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Archivio di 'Senza categoria'

11
set

Scarpe da tennis.

scritto da Sergio, in: Senza categoria

No. Non avevo intenzione di parlarvi di “Un paio di scarpe” ( da tennis, per l’appunto! ), il romanzo firmato nel 1931 dai cugini “Ellery Queen”. Anche se è un’ tipico giallo ad enigma, forse la famosa icona che andavo cercando. ed è anche un bel giallo, in barba ai critici.

No. Volevo solo fare una meditazione nostalgico-esistenziale sul tempo che passa, sulle cose che cambiano e su quelle che non cambiano. Su noi, se  anche con un certo rammarico, cambiamo. Come sottofondo musicale alla meditazione, ben ci starebbe ” As time goes by”  di Herman Hupfeld, sempre del 1931. Magari suonata e cantata da Dolby Wilson: You must remember this …

Si, il tempo passa e la vita cambia, ci piaccia o no. Quasi tutti se ne fregano, o almeno così pare. Poiché sembrano accettare tutto come inevitabile, come fosse una spontanea adesione, anche se il nuovo è decisamente peggio del vecchio. Non mi succede di percepire traccia di opposizione neanche alle mode più sconsiderate, tipo i pantaloni a vita bassa.  Eppure , forse sarebbe il caso , poichè, non vi illudete : non siete tutti Anna Oxa! Spesso meno di voi si vede, meglio è! Ma torniamo al tema.

Una volta le scarpe da tennis le portavano i giovani, perché costavano poco,  alte o basse che fossero. Erano di tela e di gomma, pertanto si compravano dalle Sorelle Adamoli, come tutto ciò che era di gomma. Quelli che praticavano il basket, le portavano alte.   Come  molti, che non praticavano un cazzo, ma volevano darlo ad intendere: Alte o basse, tutte indistintamente facevano puzzare i piedi. Palestre, club sportivi, piscine e qualsiasi luogo chiuso , dove i giovani si toglievano le scarpe,  erano ( e lo sono tutt’ora ) caratterizzate dalla puzza di piedi. Nelle case dove c’erano ragazzi giovani, non serviva chiedere quale fosse la loro stanza. Bastava seguire il naso. Poiché io, non ho mai avuto un’autentica passione per la puzza di piedi, usavo consolarmi con la riflessione che nella vita non si può avere tutto: La botte piena e la moglie ubriaca, il marito ricco ma anche giovane e bello, le scarpe economiche e profumate al gelsomino.

Il tempo passò e molte cose cambiarono. Purtroppo quando si hanno delle cose buone, si tende a dare per scontato che si avranno per sempre, come la giovinezza e il sarto che ti fa il vestito su misura ad un prezzo ragionevole. Con il sarto sparì il cappotto e poi l’impermeabile. Oggi si trovano solo nei romanzi. Addio tenente Sheridan! Oggi  se hai il cappotto e ti azzardi a metterlo, accadono cose imprevedibili ed inevitabili. La portiera sul portone ti domanda curiosa se stai andando ad un matrimonio. Diciotto comunitari o extra  ti chiedono l’elemosina chiamandoti: Capo. (invece dei soliti tre). Se sali su un autobus ti offrono subito un posto a sedere. Al super, ti fanno lo sconto del quindici (volpi grige) anche senza la carta Unika. Ti senti osservato ed in genere torni a casa e te lo levi. Così torni anche nell’anonimato.

Per il cappello, se parliamo di quello normale, da uomo, in feltro, ci vuole un discorso a se. Scompare misteriosamente con la morte di De Gasperi , l’ultimo che lo ha indossato. Da allora, in caso di pioggia repentina, si adottano (occasionalmente) diversi generi di copricapo. Ad esempio: Il cappello da muratore, ricavato dal fondo del sacchetto del cemento. Con la crisi edilizia si passa  al sacchetto di plastica nera, per la raccolta dei rifiuti urbani,, acconciato alla moda dell’afganistan. Oggi va il cappello da puffo. Non essendo water proof, si indossa con il freddo secco. Usato in Russia, come il colbacco di pelo, conferisce un look retrò, tipo Unione Sovietica ante caduta del muro. Devo dire:  Su base meramente estetica, preferisco il cappello da muratore.

Un caso bizzarro è quello dell’ombrello, rarefatto ma poi risorto. Era pressoché caduto in disuso, quasi che a Roma la pioggia fosse  un fenomeno astrale raro,  come la cometa di Halley e appannaggio ormai di pochi anziani. Così era invalsa la moda di fregarlo nei supermercati, ove qualche sprovveduto si fosse fidato di abbandonare il suo nel contenitore apposito ma incustodito. Il guaio è che ognuno guarda solo al proprio tornaconto e se ne fotte del prossimo. Io capisco che tu supermercato voglia evitare il paciugo derivante da ombrelli sgocciolanti. Ma allora  fornisci un servizio di guardia armata, provvista di contromarche. Mica siamo in Germania!     Poi però i cinesi produssero ombrelli a prezzi talmente irrisori da essere venduti nei mercatini da extra ambulanti insieme ai fazzoletti di carta e l’aglio rosso. Il crollo dei prezzi declassò il furto dell’ombrello al livello da  autentico morto di fame e mise fine (a dirla con Montalbano) a questa grandissima camurria!

Diverso destino hanno avuto le scarpe da tennis. Non solo non sono scomparse  ma anzi hanno assurto al ruolo di calzatura nazionale. Uso questo romantico appellativo, di sentore sportivo, per riferirmi a tutti i generi di scarpe, fabbricati con tessuto e gomma o altra plastica ancora più scrausa. Ci si potrebbe domandare cosa rende appetibile questo genere orrido di calzature. tutte indistintamente generatrici di fetore pedale. Non credo sia il prezzo. Secondo me c’è un aggettivo, che è stato accortamente veicolato dal marketing agli acquirenti: Scarpa tecnica. Ovviamente di tecnico, concernente il loro utilizzo, non c’è un cazzo di niente, ma la parola evoca un che di sportività per l’uomo della strada, mentre guarda la partita in televisione. D’altra parte si sa: La pubblicità conta sulle nostre illusioni. Tra le moderne scarpe da tennis , le “tecniche” sono decisamente le più antiestetiche, sopratutto nelle varianti multicolori. Ma non ce ne potrebbe fregar di meno. Con  il diffondersi della scarpa tecnica a più vasti strati della popolazione, la puzza di piedi non fu più una tipica prerogativa giovanile.  Ma non mi è ben chiaro se ciò venga percepito dagli utenti come un difetto o come un pregio.

