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Archivio di 'Vino e cucina'

19
mag

La Pippa Cinese

scritto da Sergio, in: Vino e cucina

(Tanto per cambiare parliamo d’indagini e di libri gialli)

A voler essere maliziosi, si poteva dire: La vita del dottor Mezzanotte, era piena d’interrogativi. Non potevo affermare che fosse perseguitato dal mistero,  anche se dovevo riconoscere: Ne aveva avuto più del normale.

Ma il punto era: Con il mistero, lui ci andava a nozze. E non se ne perdeva uno, per piccolo o futile, che fosse. Doveva indagare e svelare il velato.

“C’è un’indubbia contiguità letteraria, tra l’indagine poliziesca, la soluzione d’enigmi e la cucina”, pensava Mezzanotte.

Le ricette della signora Maigret, le trippe “alla moda di Caen” e poi Fritz Brenner, il cuoco svizzero di Nero Wolfe e le sue cento specialità. Dalle animelle in salsa bèchamel con tartufi e cerfoglio, al pollo in fricassea con morilles.

Perfino tra Poirot e Japp c’era una simpatica querelle. Poirot se invitava Japp a pranzo, non rinunciava alle complesse alchimie dell’alta cucina francese. Japp era prosaicamente schierato sul tetro apprezzamento dell’orrida costoletta di montone ed il grosso boccale di birra.
 Così Mezzanotte fu toccato più da vicino da questo connubio, nello “strano caso delle Salsicce Mezzanotte”.

Il nome dell’autore di questa ricetta, suggeriva l’ipotesi dell’esistenza di un cuoco mitteleuropeo tra i suoi ascendenti.

Si trattava della famosa, prelibata pietanza, la cui formula, nel romanzo di Rex Stout, Alta Cucina (Too many cook), è invano bramata da Nero Wolfe.  Il rinomato buongustaio, deve risolvere il caso per ottenerla, alla fine, come onorario.
Mezzanotte è un sentimentale, anche se un sentimentale monotematico ( o vogliamo dire maniacale?).

Avviene che si compra la cassetta del Nero Wolfe televisivo:

“Salsicce Mezzanotte”, con Tino Buazzelli e Mario Ferrari, del 1971.

Nella confezione, c’è un opuscolo. Poche righe con qualche fotografia, sulla serie televisiva ed in particolare sull’episodio. Ma ci sono anche un paio di ricette. Una è quella delle Salsicce Mezzanotte.

La ricetta, di per se,  è cosa inaccettabile per grado di complessità.

Niente che possa interessare una famiglia. Tanto meno un single. Tutt’al più adatta ad un ristorante mitteleuropeo, che avesse necessità di riciclare avanzi di fagiano e di oca arrosto. Sostanzialmente si tratta di salsicce di carni prearrostite: Un terzo oca, un terzo fagiano, un terzo maiale. Il tutto in grasso d’oca.

Ma poiché il mistero è sempre dietro l’angolo, eccolo inciampare in  una  piccola incongruenza.

Tra gli ingredienti compaiono: trenta grammi di cioccolato!

Cioccolato nelle salsicce? Inusuale, anche se, di stranezze se ne sentono tante.

Dove sta il mistero?

Nella lista compare questo eccentrico ingrediente, ma poi nel procedimento di preparazione della ricetta, riportato sull’opuscolo, non si fa menzione dell’aggiunta e relativo processo del cioccolato.

Tutti gli altri ingredienti vengono nominati, ma il cioccolato no! Perché?

Cioccolato nelle salsicce è già abbastanza originale, in più perché non è nominato nel procedimento?

Grande assillo!

Una persona comune, anche se lo avesse notato, avrebbe concluso: Ciccia!  Ma non Mezzanotte.

La curiosità, meritevole di ben più pregnanti interrogativi, era stata risvegliata da questa incongruenza.

D’altra parte la sua capacità peculiare era proprio quella di osservare cose piccole e retroanalizzarle tramite ipotesi verificabili.

