, non so che farci. Fatevi uno shampoo, come diceva G.Gaber in una famosa canzone. L’ultima cosa la dico più per me che per voi.: Rogier e Ferrara. (La città, non quello del Foglio) Io per Ferrara ho una fissa, sono un patito, la considero Mia seconda patria. Ho quindi attenzione per quanto riguarda la sua storia. Ferrara, avventure, amori, sfide, pericoli, misteri, dai Rampari di Belfiore al Po di Volano. I momenti più belli della gioventù, I migliori anni della nostra vita. Ne ho fatto un romanzo … magra consolazione.

Rogier a Ferrara … è tutto un dubbio. Prove assolute che lui abbia dipinto in Ferrara, non ce ne sono. ma è sicuro che Ferrara lo ha accolto come un grande maestro ed ha pagato per i suoi quadri! Chiarisco il dubbio: ha dipinto i quadri stando a Ferrara o ha venduto quadri dipinti nelle Fiandre? Il punto è che Rogier usava tavole, tele, pennelli e colori. Non faceva affreschi! Si dice che Rogier venne a Roma per l’anno santo nel 1450, fermandosi in varie città. Se qualcuna delle opere, andate tutte perdute, l’ ha effettivamente dipinta a Ferrara, per far quadrare i conti, ci doveva esser già venuto in precedenza. Infatti Lionello D’Este aveva un trittico di Van der Weyden, che conservava nel suo studiolo. Questo trittico fu visto nel 1449 , da Ciriaco D’Ancona, epigrafista e svariate altre cose. quindi doveva essere stato dipinto in precedenza. C’è anche notizia di lavori di Rogier, nella Delizia di Belfiore, sempre per il marchese Lionello D’Este e sempre oggi perduti. Ma anche qui rimane il dubbio: Dipinti a Ferrara o nelle Fiandre? Qualcuno si chiederà: Ma che ti frega, qual’è la differenza? Be’ per me la differenza c’è. Ma per voi è giusto che non ve ne possa fregar di meno.

Molto bello è anche il Ritratto di Francesco D’Este, del Metropolitan Museum di New York. ( Con una botta sola, potreste aprire il restaurant e vedere il quadro.) Questo Francesco D’Este era il figlio naturale di Lionello, signore di Ferrara dal 1441 al 1450, ( E si vede dalla somiglianza con il ritratto del marchese, del Pisanello). Fu inviato alla corte del duca di Borgogna per ricevere un educazione aristocratica. E forse anche militare. Decise alla morte del padre di rimanere nelle Fiandre. Se ci rimase a vita o tornò a Ferrara per farsi frate, è controverso. Sta di fatto che il suo fratellastro Niccolò, benché erede legittimo di Lionello, fece una brutta fine. E’ vestito alla moda della corte borgognona e dall’età mostrata nel ritratto si pensa che il quadro sia stato commissionato da lui stesso verso il 1455 - 1460. O tornò o restò, se ne stette quieto. Aveva capito che non era aria. E’ un personaggio senza storia.

Nella rete ci sono molti articoli su Rogier van der Weyden, se li cercherete vuol dire che siete incuriositi. Come nel Gioco delle Parti di Pirandello,io ho definito la mia: ho detto per chi ho scritto. Per tutti gli altri cibernetici dispersi absit injuria verbis.

(1) Vaso, progressivamente in porcellana, ferro smaltato e volgarissima plastica. ( Decadimento del gusto) Per la pipì notturna. Detto anche Vaso da notte. Oggetto un po’ retrò, al contrario della pipì notturna che invece è attualissima!