Un terzo tipo di scarpe da tennis, sono quelle che io chiamo d’autore, perché portano le griffe del lusso e prezzi da paura. Per lo più questo tipo di scarpe accoppia il tessuto sintetico al pellanto. Il pellanto non si sa che è. Su internet (ricerca difficile) si sostiene trattarsi di un rifiuto dell’industria conciaria, potenzialmente classificabile tossico  e nocivo.   Conferito a titolo oneroso all’industria del lusso. Impiegandolo nelle calzature stile tennis, questa ne trae un modesto guadagno extra, non sufficiente a ripianare le perdite del settore, ( ove  ci fossero. Boh!) Le scarpe da tennis d’autore sono sicuramente meno brutte delle tecniche, perché molto simili  (A parte il pellanto) alle scarpe da tennis tradizionali, ancora largamente in uso. Però possono costare anche cinque volte tanto.  (Dico un numero a caso!) ed il piede ti puzza lo stesso o magari di più a seconda dei modelli. Non si può mai dire e forse anche questo, da qualcuno potrebbe essere percepito come un pregio. Non dovrei ma lo confesso. Ne ho un paio anche io. E ne ha un paio Ciuffo. nel suo colore preferito: il celeste bebi. Io ho una parziale scusante ed una aggravante. Le ho acquistate a saldo con il trentacinque di sconto … ma non gioco a tennis. Non so di Ciuffo. Quando successe la commessa del negozio disse:” Ne ha acquistato un paio anche mio marito. Ma non ha avuto il buon senso di aspettare i saldi. ” Aveva la voce triste: Non precisò se giocava a tennis. Il marito. Avvertii fortissima la sensazione di aver fatto una cazzata. Non serve dire che anche le tecniche costano una cifra  se sono delle marche predilette dai giovani ed altri omologati amanti del brutto.

29
set

Il Giallo ad enigma e gli altri.

scritto da Sergio, in: Senza categoria

Nella” Riflessione sul Giallo” ho fatto chiarezza ( e ne ho riscontro dai lettori del blog) sulla differenza fra due tipi di romanzi gialli, ambedue definibili: “deduttivi”.Tuttavia spesso mi prende la fregola di trovare un termine, una etchetta univoca, un nome per distinguere l’uno dall’altro. Suggerirei di chiamare “giallo ad enigma” il tipo che offre al lettore possibilità di soluzione. Ed invece “giallo classico”,l’altro. Simile in apparenza ma diverso nella sostanza, vale a dire insolubile  per mancanza di elementi probatorii.

A questo punto sono utili degli esempi e tanto più ce ne sono, tanto meglio.

Si può dire con buona approssimazione che Agatha Christie scrisse solo gialli ad enigma. E così i due cugini che si firmavano: Ellery Queen, ma soltanto finchè ambedue furono in vita e scrissero a quattro mani. Ma siamo sempre nel generico. Quindi, a scopo dimostrativo, andavo scartabellando i miei molti libri, cercandone uno, del periodo tra le due guerre, che fosse citabile come icona del Giallo ad Enigma.

Ecco, ho trovato! L’Enigma dell’Alfiere di S. S. Van Dine (lo dice la parola stessa!)  Però poi riflettendo mi sono detto: Sul web, di cazzate, già ce ne sono tante! E’ meglio rileggerlo. Ho fatto bene ! Da una rilettura, ho scovato soltanto due indizi: Uno è sì significativo,  ma l’autore lo offusca con una nuvola di chiacchiere a seminare dubbi sulla sua validità. Il secondo è addirittura “un’aringa rossa”, vale a dire una trappola per portare il lettore fuori strada. In conclusione: Non molto adatto come icona.

In compenso se prendiamo ad esempio i romanzi di Camilleri con Montalbano, ce n’è uno che sicuramente ha i requisiti per essere classificato giallo ad enigma ed è : “La Voce del violino.” Degl’altri non so dire, perchè andrebbero esaminati attentamente uno per uno. Sicuramente non lo sono tutti . Classificarli non ne vale la pena, poichè sono tutti abbastanza belli, con indizi o senza.

Ma non tutti sono Camilleri ed in giro ci sono parecchi libri deludenti. Non perchè siano scritti male, ma non sono appassionanti. Vi manca lo spirito del giallo. E se non c’è, non mi diverto.

14
set

Il gatto che non abbaiò.

scritto da Sergio, in: Senza categoria

” Bellino, bellino, prendiamocelo, prendiamocelo!” disse il ragionier Ernesto, allorchè Graziella Iaria, ” la calabrese”, fece il suo ingresso nella vecchia casa accarrozzandosi un gatto. (O meglio: una gatta!)

Ernesto aveva sempre detto di desiderare un gatto, e tutti gli avevamo creduto: “The importance to be Ernest!”  Ma sulla convivenza  nutriva illusioni basate su una fondamentale inesperienza: Vedeva solo il lato romantico. La realtà fu più cruda.

Al ragioniere non erano mancate le avventure. Si era fatta la prima guerra, cominciando come sottotenente di complemento nel nono reggimento fanteria, della brigata Regina. Quando salì sul treno che andava al confine, la banda dell’Esercito suonava:

“Ohi vita, ohi vita mia

ohi core de chistu core,

si stata o primme ammore

o primme  e l’ultimo sarai pe me!

Ridendo e scherzando si era fatto tutte e dodici le battaglie dell’ Isonzo. Rimediò anche una ferita da scheggia, (con pesanti conseguenze postume ),  una croce di guerra ed una medaglia di bronzo, che, dopo morto, ritrovai in un cassetto. Il nastro tricolore si era ingiallito! Ma non rimediò mai alcuna pensione, dimostrando che la patria non è un fiume per il suo popolo.

Nella seconda (guerra) era come la Cinquetti: “Non aveva l’età.” Ma si divertì lo stesso. Rifiutando di andare al nord con la repubblica, fu costretto a tornare al sud, al suo ufficio d’origine : Latina: ( allora Littoria). Moglie e figli a Roma.