All’inizio Mezzanotte ebbe un rigurgito di senso comune e si mise su Internet per chiarire l’angoscioso dilemma: Cioccolato sì o no?

Ebbe un colpo di fortuna, perché ormai su Internet si trova quasi tutto. Ma evidentemente la materia dell’indagine era un dettaglio troppo trascurabile e l’angoscioso dilemma rimase tale.

Telefonare alla casa editrice e chiedere informazioni in merito, era fuori discussione. C’era da farsi prendere per pazzo.

Ma allora perché fortuna, se non aveva trovato nulla?

Semplice, perché ciò che lo allettava in realtà era l’indagine in se, e non la curiosità per la verità. Questa  sicuramente sarebbe stata banale.

Cominciò a riflettere osservando il frammento di carta su cui c’era la ricetta.

La casa di Mezzanotte straripava di libri, d’opuscoli, di CD, di DVD, di riviste, fino ad una severa compromissione dello spazio vitale.

Pertanto quale elementare strategia di sopravvivenza, si costringeva a gettare via quanto al momento non ritenuto essenziale, salvo  pentirsene amaramente in un secondo tempo.

Quindi aveva gettato via l’opuscolo dopo una rapida scorsa, strappandone il frammento che conteneva la ricetta delle Salsicce Mezzanotte. Ingredienti e procedimento di preparazione .Fissava con attenzione il frammento di carta gialla patinata cercando di spremerne ogni più recondito significato. Ma c’era poco da spremere: Cioccolato tra gli ingredienti; niente cioccolato nel procedimento. In questo microcosmo indiziario due sole ipotesi descrivevano in modo esaustivo tutto l’insieme, non lasciando alcuna possibilità residua: O il procedimento era lacunoso o il cioccolato non era un ingrediente.

Però su quale base propendere per l’una o per l’altra ipotesi?

Continuò la riflessione. Nell’occhiata veloce che aveva dato all’opuscolo, gli sembrava di ricordare una seconda ricetta, riportata sotto quella delle salsicce. Ma lui era stato colpito dal nome delle salsicce, non dall’estro culinario. (Anche se, in verità Mezzanotte cucinava niente male!).

Non gli ci volle molto per capire che quell’altra ricetta poteva essere l’unica fonte di ulteriore conoscenza del problema. Ma come fare ? L’opuscolo oramai faceva parte della raccolta differenziata dei rifiuti urbani ( nel senso di Urbe ) che pochi cittadini tenacemente perseguivano, ( la moglie di Mezzanotte) nonostante in TV avessero visto: Poi veniva un camion e caricava tutto insieme. Non c’era altra via, doveva comprare un’altra cassetta soltanto per esaminare l’opuscolo in toto.

Anche se un poco gli ripugnava. Si rendeva conto che queste sue manie erano un vizio e come tale andavano trattate, senza spendere soldi. Venne ad un compromesso, avrebbe fatto dono della seconda cassetta a suo fratello. Anche se suo fratello ostentava un vago disprezzo per i gialli, in realtà spesso li leggeva al cesso e comunque avrebbe apprezzato un vecchio serial d’annata.
Infine ebbe l’opuscolo tra le mani. Ricordava bene. Lo osservò con attenzione e fu in grado di esprimere un ipotesi solutiva ad alta probabilità.
Sotto la ricetta ed il procedimento di preparazione delle Salsicce Mezzanotte, l’opuscolo riportava un’altra ricetta di Nero Wolfe:

Crocchette di Castagne.  Anche questa ricetta, riportava tra gli ingredienti: trenta grammi di cioccolato.

Il dosaggio del cioccolato e la formattazione grafica della frase, era uguale a quella presente nella ricetta delle Salsicce Mezzanotte.

Però, al contrario del caso  delle  salsicce, nel procedimento di preparazione delle crocchette, il cioccolato era ben menzionato:

Grattuggiate il cioccolato

Soluzione (ipotizzata): Il cioccolato nelle salsicce non ci va. Si tratta di un refuso  tipografico!

Mezzanotte sospirò e concluse:

“Un piccolo mistero del c****!”