Postscriptum

Aggiungo qualcosa solo per quelli che la pensano come me su Ferrara ( parlo sempre della città). Ciriaco D’Ancona si chiamava Ciriaco Pizzecolli, ed era archeologo, umanista, epigrafista e viaggiatore. L’epigrafe è la citazione in versi o in prosa all’inizio di un opera o di una sua parte. Epigrafista è uno che si occupa di queste stronzate. Oggi, vigliacca se c’è un solo autore che non mette un epigrafe avanti a ciò che ha scritto. Io stesso non sono meglio. Nell’Enigma di Ferrara ho epigrafato un cosa da Beppe Severgnini: Chi scrive chiaro, sa scrivere! Lo studiolo di Lionello D’Este era uno degli ambienti della Delizia Estense ( una palazzina ) di Belfiore, voluta da Lionello nel 1447. Qualche fonte dice che Rogier aveva due scolari che lavoravano con lui a Belfiore : Angelo Parrasio e un certo Calasso. ( Relata refero). Ma su Rogier non ci piove: Rigore grafico, intensità sentimentale e gusto ferrarese! Che volete di più

19
mag

Riflessione sul giallo

scritto da Sergio, in: Giallo

(Una chiacchierata sui libri gialli più appassionanti. Non intendiamo vendervi alcunché. Rilassatevi)

 

Sommario.

L’autore mette in luce, tra i tanti, il particolare tipo di giallo ad enigma, strutturato, nel racconto, in modo da consentire al lettore, di partecipare all’indagine dell’investigatore.

 

Secondo l’autore questo tipo di giallo è diventato molto raro.

Il punto di partenza, la riflessione basilare è:

 

Le cose belle della vita non sono poi tante. Soprattutto nei momenti in cui ti manca una compagnia piacevole.

Se il tuo cellulare trilla di continuo, tra chiamate e sms, se non sai a chi dare il resto, lascia perdere: Rispondi al cellulare.

Se invece sei solo come un cane, ti senti giù e avresti tanto bisogno di tirarti su, in queste circostanze un libro può essere una grande risorsa.

Il suo maggior pregio è la capacità di rimuoverti temporaneamente dalla tua vita presente per trasferirti in una dimensione di fantasia, piacevole o in ogni modo diversa.

Non stiamo quindi parlando del libro per erudire o informare, ma del libro veicolo di fantasia.

Il libro funziona quando ti porta ad immedesimarti. Però va detto: Alcuni, piuttosto che immedesimarsi, preferiscono riconoscersi. Se sono sfigati, amano leggere di protagonisti sfigati.

 

Non io. Né come lettore, né come scrittore.

 

Se un libro ti offre un filo di speranza, una favola, un gioco, per me è da preferirsi a quelli che realisticamente ti illustrano i mali del mondo. Poiché già li conosci benissimo e ti affliggono. Specialmente se sei giù di corda. Poi, quando sei tornato in palle, affronti qualcosa di forte

Purché tu non sia quel tipo, che nell’ambascia, ci vuole inzuppare il pane.

Un’altra delle mie strambe opinioni personali fa del libro giallo un veicolo di fantasia più veloce ed efficiente di altri tipi di libri.

 

Ma i gusti sono disparati.

 

Poi, normalmente, sull’onda dei gusti personali, diversi perché derivati imperscrutabili del proprio vissuto, si abbatte il maroso della critica ortodossa.

Questa pretende di additarti la verità assoluta. Spesso invece persegue interessi di parte, commerciali e no.

Il giallo non è mai stato accettato in pieno nel genere letterario a dispetto delle sue mostruose tirature, o forse proprio per quelle. Anche se poi in esso, si sono cimentati: filosofi, poeti, scienziati, storici, economisti, critici, cantanti, biologi, magistrati, sceneggiatori, chimici, pensionati ed altri. Attratti dalle tirature.

A questo proposito, qualche tempo fa, un giornalista del Corriere della Sera, Ulderico Munzi, celebrava questa verità riportando che per il centenario della nascita di Georges Simenon, l’autore era stato assunto nel Parnaso dell’editoria francese, La Pleiade, ma non i libri del commissario Maigret. In altre parole, non i gialli, che a Simenon hanno dato diffusione mondiale e celebrità.

 

È come dire: Se un libro piace veramente, dal punto di vista letterario non può essere un granché.

 

Secondo voi quanti sono in Italia i lettori di gialli? Pochi? Tanti?

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Se si considera il numero di gialli recenti proposti in libreria, dovrebbero essere tanti. Personalmente, ne conosco pochissimi. È anche vero: Conosco pochissima gente che legge.