Sbarco ad Anzio. Su Latina (sempre Littoria ):  Bombe,  granate,  cannonate, con aerei , cannoni, obici, mortai. Peggio che sull’Isonzo. Ciònonostante, quando il tempo lo concesse, tornò a casa a fette, con una marcia di aggiramento attraverso i Monti Lepini. Si gettava nei fossi, quando gli amichevoli aerei alleati scendevano a bassa quota a mitragliare i rari viandanti, per le strade delle montagne.

Lo vedemmo arrivare  magro, abbronzato, ringiovanito. Una coperta arrotolata ad armacollo, cappellaccio di feltro, (non da puffo!), tascapane e borraccia militare, piena di vino niente male: Rosso di Cori. Alla lontana, nel suo look c’era qualcosa di Gary Cooper, in ” Per chi suona la campana.”  Non aveva con se nulla di acquistato, tranne forse il vino il pane e il pecorino.Tutto ciò che non era già suo dei suoi scarsi averi, era stato conquistato sul campo. (Già allora gli acquisti erano depressi. La Confcommercio si lamentava.)

Ma torniamo alla gatta. Iniziò il soggiorno vomitando una palla di vermi. Il sentore di piscia di gatto, uno dei più penetranti tra gli odori, si aggiunse ai molti preesistenti nella vecchia casa. Per Ernesto ormai era il periodo del riposo del guerriero e cercava la pace.

Il fattaccio sopravvenne quando la gatta ebbe l’estro. Si contorceva inarcandosi e accompagnando il movimento con un continuo, aggricciante miagolio. Un suono stridulo, fatto di toni acuti come il gesso sulla lavagna, il trinciare lamiere di latta, il lamento delle anime del purgatorio.

Dopo settantadue ore senza requie, la situazione fu chiara: o lei o noi!

Fu espulsa con tacito, generale, consenso. Trovò comodo rifugio alla base del palazzo che,  in stile umbertino, (tetto di tegole e persiane ) offriva moleplici anfrattì. Sostenuta da cartocciate di pastasciutta, ebbe “love stories” con tutti i maschi del vicinato, producendo numerosa prole. Ma in seguito Ernesto, quando avrebbe potuto, non si prese mai più un gatto!

18
giu

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scritto da Sergio, in: Senza categoria

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2
apr

Amori Segreti

scritto da Sergio, in: Senza categoria

Gli italiani scrivono in molti. Diciamo: Il numero di quelli che scrivono ( libri o anche sui muri ) è troppo vicino al numero di quelli che leggono. La radice del problema non sta nei molti che scrivono (muri a parte), bensì nei pochi che leggono. Anche se ci sono delle attenuanti. Molti, troppi dei libri scritti vanno al macero. Non solo quelli di ignoti esordienti, anche quelli di autori noti.  Libri che ogni noto presentatore televisivo non manca di presentare. Gente nota. Magari non tanto per lo stile di penna, ma che non perde l’occasione di scrivere un libro. Bravi, ma poi chi li legge?

E’ un problema di iperproduzione. Come ci sono le Quote Latte, ci vorrebbero le quote libri. E le relative multe U.E.  Le marce di protesta,non disponendo gli autori di trattori, le potrebbero fare con i “carrellini gran vecchia”. (Quelli con cui si va al supermercato ). Intendiamoci non leggere non sempre è un male. Prendiamo ad esempio: i libri dei politici. Ragazzi! Siam pazzi? Ma sfondo una porta aperta.  Remainders e bancarelle ne son pieni. Un’ altra soluzione potrebbe essere: Scrivere libri divertenti. Così che tutti leggano. Anche se ci sarebbe pur sempre qualche difficoltà a trovarli nel mucchio.

Dei romanzi che vanno al macero molti parlano di donne. Gli amori degli autori. Veri o presunti. Nelle storie narrate c’è un fondo di verità, corretto da una robusta dose di fantasia. Il ” ciò che è stato” sfuma dolcemente nel” come si sarebbe voluto che fosse”. In questa messe di letteratura romantica c’è una lacuna. Qui si cerca di colmarla. I proto amori. Vale a dire gli amori silenti, mai dichiarati. Tipo Dante per Beatrice. Sempre che, confesso la mia ignoranza, il Dante si sia fermato al Dolce StilNovo e con la Betrice non ci abbia mai fatto niente di concreto. Va da se: La dizione proto amori è benevola, in quanto lascia supporre, come fu nel mio caso, che in seguito qualche schifezza si sia pur fatta.

Ad integrazione del discorso sull’amore, per meglio leggere storie basate sui ricordi, è bene dire qualcosa su come funziona la memoria. Un po’ perché viene meglio, ma anche per vizio. Io parto sempre ab urbe condita.

Noi pensiamo di tirar fuori i ricordi quasi l’avessimo registrati su un DVD e quindi riaverli integri, immutati da allora. Forse in stato ipnotico o per stimolazione cerebrale diretta , sarebbe così. Ma non è cosi se volontariamente sollecitiamo un ricordo. In tal caso i ricordi risultano inconsciamente riprocessati per opera delle nuove esperienze ed associazioni emotive. In più sono influenzati dallo stato d’animo del momento in cui li risvegliamo alla memoria.

 

L’universo femminile, si schiude all’improvviso come un magico fiore sconosciuto, in un microcosmo fino a quel momento popolato solo da madri, nonne,  zie,  sorelle e cugine. Prima della mia prima ragazza, non avevo avuto nessuna con cui uscire, ma di amori segreti, vale a dire non dichiarati, qualcuno l’avevo avuto. Forse più di uno. Ognuno di noi ragazzi aveva il suo amore segreto, che tale era, sopratutto nei riguardi dell’oggetto amato, mentre per gli altri … lo sapevano tutti! Il mio amore segreto “ufficiale” era Marinella , cugina di Firpo.