Postscriptum:

Dicesi pippa cinese: un rimuginare inquisitorio su un soggetto di poco conto.

10
mag

Ballata delle Piccole Cose

scritto da Sergio, in: Vino e cucina

Parlando di gialli, abbiamo necessariamente espresso dei gusti: Mi piace questo, non mi piace quello. Non si può evitare. Anche se poi non è che si arriva all’aliteia, al velato, svelato. Alla verità. Come si vorrebbe.

Dico sempre, a proposito della convivenza o anche della semplice amicizia: La differenza di gusti è molto più difficile da accettare e da gestire, che la differenza di opinioni.

In tutti modi questa volta basta libri. Parleremo di piccole cose , di cucina, di caffé, di vino. Cioè di gusti.

 

De gustibus….( Sui gusti…)

 

Mezzanotte uscì dal ristorante. Si avviò per il viale in lieve discesa, sotto i vecchi platani, verso un bar elegante, un po’ più in là.

 

Era fermamente convinto che, com’è difficile ottenere un buon pranzo in un bar, altrettanto difficile è ottenere un buon caffé in un ristorante. Dopo tutta una vita, di relativa indifferenza o scarsa attenzione, ora si era scoperto estimatore del buon caffé. All’occasione e nel contesto giusto, avrebbe potuto discettare di consistenza, corpo, aroma, rotondità e cremosità.  Ed altre fatuità. Contrariamente alle chiacchiere correnti, a casa, gli riusciva più buono che al bar. Dopo un discreto numero di prove sperimentali, aveva scoperto il segreto: La bontà del caffé dipendeva, da tre parametri, tutti scontati: la qualità del caffé, il rapporto acqua: polvere, e qualche volta dal tipo di caffettiera. Era quasi la scoperta dell’acqua calda. Ovviamente, anche in certi bar si poteva bere una cosa buona.  Ma esperienza ed attenzione, servivano. Al di fuori dei  noti templi romani del caffé, era opportuno far caso a quale  marca fosse in uso nel locale: La Super Miscela Ciofega ed il Cicorietti Gran Caffé, andavano evitati. Che poi la gente fosse convinta che il caffé al bar, è sempre e comunque più buono, non lo meravigliava affatto, poiché non aveva mai bevuto un buon caffé in casa di qualcuno.

Aveva mangiato bene: Tagliolini con i funghi porcini e rombo al forno con le patate. Quello era il suo ristorante favorito,  sebbene anche in questo caso, di solito, mangiava meglio a casa sua. Cucinandosi da sé. Riteneva il cucinare, un’arte gentile, divertente, ma anche un mezzo di sopravvivenza. Non si riconosceva meriti particolari. Dipendeva tutto dal suo vecchio mestiere, la chimica. Una scienza sperimentale.

Entrò nel bar, ordinò il caffé. Arrivò un tizio in camicia e pantaloni neri.

«Buongiorno!» fece il barista.

«Me fai un caffé al vetro?».

Mezzanotte ebbe un violento flash- back. Sentì la voce di suo fratello dire:

-    “De gustibus…”

Era quanto invariabilmente diceva se noi, sceglievano qualcosa di diverso da lui! Quando era molto giovane, accompagnava ogni sua manifestazione di dissenso dalle preferenze alimentari prevalenti, dei suoi fratelli maggiori, con quella frase.

 Si afferma che sui gusti ci sia poco da discutere. In altre parole non è bello (o buono) quel che è bello, ma è bello ciò che piace.

Per me, niente di più falso. Sarebbe come dire che, per l’estetica o soltanto per il buon gusto, non esistono canoni.

Se, per dirimere chi ha ragione, io oppure la vox populi, ci rivolgiamo alla filosofia, facciamo un buco nell’acqua. Molte illustri menti ci hanno provato invano. Per quel po’ che ho capito, l’unica conclusione certa è che, in merito, non si può raggiungere alcuna conclusione.

Però il consenso e pertanto il mercato, sbugiardano nella pratica d’ogni giorno, questa “non raggiungibilità” d’accertamento su ciò che è bello e su ciò che non lo è. Almeno in prima approssimazione. Altrimenti come spiegare: Invariabilmente le cose che mi piacciono, costano. Pura sfiga? 