 

Ripeto spesso: I lettori sono una specie in via di estinzione. O meglio di mutazione, in quanto i lettori, ma anche i non lettori, si stanno trasformando in scrittori. Ovviamente nessuno li legge!

Se i lettori del giallo in genere, fossero pochi, quelli del giallo classico o giallo ad enigma, dovrebbero essere ancor meno, decisamente meno. Poiché questo sottogenere, presentando una certa complessità di lettura, può procurare il mal di testa ad un lettore dilettante.

Il giallo ad enigma è un avventura del pensiero, al contrario di tutti i sottogeneri narranti storie d’azione. Perciò inevitabilmente attrae soltanto un certo genere di lettore a cui piace il gioco mentale.

D’altra parte se indaghiamo sui gusti dei giovani lettori di gialli, tramite i blog o i “forum” dedicati al giallo, non emerge una preferenza per un sottogenere definito: Hard boiled, noirs, legal thriller, serial killer, historical thriller, c’è posto per tutti.

 

Secondo me, e non solo, non è detto che il giallo debba necessariamente essere realistico. Se è esclusivamente realistico è cronaca nera.

 

Piuttosto deve essere intelligente, rispettare la logica e per il resto dare corso alla fantasia. Comunque il requisito fondamentale è che risulti divertente, appassionante. Quantomeno per i lettori amanti del genere. Chi non si emoziona per eventi misteriosi, non dovrebbe leggere libri gialli. Viceversa, chi si emoziona, ma normalmente legge soltanto l’elenco telefonico e qualche volta, il manuale del cellulare, sappia di avere un vantaggio. Non ha gusti precostituiti. Questi molto spesso sono una palla al piede, perché ti costringono a leggere sempre le solite cose. Così, sprovvisto di handicap, potrebbe appassionarsi al giallo ad enigma.

 

Tra i tanti tipi di giallo, quello ad enigma è il giallo puro, classico, il più sofisticato. È strutturato su tre momenti:

Il Mistero, di solito uno o più delitti, di cui non si conosce l’autore, né si conoscerà fino alla fine del libro.

 

L’Indagine, rappresenta la parte prevalente del romanzo.

La Soluzione, tutto viene spiegato secondo i criteri della logica.

Tutto ciò che si discosta da questo schema, non è giallo ad enigma.

Risulta implicito nello schema:

 

Il colpevole non è esplicitamente noto, né è evidente chi sia: Altrimenti dove è il mistero?

 

L’indagine può essere movimentata quanto si vuole, ma rimane pur sempre un’ indagine.

 

La soluzione deve spiegare tutto, secondo i criteri della logica. Non sono ammessi interventi sovrannaturali o paranormali. La scoperta del colpevole tramite seduta spiritica, induce il vomito nel lettore.

Ogni sforzo di fantasia, ogni colpo di scena, ogni trucco è lecito, purché nel rispetto di questo schema.

 

Questo è il discorso dei requisiti minimi. Poi ovviamente si valuta la qualità o l’eccellenza, dipendente dall’intelligenza, l’innovazione e la fantasia.

Tutto a prescindere dalla qualità letteraria dell’opera, bensì facendo riferimento all’aspetto meramente tecnico, della struttura narrativa del giallo.

Sulla qualità letteraria dell’opera c’è poco da dire. C’è o non c’è. Ma ci può essere, come per qualsiasi altro prodotto dell’ingegno umano. Non penso che un romanzo debba necessariamente essere una rottura di coglioni poco comprensibile, per essere un capolavoro.

 

Che cosa si aspetta un lettore da un giallo ad enigma? Cha cosa si aspetti un lettore generico non lo so. Posso rispondere soltanto su ciò che mi aspetto io, se lettore. Tre cose: Un avvincente atmosfera di mistero, un sorprendente colpo di scena finale e la possibilità di partecipare al gioco dell’indagine

 

Dei gialli ad enigma una volta l’editore sottotitolava: ‹‹ Un libro che non vi farà dormire!›› Il lettore affascinato è insonne e non può smettere di leggere fino alla soluzione del mistero. Oggigiorno più di qualche casa editrice, sforna spesso volumi ad effetto decisamente soporifero.