Era una ragazza bruna e snella. Nella mia esaltazione amorosa, non la vedevo come era, ma me la figuravo come Rebecca, nella descrizione di Daphne Du Maurier: Capelli neri lisci,viso da angelo del Botticelli. Da grande fece la hostess,quando la categoria rappresentava un élite, ma non tollerava l’altitudine. Sposò un giornalista e poi divorziò. Tutto come da copione per un amore segreto first class. Un giorno, sempre della prima giovinezza, Firpo mi disse: Non è degna di te!  Il che, qualsivoglia cosa significasse, sembrava riflettere critiche e pettegolezzi, interni alla sfera parentale. Probabilmente Marinella d’uomini ne aveva parecchi, come del resto tutte le ragazze carine, mentre le sorelle del Firpo piuttosto pochi. Questa affermazione di Firpo mi lasciò freddo. A me piaceva molto, e lo status della nostra relazione mi consentiva di essere tollerante. E poi avevo un idea confusa su cosa fosse degno di me. La mia storia con Marinella è fatta di niente.

Una volta venne a stare in casa di Firpo, ospite per un periodo di convalescenza. ( poi ditemi che non fa Dickens!) Io a casa di Firpo ci svernavo. Mi chiese dei libri da leggere, giacchè la “bibliotechina di tutto un po’” del cugino Firpo (lui la chiamava così ), faceva veramente schifo. Se ne fosse disfatto in un colpo solo, avrebbe temporaneamente peggiorato la qualità media dell’immondizia urbana. Desideroso e preoccupato di fare bella figura, invece di scegliere il libro in base al contenuto, scelsi in base all’aspetto e stato di conservazione. Quindi le portai un libro nuovissimo, con bella rilegatura in tela e cartolina profumata per segnalibro. Ma di autore sconosciuto , e contenuto dubbio, una cosa cioè a livello della biblioteca di Firpo. Marinella non era certo un’intellettuale. Tuttavia io ce la misi tutta per presentarmi non solo come un ragazzo insignificante, ma anche spendendo male i miei meriti, come un mezzo analfabeta. A parziale mia discolpa devo dire:  i libri che mi erano cari erano impresentabili per usura, dovuta a lettura e riletture.

Nel periodo di carnevale facemmo una festa a casa mia, genere mascherata tragica. E, caso unico, venne anche Marinella. Ero al settimo cielo e vedevo in questo evento una grande occasione. Come il solito parodiavo uno scozzese . Camicia kaki militare, originariamente di Firpo, temporaneamente mia per prestito d’uso a lungo termine, kilt di mia sorella, stivali del padre di Firpo. Non ricordo altro e se ho rimosso, non è buon segno. C’era abbondanza di cow-boys casarecci e da strapazzo. Ma ricordo la botta di sfiga. Marinella vivace o esagitata, saputo da non so chi, dell’esistenza di una sorella minore di Sergio, che se ne stava tranquilla da qualche parte. (1) animata da importuno attivismo irruppe nella sua stanza con un grembiulino ed una crestina, imponendo partecipazione e personaggio. ” Questo è il costume” vieni a ballare!” Mia sorella peraltro già abbastanza complessata di suo,reagì male all’irruzione di questa sconosciuta, per di più attraente, che gli stava dando implicitamente della colf. Allontanò Marinella con scarse formalità. (2) Oltre a non gradire la compagnia dei miei amici , penso che la sister considerasse ogni ruolo inferiore a principessa, come unvero e proprio insulto. Ancora oggi, se nelle mie rimembranze proustiane, mi accade di ricordare Marinella, mia sorella afferma con convinzione: “ era una stronza!”

Volendo a tutti i costi cercare qualcosa di giallo in questa storia, che di giallo non ha nulla, al massimo ha qualcosa di tragico, mi viene in mente l’identikit della ragazza “no chances”. Tanti anni dopo i fatti narrati, allorchè ebbi accumulato un numero di successi ed insuccessi con le ragazze, tale da consentire un minimo di statistica, mi inventai il profilo cioè l’identikit della ragazza con cui non avevo chances di successo.Il buffo era che gli elementi del profilo erano meramente fisiognomici altezza, colore occhi, colore capelli,  etc ( roba da carta d’identità e non magari connotati più sostanziali come:  un culo da sballo, due tette meravigliose, etc.).

In tutti i modi sembrerebbe più ragionevole pensare ci possa essere un determinato tipo psichico di donna (e non fisico) con il quale non ho chance di successo. Che poi a questo tipo psichico, corrisponda un dato tipo fisico, potrebbe discendere da un certo grado di dipendenza tra psiche e soma. Ma esistono altre possibilità: Mera coincidenza , una menata o più probabilmente: tutta una stronzata.

Firpo di amori segreti ne aveva quanto me, anzi di più. Andavano, venivano, tutti ugualmente vuoti di relazione e puro moto della fantasia. Il primo ricordo risale a quando giocavamo con i fucili a piumini. La prescelta si chiamava Renata e viveva nella casa con giardino, limitrofo a quello di Firpo. Io non l’avevo mai vista e neanche Firpo mi aveva detto granché. Un giorno mi trovai in un ruolo inusuale. Avevo circa tredici anni e soffrivo di asma bronchiale. Correre a perdifiato per ore, come gli altri bambini non mi si addiceva. Eppure stavo correndo nel Parco Virgiliano (oggi Parco Nemorense ) Ero stato coinvolto nei giochi capeggiati da una bella, ma veramente bella bambina.Grandi occhi azzurri, grosse treccebiondo svedese. Una meraviglia. Me ne innamorai perdutamente. D’altra parte, nel suo abbandonarsi completamente a giochi scalmanati con una masnada di pipilletti, mi era sembrato di aver destato interesse e sguardi diversi da quelli per gli altri bambini, con le tre o quattro cose dette in merito al gioco. Nei giochi la mia inventiva era fertile. A sera si fece accompagnare e quando la lasciai sulla porta di casa volle sapere il mio nome e mi disse il suo: Renata. Quando vidi la casa, compresi chi era. Era la Renata di Firpo, la figlia del generale! Provavo sentimenti conflittuali., poichè era l’amore del mio amico del cuore. Avviandomi a casa, mi sembrava così assurdo: Io avevo giocato con Renata un intero pomeriggio, mentre Firpo in concreto non le aveva mai rivolto la parola. Mi sembrava ingiusto. Nel tempo a venire non mi sono mai confidato con lui su questo episodio, temendo di ferirlo. Anche se in genere tra noi, non eravamo tanto delicati.