Volendo filosofeggiare ancora un secondo: le cose belle costano, ma non tutte le cose che costano sono belle. Sembra che il prezzo, sia un elemento di giudizio necessario, ma non sufficiente!

Mio fratello, in età matura, era ( a parole) il più strenuo assertore della soggettività del gusto e della non accertabilità del bello e del buono Cosa che sul piano filosofico potevo condividere, ma su quello pratico molto meno.

 

La mia riflessione ha a che fare, con i pochi piaceri della vita e il bello e il buono, sono gran parte di questi piaceri.

Però, per apprezzare questi piaceri bisogna prepararsi, sperimentare, direi quasi studiare. Detta così sembra noioso e non lo è.

Questa pratica sperimentale è raccogliere informazioni per una scelta informata.

Chi di noi, dovendo rinnovare la lavatrice, non si documenta sui modelli disponibili e sui prezzi?

Allo stesso modo, ascoltando concerti e dischi, dal vivo o in qualsiasi modo, visitando musei, mostre, gallerie, pian piano, progressivamente e senza grande sforzo, ci si aprono piaceri prima negati e insospettati.

Ora, se qualcuno di noi ritiene che, il Paisiello sia un paesaggista napoletano dell’ottocento e poi un giorno passando per la via omonima, si nota che, essa è compresa tra viale Rossini e via Bellini  ci sorgerà il dubbio:

Ma G.Paisiello, non sarà stato  un musicista?

In questo caso non avremo problemi ad ammettere, che di musica non ne sappiamo molto.

Apprezzare come merita, il Preludio in do maggiore dal primo libro del Clavicembalo ben temperato, non è istintivo.

E parimenti non avremo difficoltà ad ammettere nostre debolezze nella conoscenza delle arti figurative. ( Il Pontormo non è un ponte sul Tevere, dopo ponte Marconi!)

Ma chi di noi sarà disposto a riconoscere, che non ha gusto nel vestire?

Che l’arredamento di casa nostra, nonostante una cospicua spesa, ricorda lo stile Unione Sovietica, prima della caduta del muro? O che i nostri gusti in fatto di cibo, sono rimasti alla pasta imbottita che ci faceva mamma?

Il mio amico Cinzio non mangia la pizza, non mangia mai formaggi, non mangia mai panini. Diciamo più semplicemente: Non mangia quanto non compreso in quello che gli cucinava la madre. Ormai ha settanta anni, un viaggio all’estero è per lui un calvario gastronomico; rischia la morte da inedia.

Quando vennero gli anni delle vacche magre, la Compagnia appaltò la fornitura dei pranzi di lavoro, per qualsivoglia tipo e livello di meeting, alla portiera dello stabile. La coppia, così raggiunse una condizione economica ragguardevole e si fece la monovolume. Durante questi pasti invariabilmente alcuni esclamavano: «Dio, come cucina bene questa donna!».

Costoro, per motivi di servizio e a spese della ditta, avevano accesso ai migliori ristoranti nazionali e internazionali.

Ora, anche io e in genere tutti, arrivavamo affamati a questi pasti, e io non sono il tipo, che sputa nel piatto dove mangia.

Però,  non trovavo il cibo particolarmente esaltante e pur gradendolo, lo percepivo in stile, con le tavole calde di periferia. O di quei baretti, da ticket - restaurant, in prossimità dell’ufficio, dove il gestore si è improvvisato chef.

E allora?  Entusiasmo da cibo gratuito o bocca buona? Allora dobbiamo considerare i pesanti condizionamenti che l’individuo subisce per opera dell’ambiente, sia nell’infanzia, ma poi anche nella sua vita da adulto.

La realtà sociologica attuale fa sì che le donne, mediamente, non sanno o non vogliono o non possono cucinare decentemente. Ciò fa la fortuna di molti ristoranti, trattorie e tavole calde, anche infami.