 

Nel film “Hellzapopping”, di Henry C.Potter, con Mischa Auer e Ole Olsen del 1941, ‹‹ il lettore di libri gialli›› è rappresentato come un personaggio avviticchiato, in alto, su un lampione stradale acceso, che legge un libro, alla luce del medesimo, in una notte buia. Immagine comica, ma espressiva della fascinazione del lettore.

 

Pensate che la stessa iconografia possa, con realismo, parimenti illustrare il lettore medio, immerso nella lettura dei più celebrati capolavori della letteratura, dall’Ulisse di Joyce ai Buddenbrook di Thomas Mann?

 

Certo. Perché no? Basta un po’ di immaginazione.

 

Mi aspetto che l’autore abbia saputo creare una suggestiva atmosfera. Un delitto misterioso in un sonnolento condominio borghese del Trieste Salario, crea più atmosfera, dello stesso crimine commesso in un castello gotico della Transilvania, rischiarato dai fulmini, contro alberi scheletriti.

 

Sul voler creare un ambientazione di qualche interesse, gli autori non si risparmiano. A parte l’ambientazione, storica o storico-religiosa, tanto comune da costituire un sottogenere, quasi tutti hanno ormai adottato uno sfondo peculiare d’ambiente: il mondo degli stampatori e dei libri rari, il mondo degli antiquari, l’alta moda, le gare di sci, la vita di un commissariato, eccetera.

 

Ci sono poi coloro che per sfondo, adottano le problematiche sociali.

 

Questi io li trovo in assoluto, i più pallosi. Ma io non faccio testo! Personalmente ho sempre fatto una distinzione netta tra il libro che insegna o informa ed il libro che diverte. Da leggere in momenti e con stati d’animo diversi. Se il primo, risulta anche divertente, certo non guasta, purché abbia al contempo l’impegno, la competenza e lo spessore di un saggio. Per me, affrontare una problematica sociale sul piano aneddotico, non informa e neanche diverte.

 

Per quanto concerne la seconda aspettativa: Il colpo di scena finale, che sorprenda il lettore, non c’è dubbio: Gli autori ci provano tutti, in tutti i sottogeneri del giallo. Se poi ci riescono è un altro discorso. Oramai si è scritto di tutto.

 

La terza aspettativa e non di minor conto, è il gioco. Se è presente e piace, difficilmente altri tipi di libri, offrono un pari divertimento.

 

È il gioco di partecipare all’indagine. Vale a dire, pervenire ad una possibile soluzione considerando, opportunamente gli indizi contenuti nel corso della narrazione. Il lettore amante del gioco intellettuale trova proprio nella partecipazione all’indagine, la maggiore gratificazione offerta dal giallo ad enigma.

 

L’accusa più comune rivolta ai libri che consentono la partecipazione del lettore, da chi non li apprezza, è che trattasi di giochetti da giornaletto di enigmistica. Dipende dal libro. Non è così se questo si articola su caratteri e psicologie umane, ben raccontate. Soprattutto se poi piace a milioni di lettori

 

Va detto subito: Statisticamente, l’aspettativa che più frequentemente va delusa, è proprio quella del gioco. ( Quindi i detrattori non si devono preoccupare!)

 

Che un giallo ad enigma, offra al lettore la possibilità di partecipare all’indagine, non è un fatto casuale.

 

Poiché ogni narrazione non può essere totalmente priva di indizi, qualcuno potrebbe pensare che qualsiasi giallo offra questa possibilità.

 

Il lettore si mette di buzzo buono, si applica, si spreme e scopre la verità, come l’investigatore del libro. Le cose non stanno così!

In generale, in un giallo qualunque, il lettore, al massimo, può tirare ad indovinare..

 

Il “gioco” vero va progettato e realizzato dall’autore. Le prove, gli indizi devono essere creati, disseminati ed occultati nel mucchio dei non-indizi.

È un gioco sottile tra autore e lettore, giocato sul filo del: Te lo avevo detto, ma non ci hai fatto caso!

 

Costruire il “gioco”, in un giallo ad enigma è la più grossa fatica affrontata dal suo autore. Se dici troppo si capisce subito e non c’è gusto. Se dici meno del necessario, non c’è fair play.