Un altro amore segreto di Firpo, fu una certa Sonia Coppola. Non cercatela su Facebook, non la trovereste. Una bella ragazza bruna, napoletana, un po’ pienotta. L’aveva conosciuta a Monte Sacro,dove abitavano gli zii di Firpo: Zio Temistocle, fratello della mamma,con la zia e tre figli: Marinella e due maschi. Gianni era il maggiore. Sonia faceva parte di un gruppo di ragazzi del quartiere, amici di Gianni. Quel giorno andammo in bicicletta a Monte Sacro a trovare Gianni. Scopo non dichiarato, rivedere e farmi vedere Sonia. Alla metà di maggio a Monte Sacro,che allora si chiamava Città Giardino, l’aria era piena di profumi.Era un quartiere di villette, due o tre appartamenti al massimo e tutt’attorno giardini. Pini,cipressi, tuje, edera, mimose, alloro e fiori. Il vento del mare spazzolava le rose rampicanti, i gelsomini, i glicini e le viole. Anche i tigli cominciavano a fiorire. Gianni era molto simpatico, uno spirito poliedrico, dalle mille attività ed interessi. Di preferenza extra scolastici, per cui, da lungo tempo, era studente fuori corso d’ Ingegneria. .Appena arrivati, Gianni ci presentò un suo amico, un certo Roberto. Anzi, andammo a casa sua.Roberto era un grosso ragazzone di pelo rosso. Grosso nel senso di grande e sovrappeso. Aveva tante cose belle per uno della mia età in un tempo in cui non girava una lira. Era appassionato di armi da fuoco. Poi andammo ad ammirare Sonia. Quando fummo nel gruppo degli amici di Gianni, l’accoglienza non fu delle più calorose. Tutti si comportavano come se non ci fossimo. Ci guardavano attraverso e d’altronde era logico. Dopotutto eravamo degli sconosciuti. Restammo un certo tempo a darci un contegno come due baccalà.  Forse Firpo si beava della vista di Sonia, ma io mi scocciavo da matti. Lei, improvvisamente si eclissò con un certo Attilio. Un paio di ragazze cominciarono a parlare tra di loro, con uno di quei cripto linguaggi fessi, talvolta usati dai ragazzini, all’epoca. Non era però difficile capire quello che dicevano. Una ragazza disse all’altra: Sofonifiafa èfè ifinnafamoforafatafa difi Afattifilifiofo! (3)  “Andiamo bene!” pensai tra me, ma non ero il solo ad aver capito l’antifona. Ce ne tornammo a casa con le pive nel sacco e con Firpo incazzato nero. Eppure, magia dei ricordi, se oggi mi capita di risentire qualcuno di quei profumi, mai dimenticati, volo come Superman a Monte Sacro a rimirare come un babbeo, con l’anima di Firpo, il fantasma di Sonia Coppola.

Anche dopo il primo, il secondo e magari il terzo amore con ragazze con cui ci fu corrispondenza di amorosi sensi, qualche amore silente continuò ad esserci. Se all’inzio c’era stata la ricerca dell’amore, poi ci fu quella della donna ideale. Sempre come fenomeno di gruppo. Successe che mi innamorai sul filobus,, da Termini a piazza Acilia. Lei scese a piazza Buenos Aires (piazza Quadrata ). Ed io dietro. Così vidi dove abitava. La cosa rimase lì e mi costò la scarpinata da piazza Quadrata a piazza Acilia.  Dopo un certo tempo dal colpo di fulmine, tempo ingannato studiando chimica, mi capitò fra le mani una rivista, forse un  fotoromanzo. Nella rubrica delle starlettes, mi sembrò di riconoscerla. Si chiamava Patrizia Mari. Dal poco detto nel trafiletto pareva non avesse fatto ancora niente di notevole, ma ci sperava.  Ritagliai la foto del giornale e la portai per un certo tempo nel portafoglio. In retrospettiva, sulla correttezza di quel riconoscimento, non avrei scommesso neanche una delle vecchie lire. Il contatto era stato breve ed io non avevo mai avuto una buona memoria fotografica.

Il secondo amore silente della giovinezza, fu un tantino meno virtuale, ma di poco. ( disse Mezzanotte ad un suo immaginario uditorio).

Questa volta mi innamorai nel mio quartiere,vicino casa. Con un abile ricerca, di lei riuscii a sapere indirizzo e nome: Maria Carla. Le scrissi una dopo l’altra tre lettere amorose anonime. Tre vomitevoli capolavori di romanticismo retorico o di retorica romantica. Anche se con lei mai mi palesai, non fu totalmente una fatica letteraria a vuoto. (Mi fossi fatto conoscere , non sarebbe stato un amore silente del genere qui narrato. Nel peggiore dei casi sarebbe stata: un andata in bianco.) Non fu a vuoto  perchè le utilizzai in successione con le mie tre fidanzate storiche, nell’ordine di comparizione. Non sono affatto cinico, i sentimenti furono sempre sinceri.  Anche uno dei miei migliori amici, di non facile penna le gradì e le inviò a suo nome, alla sua bella. Che lo conosceva sì, ma non abbastanza. Tra me e Maria Carla non ci fu mai alcun contatto diretto, però esisteva una liaison, una conoscenza comune. Si trattava di un tizio, più vecchio di me,che si professava cantante. Nè allora, ne adesso ho mai conosciuto cantanti, veri o sedicenti. Quindi lui era l’unico. Era un soggetto sempre un po’ sopra le righe, facile ai gesti plateali ed ad intonar arie, anche non richieste. Al minimo calo della temperatura atmosferica, raggiungeva gli amici al bar, con un foulard al collo. Un giorno,per accidente, il discorso cadde su Maria Carla, lui disse: ” Mi ha chiesto  se sono io a scrivergli delle lettere.”  Capii che era ora di smettere e la feci finita lì.  Più che una passione fu un fatto letterario.

Note :  (1) Si faceva i cazzi suoi, (2) La mandò a fanculo (3)  Sonia è innamorata di Attilio.

19
mag

L’Enigma dello scrittore, mai pubblicato (Anatomia di una vocazione)

scritto da Sergio, in: Senza categoria

 

Sommario

Sullo sfondo dello scenario italiano, dove molti scrivono (tutti i noti e molti, troppi ignoti) e pochi leggono, l’autore accenna al tormentato iter della sua vocazione letteraria. Tutta in salita! Una autentica arrampicata sui muri.