In altri termini, se tua moglie cucina da schifo, tu sei portato a essere di “bocca buona”.

Ho sempre stimato e apprezzato il mio amico Paolo, in particolare da quando mi ha confessato: «Io percepisco il cibo assolutamente pessimo e quello assolutamente eccellente, ma nel mezzo di questi estremi, faccio fatica a distinguere».

Questo genere d’ammissioni non è da tutti, parecchi non se ne rendono neanche conto e moltissimi non lo ammetterebbero mai.

Ho letto che Maria Grazia Cucinotta, in U.S.A. ha conquistato gli americani con la pasta al forno. Devo dire che la cosa mi ha sorpreso. Va bene che si tratta di stranieri, che normalmente mangiano assai male, ma se penso a tutte le cose semplici e meravigliose che si possono fare con la pasta, non posso condividere il loro entusiasmo, per la pasta al forno, che relego tra i piatti da tavola calda: Il suo maggior pregio è di non essere  un piatto espresso!

Lo trovo elaborato, spesso afflitto da un sapore di cacio cotto, e non mi cattura. Ovviamente è solo un’opinione personale.

A volte si sbagliano  cose semplici come un piatto di spaghetti. C’è una varietà di verdure e d’aromi, che ben si sposano con la pasta. Ma ci sono anche  sapori,  assolutamente incompatibili.

Ad esempio: L’origano, i capperi e il rosmarino.

Capperi e rosmarino vanno bene con molti piatti, ma mai con la pasta. Se qualcuno vi dirà che, sono così usati, in alcune cucine regionali, ( e nei sughi pronti!) non fatevi confondere. Le cucine regionali non sono il Vangelo gastronomico.. Bisogna distinguere il grano dal loglio.

Vista in positivo, la pasta si può condire in molti modi e mescolare gradevolmente con molte cose. Quanto però agli aromi e alle spezie compatibili con una buona pasta, esiste un numero piuttosto ristretto di cose che si possono usare.

Non vi dico niente di nuovo: Aglio, prezzemolo, basilico, cipolla (con molta moderazione), pepe e peperoncino.

Tutto il resto, nel genere aromi e spezie, non va bene!

Parlando di ingredienti, di cui ho visto far uso (purtroppo),  andrebbero evitati: Graveolenti ritagli di salmone, vecchie scorze di formaggio, aromi ed erbe miste (tipo preparati per arrosti), “biuster”, piselli di barattolo, uova sode, mozzarella, sottilette, vongole surgelate, avanzi di mortadella, grassi di prosciutto, cotiche e “grascia” di varia provenienza, o altri tipi di rifiuti domestici non riciclabili.  Non esagero, sono tutti casi reali. Un ultimo consiglio, non preparate la pasta al tonno aprendo una scatoletta, versandola nel sugo e poi scaldando il tutto!

In molti giureranno che, a casa loro, si faceva un timballo di pasta meraviglioso.

Forse qui siamo veramente nell’area del buono soggettivo, dove il buono universale, sancito dall’ampio consenso, torna a essere un’idea astratta.

Certo che queste disquisizioni sul cibo, sul che cosa è buono e cosa meno, vengono meglio a pancia piena, a digiuno si è più possibilisti.

Lucio Romualdi e Paolo Cinquescudi, verso i diciassette anni scapparono di casa. Si ritrovarono su un treno in fuga verso il Sud. Sul treno si scambiavano le confidenze sulle ragioni della loro fuga. Diceva il Romualdi:

«A casa mi trattavano proprio male. Pensa che mi davano spessissimo i carciofi. E io, se c’è una cosa che non posso soffrire sono i carciofi!».

Il treno ferma e i due acquistano un cestino da viaggio. Uno in due, poiché avevano pochi soldi. Dividono equamente. Per contorno c’era un carciofo. Fa il Cinquescudi:

«Beh! Questo allora lo prendo io, tanto tu…».

e il Romualdi:

«Aoh! Ma che sei pazzo!… a signò cià n’cortello?… a signò cià n’cortello?».