 

Il maggior numero di gialli ad enigma, con il “gioco”, sono stati scritti tra le due guerre mondiali.

 

Agatha Christie, Ellery Queen, S.S.Van Dine, e pochi altri, hanno espresso il meglio del genere, con il più alto numero di opere conformi ai requisiti indicati.

 

È significativo che Conan Doyle, creatore di Sherloch Holmes, assurto oggi a paradigma di demiurgo dell’indagine indiziaria, in realtà non offre al lettore la possibilità di parteciparvi, ma soltanto quella di lasciarsela raccontare. Il “ gioco” è un’ evoluzione posteriore, nel percorso del racconto giallo..

 

Se prescindiamo dai classici dell’epoca d’oro del giallo ad enigma, in seguito, quanto spesso il mercato editoriale italiano ha offerto gialli aventi una struttura narrativa adeguata alla partecipazione del lettore?

 

Non pretendo di aver letto tutti i gialli pubblicati in Italia negli ultimi cinquant’anni, ma certamente ne ho letti molti.

 

Sicuramente ho letto tutti quelli i cui gli autori venivano etichettati come:

La nuova Agatha Christie.

 

Usando gli stessi metodi statistici dei sondaggi politici, disponendo di un campione esaminato, ben rappresentativo sul totale dei casi, possiamo ragionevolmente affermare: Sono stati assai pochi.

 

Poiché un esempio è più efficace di cento chiacchiere, citerò due titoli tra i pochi:

 

“ La donna della domenica” di Fruttero e Lucentini.

 

“ Un delitto fatto in casa “ di Gianni Farinetti.

 

Due splendidi gialli con il “gioco “. Autori italiani, in un genere in cui gli italiani sono sicuramente una minoranza.

 

Allorché acquistate in libreria un giallo, e ne volete uno con il gioco, vi trovate più o meno nella stessa condizione di quando siete al supermercato e volete acquistare una buona bottiglia di vino, (ma non qualcosa che già conoscete). Non ci sono garanzie. Anche se spendete parecchio, è possibile che acquistiate una bufala a caro prezzo. Anche perché il prezzo non è sempre garanzia di buona qualità e men che meno, di gradimento, in accordo con i vostri gusti.

Però parlando di gialli, c’è un caso in cui la disponibilità del “gioco”, non può dare adito a dubbi. È un caso raro, ma esistente. Quando l’autore lo dichiara esplicitamente, tramite una breve metacomunicazione con i lettori.. È nota come: La sfida al lettore. Per quanto mi risulta ciò accade soltanto in qualche romanzo di Ellery Queen. E questo per me la dice lunga sulla diffusione del “gioco”..

 

Al di là del concetto di sfida, in quanto è ovvio che l’autore preferisce che il lettore, anche se con qualche difficoltà, alla fine abbia successo nel gioco, il cartello, è importante perché fornisce due informazioni essenziali.

 

La prima: Il libro sicuramente consente il gioco: Lo garantisce l’autore.

La seconda: La posizione nel libro della Sfida a lettore, segnala a quale punto il lettore si deve fermare e cominciare a riflettere, se vuole giocare. Se leggesse oltre, troverebbe la soluzione e perderebbe l’opportunità.

Fin’ora ho espresso il concetto della partecipazione del lettore all’indagine ed il divertimento che ne consegue, con il termine:”gioco”.

 

Potrebbe risultare fuorviante e riduttivo. Dovrebbe essere evidente, che in realtà trattasi di una forma di gradimento intellettuale, non dissimile per certi aspetti, da quello fornito da una bella prosa.

 

Al di là del suo aspetto ludico, un bel giallo ad enigma può arrivare ad affascinare un ricercatore, un filosofo o uno scienziato, dotati di fantasia, quando costituisce un caso rigoroso, ma al tempo stesso dilettevole, di metodo abduttivo.Sono stupito di non aver mai trovato menzione di questa, a mio avviso sostanziale discriminante tra i gialli ad enigma, (Gioco si – gioco no), in nessuna delle numerose trattazioni e Storie del giallo.