 

In principio era il Verbo. Subito dopo ci fu il Segno e pertanto il Libro. Il figlio della semiotica ed il sostegno della nostra incerta esistenza.

Se non sai cosa fare, cercati un Libro che te lo spieghi. E poi dimenticalo. Ma di che sto parlando? Be’, sto parlando di libri. O meglio, sto parlando di scriverli. Il primo problema di chi intende scrivere è che dovrebbe avere qualcosa da dire. Ma non sempre è così. In questo caso è istintivo parlare di sé. È un argomento che consideriamo invariabilmente irresistibile. Errore fatale.

Fortunatamente, fin dal primo momento non ho mai avuto una grand’opinione delle biografie. Men che meno delle autobiografie.

Più o meno, la storia di tutti è sempre fatta di lunghi momenti pallosi e di poche, brevi, botte di vita.

Non farei mai la cazzata di scriverne una. Non riuscirei mai a convincermi che ci si possa divertire a leggerla.

C’è qualcuno a cui piacciono le disgrazie ( altrui), ma le rotture di palle, non hanno pubblico.

Un altro problema da affrontare è il piano del discorso.

Il fatto di aver scelto la voce narrante, non vuol dire che questa, sono io. L’io, è un personaggio di fantasia come gli altri. D’altronde se fosse veramente me, sarebbe pur sempre un personaggio di fantasia. Se è vero che, ciascuno di noi è almeno quattro diverse entità: quello che sono, quello che penso di essere, quello che vedono gli altri, e quello che io penso vedano gli altri. Insomma un casino. Sono io? Non sono io? Non si sa. Meglio non saperlo. Forse per un personaggio di fantasia c’è più immedesimazione e meno competizione, invidia o disprezzo.

E questo è ciò che più di tutto desidero stimolare: l’immedesimazione. La molla dei romanzi d’avventura!”

Secondo quanto dice Robert Nozic: “…nulla di quanto dice l’autore, nulla che venga espresso in una postfazione o in qualcosa dal titolo Nota dell’autore, deve convincerci che c’è qualcuno che sta parlando seriamente e non in una fiction di prima persona.”

E così siamo arrivati alla materia del contendere, al chiarimento di base.

Questa, nel bene e nel male, è una fiction di prima persona! E vi dirò che detta così, nel bene e nel male, qualsivoglia cosa questa sia, già mi sembra un poco meglio!

Nulla è così come appare! Dietro ogni parola può celarsi il mistero o più frequentemente, secondo l’italico costume, il suo contrario.

Diciamola tutta, questo è un Mistero, per il quale, forse, il nostro eroe, il dottor Mezzanotte, non troverà soluzione!

 

Perché scrivono, gli scrittori? Domanda intrigante. (Perché, non mi faccio i cazzi miei?)

Non sempre, perché hanno qualcosa d’importante da dire! ( Ove mi considerassi uno scrittore, ciò sarebbe già ampiamente dimostrato!)

Poiché, a pensar male, come dice Andreotti, si fa peccato, ma spesso ci si azzecca, avrei detto: Scrivono per soldi!

(A proposito, sembra che il Senatore abbia chiarito che, questa celebre frase che gli viene, attribuita, è in realtà del Cardinale Vicario di Roma, negli anni Quaranta, Francesco Marchetti Selvaggiani.)

Se lo fanno per i soldi, significa che  sono disinformati.

L’autore percepisca soltanto un magro otto percento, sul prezzo di vendita: È ragionevole ipotizzare per un libro  piaciuto, senza sconvolgere il pubblico, una vendita di cinquemila copie, con un prezzo medio di quindici euro. (forse sono un ottimista!)

Se questi sono i numeri, lo scrittore per un libro incassa seimila euro.

Se ci riferiamo ad uno scrittore vivente, vuol dire che ci riferiamo a qualcuno,  mantenuto in vita da qualche altra forma di reddito. Questo, molto probabilmente genera un’ulteriore decurtazione da parte dello stato.

Pertanto lo scrittore di non-bestsellers, soprattutto se bravo, rientra a pieno titolo nel caso della gallina, che faceva le uova grosse, vale a dire: un notevole sforzo con un dato organo, per un compenso infimo.

Questa cosa, anche se la sanno cani e porci, è bene dirla, foss’anche a beneficio di un solo giovane, che abbia partorito l’insana idea di campare facendo lo scrittore.

Siamo dunque giunti, alla conclusione, che molti, degli scrittori informati, scrivono solo per autocompiacimento, sostenuto da  un effimero desiderio di fama.

Quelli poi, che dalla Garamond, sono spediti alla Manuzio, scrivono per pura vanità e a loro spese. (1)

Da un po’ di tempo scrivono tutti. Tutti i noti e molti ignoti.

Cosi grazie anche alla disaffezione degli italiani per la lettura, si è alterato il normale rapporto tra il numero degli scrittori ed il numero dei lettori.

E’ la stessa cosa che si è verificata, per la Previdenza in genere. Il numero dei paganti (lavoratori occupati) assimilabili ai lettori, è caduto, sotto una soglia fisiologica, nei rispetti dei percettori di pensione, assimilabili con gli scrittori.

Non c’è giornalista, attore, conduttore televisivo, esperto o sedicente esperto, di qualsiasi tipo, che non ha scritto un libro. Scrivono attrici, ballerine, comici, registi, calciatori, cuochi anche extra comunitari ( absit iniuria verbis) e detenuti di un certo rilievo mediatico. Scrivono indistintamente (purché superstiti), vittime e carnefici.

Scrive il papa ed i cardinali, scrivono i professori ed assistenti, libri per le scuole, costringendo le famiglie a ricomprare tutti i libri ogni anno. Soprattutto poi, scrivono i politici. Questi i noti.   Più una moltitudine di sconosciuti.

E allora? Non mi devo porre anche io, l’interrogativo che assilla in permanenza l’italiano medio?

-     “ Ma allora, io chi so’? Il più stronzo?”

Dovete convenire che questa è una conclusione inquietante,  alla quale è legittimo cercare di trovare sollievo.

Anche se poi, non rappresenta una tra le più nobili motivazioni alle lettere.