Quanto al vino, oggi ne parlano tutti. Uomini, (le donne sono più sobrie), la cui competenza enologica si limita a distinguere un secco da un abboccato, si improvvisano sommelier e la foga della discussione sale al salire del tasso alcolico nel sangue degli enoesperti. Queste dissertazioni possono avere esiti mortali, se poi ci si mette al volante. Ciò che sfugge ai pseudo esperti di vino è che l’esperto di vino è un non senso. Per capire questo fatto, è necessario sapere che il vino non  è qualcosa di costante, e sebbene i produttori tendono a standardizzarlo, in realtà non ci riescono mai completamente. Un sommelier è in grado di svolgere un lavoro competente soltanto se conosce bene tutti i lotti di bottiglie, disponibili nella cantina del suo posto di lavoro o man mano che arrivano. Li deve assaggiare tutti per conoscerli ed assaggiarli è l’unico mezzo. Non esiste un’ esperienza o una competenza pregressa del vino, che sia utilizzabile, senza prove pratiche. Sono tutti discorsi da caffé o speculazioni commerciali.

Il vino, senza eccessi, bevuto possibilmente in casa, è uno dei pochi piaceri della vita. Esaminiamo cosa è realizzabile e cosa non lo è.

Bevendo il vino responsabilmente, (cioè, non come se fosse acqua!) si matura un’esperienza, ed un crescente e qualificato apprezzamento.
Allo stesso modo che ascoltando musica o visitando musei, si abitua orecchio ed occhio e si acquista apprezzamento per la musica e per le arti figurative.

Serve un minimo di orecchio ed altrettanto un minimo di gusto e forse un minimo di occhio, cioè di innato gusto estetico e di memoria fotografica, affinché ciò che vedi possa lasciare qualche traccia in te.

Mi ricordo un episodio. Portarono in tavola del vino. Lo provai e chiesi se ci fosse anche qualcos’altro. Ne portarono un secondo tipo ed io decisi di bere quest’ultimo. Un commensale li assaggiò ambedue e disse:

-          Sanno tutt’e due di vino!

Potremmo concludere che a taluni la natura ha negato certi piaceri. C’è sempre un risvolto della medaglia. Chi non gode di certe soddisfazioni del gusto, soffre molto meno i sacrifici dietetici.

 Che cosa non è possibile?

Avendo nelle vostre mani una bottiglia di vino commerciale, regolarmente etichettata ma sigillata, non è possibile preconizzare con precisione assoluta, se il contenuto è buono o no.  Men che meno se risulterà di vostro gradimento. Neanche il prezzo è una garanzia assoluta. La bottiglia, superba alla nascita potrebbe aver subito una cattiva conservazione. Chiaramente se già ne avete bevuta una identica, ( quando dico identica mi riferisco al complesso dell’etichettatura), siete molto prossimi ad una ragionevole certezza.

In conclusione, toglietevi dalla testa che il fantomatico intenditore di vino, nelle stesse circostanze è in grado di dirvi se quel vino vi piacerà o no.

Di recente Berlusconi si è paragonato al Brunello di Montalcino. Una volta nel Texas, conobbi un collega che lavorava nei campi petroliferi. Di lui si diceva che fosse sobrio soltanto sul lavoro. Lo incontrai nuovamente ad un Corporate party, ed aveva un bicchiere in mano. Mi riconobbe,(spero) e mi disse:

-          Taliano…Brunello da Montalcino.

Il Brunello è forse il più famoso vino italiano e costa di conseguenza. Nei supermercati viene esposto in armadietti chiusi a chiave.

Io non l’avevo mai assaggiato (non sono Berlusconi!) fintanto che mio fratello me ne regalò un bottiglia. Non mi è piaciuto!

(Peraltro non mi piace neanche il Saint Emilion, né il Cabernet Sauvignon!)

Che cosa significa questa storia: Due cose molto importanti, conseguenti con quanto già detto:

-          Io ho bevuto un Brunello da Montalcino e non il Brunello da Montalcino, ( cosa che richiederebbe un notevolissimo impegno, anche economico!)