Finirò di frequentare bancarelle di libri a tre euro l’uno, e comincerò a scrivere.

Non avete l’idea di quanto una bancarella, da tre euro, rende giustizia di tanti scrittori, livellandoli con assoluta imparzialità. Vi ho visto libri di politici di prima grandezza e di prima e seconda repubblica. Di famosi scrittori e giornalisti.

Però, a volte, vi ho anche trovato  libri molto belli, come ad esempio:

”Otto piccoli porcellini” di Stephen Jay Gould.

E’un libro  di paleontologia, di fossili e di tante altre cose. Detta così  sembra assai poco invitante, invece è avvincente e con semplicità ci trovi raccontati alcuni grandi perché della vita. Purtroppo non tutti. C’è un piccolo pezzo, che mi piace citare, (anche se non dovrei):

“ A noi tutti capita a volte di pensare a ciò che potremo fare quando andremo in pensione, a progetti che possano restituirci i piaceri perduti della giovinezza, e alla felicità di riprendere ciò che dovemmo mettere da parte quando si presentarono le necessità pratiche di guadagnarci da vivere, di mantenere una famiglia. Un giorno, in un roseo futuro, dopo il millennio, tirerò fuori il mio vecchio album di francobolli…..”.

Così, io scriverò. (Niente francobolli!)

Aver trovato questo libro è stata una fortuna per me, ma l’ho considerato un affronto per S. Jay Gould.  Ed ho capito che prima le bancarelle vendevano l’usato, ora vendono l’invenduto.

Va bene e allora, scrivo anch’io, come s’era capito. Ma, scriverò soltanto per emulazione! Per spirito di servizio! D’altra parte se scrivono quasi tutti, mi sembra che ci sia poco di cui vantarsi. Ammetto di provare un certo imbarazzo, poiché consapevole di predicare bene e razzolare male. Dato che, (parafrasando Vivian Lamarque,) “oggi sarebbe più giusto chiedere l’autografo a chi legge libri, anziché a chi li scrive!”

Riflettendoci, penso che si possa anche scrivere per solitudine. Chi, non ha figli né nipoti, a cui raccontare le esperienze di una vita, tenta comunque di tessere un dialogo con degli sconosciuti lettori, che da questa esperienza potrebbero trarre beneficio. ( O magari una crisi depressiva!)

Se pensate che questa non é una ragione sufficiente per scrivere, figuriamoci se lo è per leggere!

Pensate quel che volete. Io, ostinatamente ed in buona fede, coltivo una piccola buona intenzione. Quella di dare un modesto contributo. Di ottimismo o almeno d’illusione.

Ma come? Con piccole cose, con piccoli trucchi. Provocando vecchi ricordi piacevoli, ricreando vecchie atmosfere, percorrendo itinerari mentali che probabilmente anche voi avete percorso, dando ingenui consigli di vita vissuta, e stimolando a piccoli piaceri: perché non v’illudete, i piaceri della vita sono, in ogni modo, pochi e piccoli. Un approccio minimalista!

Dunque se vi racconto che la stoffa del vestito l’ho comprata da Domandini a Via Fratina, non è per fare della pubblicità occulta, (ammesso che l’esercizio ancora esista).

O per fornire un dettaglio, di cui so bene che,  non ve ne potrebbe fregare di meno. Bensì per richiamare un ricordo: “ Domandini? Anche io, venti anni fa, ci comprai un Principe di Galles” Quelli si, erano giorni.

Oppure: “Domandini, Via Frattina, quasi angolo con il Corso?  Lì ci davamo appuntamento con Marisa, eternamente in ritardo. Quando finalmente arrivava, sapevo a memoria i prezzi di tutti gli articoli in vetrina.”

O anche: “Il tarlo della gelosia mi rodeva l’anima. Mi ero fissato che, Giovanna mi metteva le corna. Sospettavo  del proprietario del negozio di lampadari, sotto casa. Un giorno ignobilmente la pedinai. Attraversammo il centro. Entrò da Domandini, da cui uscì con un pacchetto. La sera a cena con mia gran vergogna, venne fuori una bella cravatta di cachemire, per la mia festa. Di cui mi ero scordato”.

Ricordi, atmosfere, esperienze e riflessioni, che riconoscete perché sono anche vostre.

Volendomi allargare da questo discorso elementare, ad uno più ambizioso, intendo affermare che, abbarbicandomi ai dettagli geografici o topografici, tediosi per chi è incapace di assorbire o di rivivere atmosfere, ma viceversa è avido di fatti, tento un’operazione di stimolo alla speranza.

Tento una goffa trasfusione d’ottimismo. (Siate preparati.)

Mi si perdoni l’ardire ed i paragoni poco rispettosi, ma i personaggi di Ionesco e di Samuel Beckett dove vivono?

Le strade in cui camminano, dove portano, come si chiamano? L’hotel, la casa, il giardino, la stanza in cui si muovono, dove sta? In quale città o villaggio?

E questi sono due autori, soprattutto Beckett, che con le loro opere esprimono la totale, tragica inutilità della vita umana.

E allora, meglio se cominciamo ad impossessarci del territorio, a dare valore alle piccole cose, ai dettagli, in modo che appaia: In tutti i casi, la vita merita di essere vissuta. Territorio significa riferimento a strade, piazze, campagne, fiumi, colline. E non qualsiasi stronzata, come nel burocratese.

Infatti, esiste la “Parigi di Maigret”  e ci fanno  visite tematiche guidate. Volumi sono scritti, per rivisitare Londra, sulle orme di Sherlock Holmes. Pare che, stare aderenti al territorio, sia una cosa che, funziona anche alle Regionali. Conserviamoci un filo di speranza!

Non so per quale associazione d’idee,  mi viene in  mente il mio vicepresidente.  In certi periodi, mi montavo la testa e mi abbandonavo a considerare:

“Nella compagnia io di solito, sapevo di che si stava parlando.”

Lui, mi citava Orazio: “Perché ti dici poeta, se nessuno legge i tuoi versi?”( ma sarà Orazio?)

In ogni caso una cosa mi è ben chiara: I lettori leggono per il loro benessere e non per quello degli autori. Lo dovrebbero tenere presente, autori e critici.