-          Potrebbe capitare, che determinati tipi di vini, anche rinomati, non incontrino il vostro gusto. Se li avete pagati una tombola vi piaceranno ancor meno, anche se magari mentirete nel merito, tanto per non passare da incompetenti

 

E adesso parliamo un momento della situazione più comune in cui normalmente vi trovate. Siete al supermercato e volete comprare del vino. C’è il problema della scelta. Che fare?

Per prima cosa decidete un  minimo ed un massimo da spendere. Il minimo serve. Se spendete troppo poco buttate i soldi. Però tenete presente che spendere troppo è altrettanto una stronzata. La sfida è imbroccare un buon rapporto prezzo/qualità. E’ però una strada irta di sofferenze economiche e palatali, perciò fornire qualche  tumb’ rule (regola del pollice), non è da buttar via, se almeno ci risparmia qualche sbaglio.

 

Mai giudicare un vino dal nome; il nome quando non è di fantasia, indica solo il tipo di vino.  Qualche volta indica il vitigno. A mio parere, serve solo a ritrovare un vino, che avete già bevuto e vi è piaciuto. In questo caso, memorizzate bene ogni particolare dell’etichetta. Soprattutto: produttore e anno di vendemmia. Ma il nome del tipo di vino, per sé, non da alcuna garanzia di qualità. Non indica qualcosa di definito. C’è Falanghina e Falanghina.

La seconda cosa da fare è leggere con attenzione l’etichetta. A parità di prezzo una Denominazione di Origine Controllata (D.O.C.) è in genere da preferirsi ad una Indicazione Geografica Tipica. (I.G.T.) I vini ad “Indicazione Geografica Tipica”, vanno presi con consapevolezza. Vale a dire se li hai provati e ti sono piaciuti.

L’etichetta a volte può contenere qualche informazione, che ti fa cambiare idea sull’acquisto. Se ad esempio leggete: “Una certa astringenza, dovuta alla carica tannica imponente…”  e non vi piacciono i rossi allappanti e amarognoli e bene lasciar perdere. Il tannino c’è in tutti i vini rossi, essendone un ineludibile elemento, è quindi, un discorso di quantità, d’intensità. Non deve essere troppo. Un vino di un bel rosso chiaro ne contiene meno. Io se mi trovo totalmente privo di punti di riferimento e non so a che santo votarmi rischio, anche perché mi piace cambiare. Rischio, usando un criterio geografico. Consiste nell’evitare il vino di certe regioni ( a meno di conoscerlo già, ma abbiamo premesso l’assenza di vini già bevuti.). In un supermercato romano io evito i vini laziali, umbri ed abruzzesi, perchè sovente mi hanno deluso. Va però detto che sono i più economici. Regioni benedette per il vino sono : La Campania, il Veneto, Il Piemonte, la Sicilia, La Toscana, La Puglia.

Apprezzare il vino buono, richiede educazione del gusto. Quando uno dei tanti americani della casa madre, arrivava in visita alla Compagnia c’era sempre qualcuno di noi, che secondo il reparto d’appartenenza, lo prendeva a balia e lo portava fuori a pranzo o a cena, nei migliori ristoranti. In genere si coglieva l’occasione per offrirgli ed offrirci, i migliori vini della lista. Nomi famosi, annate importanti.

Ricordo uno di questi, gran mente di chimica macromolecolare, che rimaneva assolutamente indifferente a vari assaggi. Tanto che alla fine, gli ordinai una CocaCola. L’assaggiò, guardò con attenzione la bottiglia e si mostrò pervaso da una forte emozione. Esclamò: ”Ma qui avete ancora Coca Cola Classic! Beati voi! Da noi, a Baltimora, è introvabile!

In Val D’Aosta. sulla via di Courmayeur, prima di Pre Saint Didier, c’è un paesetto che si chiama Morgex. Quando lo attraversammo in auto, Lei disse. -    “qui c’è il vino di cui parla Veronelli”.

Mi ricordai  allora, della storia (o è una leggenda?), di Veronelli, che nel corso di un’intervista, fu forzato a scegliere, un solo  vino bianco da salvare.