Il surplus di offerta letteraria, rispetto alla domanda fa si che gli editori difficilmente rischiano  su esordienti sconosciuti, indipendentemente dai loro meriti.

Ne deriva che, i già pochi lettori, afflitti perlopiù dalla grafomania dei soliti noti, diventano ancora di meno.

Matematicamente parlando, il numero dei lettori, nel tempo, è una funzione che tende a zero.

Gli editori, in un prossimo futuro, saranno finanziati dallo stato o dalle regioni, con un emendamento alla legge sul finanziamento pubblico dei partiti.

Gli scrittori esordienti, più irriducibili, allo scopo di essere pubblicati, tenteranno di rendere noto il loro nome, emulando le gesta della banda della “uno bianca”.

 

Dialogo letterario.

 

Incontrai Paolo, che ero incazzatissimo. Quando lo vidi, in fondo alla strada, cominciai a strillare:

S -    Bradh!….Bradh!…

P -    Ma che ti strilli? Ma che sei scemo?

S -    No, soltanto invidioso!

P-     Perché sei così nero?

S-     Perchè in Italia pubblicano sempre e soltanto i “soliti noti”.

P-     Mi sembra che lo dice anche Sgarbi! E’ uscito, in prima pagina, sul Corriere della Sera, un articolo a firma Paolo Di Stefano, intitolato: “Un popolo di Romanzieri. Da cestino.”

S -   E quale è la notizia?

P -  La prima potrebbe essere che c’è un numero abnorme d’italiani, che mandano i loro romanzi e i loro racconti alle case editrici, con la vana speranza che vedano la luce.

S -   L’avevo detto, che scrivono tutti! Ma, io mi riferivo ai “noti”! Abnorme quanto? Quanto sarebbe la norma? Quale è una percentuale normale?

P -  Questo non lo dice. Indubbiamente è difficile fare calcoli per quantizzare il numero degli scrittori abortiti. Ci vorrebbe un’inchiesta giornalistica, specifica.

S -    Non capisco allora, come fa a dire che è abnorme. Comunque il succo è che sono tanti, e questo lo sospettavo.

P -   La seconda notizia è che su questa strage di scrittori, una certa Silvia Pertempi, ci ha scritto un libro: “ Romanzi per il macero.”

S -    Un altro libro per il macero?

P -  No! A lei l’hanno pubblicato. Un conto è parlar di rogna, altro è grattarsela.  E poi può accadere che, la disgrazia di molti, diventi la fortuna di qualcuno. E’ immorale, ma è così. Pensa ai giornalisti, poveretti. Tutti i santi giorni hanno il solito problema. Oggi che cacchio scrivo? E poi, capita un terremoto!

S -   Va bene. Ma, l’autore chiarisce perché questi libri finiscono nel cestino? Quali sono i loro difetti, i loro limiti?

P -   L’autore, non so! Il libro non l’ho letto. Di Stefano non entra nel merito, del perché questi libri sono cestinati, ma azzarda una sintesi sociologica, di quella fetta della società italiana, molto consistente a suo dire, espressa dagli scrittori non pubblicati. E non è, che li tratti bene.

S -   La mia simpatia è tutta per gli scrittori! Non mi sembra che “scrivere”, possa essere considerata una colpa, in assenza d’altre aggravanti. Ricordo che Nizza e Morbelli, gli autori di riviste, famosi negli anni trenta, (e chi se li ricorda a parte me ?), esortavano così: ” Scrivete gente.  Se non avete idee, fatevele prestare dal vicino. Anche le idee del vicino, sono buone, pur di scrivere “. Però erano altri tempi!

P - Secondo Di Stefano ( o Pertempi ?), i romanzieri cestinati non esprimono ”spinte ideali verso valori religiosi, civili o politici.”

S -   E meno male! Altrimenti sai che palle! A me non sembra un difetto.  Siamo sicuri che, alla gente interessa leggere libri che le contengono?

P-  E lamentano che nemmeno esprimono  “precipizi, verso il degrado, la violenza, l’emarginazione”

S -   Ah! Come quelli della”uno bianca”! Lo dicevo che, per pubblicare, bisognava darsi più da fare!

P -   Porca vacca! Codesti scrittori, che pretenderebbero di essere pubblicati, sono pieni di difetti.  Sono insensibili alla realtà che li circonda, sono insoddisfatti di tutto e di tutti, e sono egocentrici.

Ciò non bastasse, gli scrittori cestinati, (ben gli sta!), sono anche laureati, stipendiati e prevalentemente settentrionali.

Non viene detto, ma si potrebbe pensare che, in qualche modo, c’entri Bossi.

S – Vedi, se ti accusano d’essere egoista, devono provare che concretamente, non tieni conto delle altrui esigenze  e diritti. Ci vogliono i fatti. Mentre, al contrario, non si può evadere da un’accusa d’egocentrismo, poiché è difficile stabilire dei parametri oggettivi, con i quali definire chi è egocentrico e chi no. Basta un pizzico d’individualismo e sei bollato.

 

Mentre mi allontanavo pensieroso, una gran moltitudine di scrittori non pubblicati, era uscita dall’ombra.

Piemontesi, Lombardi, Veneti, Liguri, Emiliani e Romagnoli, Toscani, ma anche Napoletani, Pugliesi e Siciliani, mi si accalcavano attorno.

E poiché avevo avuto una discreta formazione matematica, riuscivo perfino a distinguere nella folla, un fattore di Potenza.

Non avevo potuto leggere le loro storie, ma dai pochi indizi forniti dall’articolo del Di Stefano, qualcosa si era delineato e non ci sentivo sentimenti mediocri, ma solo frammenti di vita.

La vita è fatta di piccole cose.

Scesi da cavallo. Spensi il computer, accesi la scopa elettrica.

La poesia si ritrasse, davanti alla tecnologia!

 

Bibliografia

 

-          Umberto Eco, Il Pendolo di Focault, Bompiani, Milano, 2001

-          Robert Nozick, Puzzle Socratici, Raffaello Cortina Editore,1999

-          Stephen Jay Gould, Otto piccoli Porcellini, Bompiani, 1994

-          Paolo Di Stefano, Un popolo di romanzieri. Da cestino. (articolo) da Il Corriere della Sera.

-          Vivian Lamarque, Gentilmente, Rizzoli,1998