Veronelli affermò che avrebbe salvato il Bianco dell’abate di Morgex. Mi fermai, scesi e stavo per avviarmi verso un negozio d’alimentari. Ma mi sentii chiamare:

-     ”Guarda che quel vino, lo ha solo l’abate!”.

Cercammo la canonica e finalmente trovammo l’abate. Quando dissi che lo cercavo per il vino, si mise a ridere.  Disse che la cosa era diventata assurda, che riceveva richieste esorbitanti da tutto il mondo e che lui produceva soltanto seimila bottiglie l’anno. Pensai che la cosa si stava mettendo male.

Cominciammo a parlare come amici di vecchia data, mi spiegò che il vino proviene da un vitigno autoctono, coltivato a più d’ottocento metri. Quindi un unicum poiché, la vite difficilmente alligna, ad altitudini superiori ad ottocento metri. In conclusione mi diede quattro bottiglie. Sfortunatamente all’epoca non avevo ancora un gusto educato. In ogni modo lo trovai meraviglioso e differente da tutto ciò che avevo bevuto prima.  Per molti anni ancora, tentando di descriverne il sapore a chi non lo conosceva, affermavo che somigliava vagamente al Veuve Clicot Ponsardin, se ci levi tutte le bollicine. Sicuramente qualche esperto, che l’ha provato, resterà inorridito da questa descrizione.

Mi piange il cuore ed inorridisco a mia volta, al ricordo che due bottiglie, le conservai per le grandi occasioni.

All’epoca non sapevo nemmeno che, il vino bianco non regge l’invecchiamento.

La caccia al vino buono, è un piacere della vita, ma la caccia al vino buono che costa poco, può essere frustrante. Si scivola nel cosìdetto vino fatto con l’uva, comprato a grandi volumi, che perlopiù sarà magari fatto con l’uva, ma fa schifo.

Parlando di vino, mi viene in mente Rino. Era un ragazzo eccezionale. Prese la laurea in Ingegneria ed andò ad insegnare alla Columbia University. E poi dicono che non c’è, la fuga dei cervelli!

In meno di quindici minuti, m’insegnò a guidare il mio primo ed unico motorscooter: la Lambretta. Imparai così bene, che potevo guidarla anche con la febbre a quaranta!

Un giorno Rino fu invitato a pranzo da un amico. Portò  in omaggio, una bottiglia di Moscato d’Asti.

L’amico presentò Rino a suo padre e gli mostrò la bottiglia.

-         “ L’offre Rino!” -  disse al padre.

-         “Ah!”  – fece il padre – “Il famoso Loffrerino d’Asti!”

Ho nelle mie corde i sapori antichi, dei vini romani delle colline di sud-est: il Frascati, il Marino, il vino d’Ariccia, di Genzano, di Velletri.

Da Velletri la strada dei laghi porta a Roma, scavalcando queste colline. Spesso la prendevo per tornare a casa dopo il lavoro, sul finire del giorno. A quei tempi era facile che una “fraschetta” indicasse un posto con del vino buono. Avevo un posto favorito, dopo il primo quadrivio, la traversa a sinistra porta verso Nemi. Una piccola trattoria di campagna, molto mal ridotta, usa a veder clienti, solo nei giorni festivi. Un pergolato scheletrito, sulla sommità dell’orlo verde del cratere, si affaccia sullo “Specchio di Diana”, il lago di Nemi. Alle spalle lecci, roveri,  querce e in lontananza ancora qualche pino marittimo secolare, le chiome arrossate dal sole calante. Pane di paese, provolone piccante ed un vinello giallo carico, opalescente, fruttato e con un robusto retrogusto.

Per me, un vino ed un posto da meditazione. Purtroppo sono sapori scomparsi. Ma come e perché? I vitigni falcidiati dalla fillossera? Non lo so! Il Frascati d’oggi viene considerato un vinello,” un vino facile, beverino, un po’ molle nella sua piacevole aromaticità, ma non di grande considerazione”. E’ un’altra cosa.