19
lug

L’avventura dell’Uomo di Tournai.

scritto da Sergio, in: Senza categoria

Ragazzi, giallisti, cibernetici spersi nello spazio virtuale, correte in farmacia. Compretevi pacchi di benzodiazepine perchè sto per propinarvi qualcosa che non vi farà dormire. Come i migliori i, gialli classici tra le due guerre.

Il concetto è sempre quello già enunciato per i libri (gialli): I piaceri della vita sono pochi. Se vi educate o venite in qualche modo stimolati, questi sono suscettibili di aumentare, ne nascono di nuovi. Altrimenti farete sempre le solite cazzate: la televisione, i video giochi e compagnia bella. Vale a dire le cose conosciute, quelle che fate adesso. Spesso vi domanderete: Che famo?

Prendiamo ad esempio il caviale. Se non lo avete mai assaggiato, all’improbabile occorrenza, vi sembrerà una poltiglia di palline gelatinose, nerastre e nauseabonde,che puzzano di pesce. Ammetto che non sarebbe poi un grave handicap, ma era solo un esempio. Si apprezza (lentamente), ciò che si conosce, magari dall’infanzia. L’apprendimento di cose nuove va fatto nel modo giusto, senza mollare alla prima difficoltà e con la consapevolezza che ne vale la pena. Oggi, più di ieri c’è molta disaffezione all’apprendimento in genere.  Per tutto ciò che sa di scuola. Quelli che non hanno voglia di fare (una mazza), abbandonano la scuola dicendo. Tanto anche se ti prendi una laurea, il posto fisso non lo trovi. Meglio andare a Londra, fare un corso di cucina, poi transvolare a New York ed aprire un ristorante. Già, meglio, ma i soldi? Mio cugino Ferruccio, in questi casi diceva:”"Sì. E poi ti svegli e ti trovi con la mano nel pitale! (1)”  Meglio studiare. E’ meno umido.

Ed ora fuori il rospo. Intendo parlarvi di Rogier van der Weyden, pittore fiammingo. Per forza di cose, mi rivolgo ad un pubblico limitato d’ipotetici lettori. Accomunato dalle seguenti caratteristiche: Non hanno mai mangiato il caviale, qualche volta leggono libri gialli. amano i videogiochi, sognano di aprire un ristorante a New York, studiano con sofferenza, ( oppure hanno già mollato) e non hanno mai sentito parlare di Rogier van der Weyden. Se non vi riconoscete in alcuna di queste tipologie, forse siete nel posto sbagliato. Almeno per il momento.

In questo blog, già altre volte ho scritto di varie ed eventuali ( come titola l’amministratore del condominio),

di cose che di giallo hanno poco, anche se a ben guardare qualcosa si trova sempre: libri (non gialli), vini rossi e bianchi,(ma non gialli), cucina ( ma non cinese). E allora perchè non di pittura? E’ un discorso di ” mi piace questo, mi piace quello” come per i gialli, senza foto. Una chiacchiera a secco. ( Solo testo, roba da gente che legge!) Dovete fidarvi. Poi, se sarete incuriositi a sufficienza, andrete a vedervi i quadri per i musei del mondo e avrete una cosa nuova da fare. Se non sarete incuriositi, resterete con i videogiochi ( o al massimo con i cruciverba). E non si tratta soltanto di aumentare i vostri piaceri, ma anche di fornire immagini alla vostra fantasia, se ne fate qualche uso. Inoltre sappiate: su talune ragazze Rogier van der Weyden fa più colpo di un paio di jeans firmati.

Tra i miei pittori italiani preferiti, molti sono del Quattrocento: Masaccio, Paolo Uccello, Piero della Francesca, Andrea Mantegna, Antonello da Messina, Giovanni Bellini, Vittore Carpaccio, Sandro Botticelli, il Perugino. (Questa lista non è una futile ostentazione di cultura, è una semina tra lo sparuto drappello dei miei lettori. Un sasso nello stagno,  hai visto mai …) Guarda caso, anche tra i miei fiamminghi preferiti, due sono del Quattrocento: Jan Van Eyck e Rogier van der Weyden. Ma non penso affatto sia un caso. Diciamo che il quattrocento è un buon … secolo.

E’ un vecchio amore. Nell‘Enigma di Ferrara avevo scritto:

“”Il sogno era stato molto nitido. Senza quell’effetto flou tipico dei sogni e dei quadri di P.P.Rubens e di Francisco Goya. Bensì a contorni ben nitidi come nel El Descendimiento di Rogier van der Weyden. Che fu presente a Ferrara al tempo di Lionello D’Este”"

Così sappiamo due cose su Rogier: grande nitidezza e coinvolgimento con Ferrara.

Che altro vi dico di lui? Sostanzialmente (bruttissima parola) vi dico quali sono tra i suoi, i quadri che preferisco e dove li potete vedere. Un informazione turistica … personalizzata. Magari si scopre che abbiamo gli stessi gusti. - Ritratto di Giovane donna. Berlino Staatliche Museen Gemäldegalerie Gli occhi della bella donna seguono l’osservatore, comunque si sposti. Vi sembra facile da fare? Alcuni dicono che la fanciulla ritratta sia la moglie del pittore: Elisabeth Goffaerth. Altri invece sostengono sia Nicole de  Bosquiel, detta La Castellana, una delle numerose amanti di Filippo il buono, duca di Borgogna. Immagino che assillo sia per voi l’ambiguità di questa attribuzione. Assillo per assillo, mi viene un dubbio: Castellana ovvero Chatelain. Mi sembra più un nome, un casato, che un soprannome. Ne riparleremo, se Dio vorrà.

Al tempo, il ducato di Borgogna comprendeva i Paesi bassi meridionali. ( Namur,Louxemburg, Limburg e Brabante) nonchè  i Paesi bassi del nord  (Olanda, Zelanda e Hainaut) Studiate ragazzi, studiate! Basta con le canne.

Quando andrete a Berlino e non ho dubbi: prima o poi ci andrete, (per viaggiare gli italiani non hanno bisogno né di stimoli ne d’informazioni) Andate a vederla alla Gemäldegalerie. Compratevi la guida. E che c’è sulla copertina della guida? Guarda caso: il nostro quadro. (Ve lo titolo in inglese, lingua che padroneggiate alla perfezione. Se no come fate ad aprire un restaurant a N.Y.? Portrait of a woman with a winged bonnet.)

E sì che alla Gemälde non è che mancano i capolavori. Vi suggerisco di comprarvi la guida, così eviterete figure di merda, simili a quella fatta da un gruppo di giovani che incrociammo per le strade di Arles, in Provenza. Poichè erano italiani, per la strada parlavano a gran voce, acciochè nessuno che capisse la lingua potesse perdersi le perle dei loro discorsi. Uno disse baldanzoso: “”E adesso andiamoci a vedere questo Van Gogh!”"

Purtroppo il tapino ignorava: Non c’è alcun quadro di Van Gogh ad Arles! Ci sarà rimasto male. Non starò a spiegarvi chi è Van Gogh, mi limiterò a ricordare: Visse un paio di anni ad Arles.

Torniamo a Rogier van der Weyden. Nel mentre lui dipingeva dannatamente bene splendidi ritratti e soggetti a carattere religioso (dovete sempre domandarvi: chi ha abbastanza soldi da pagare un grande artista?)  in Europa si combatteva la Guerra dei Cent’anni.

L’Inghilterra intendeva papparsi la Francia e c’erano quasi riusciti dopo la vittoria di Enrico V ad Azincourt. anche con l’aiuto dei Borgognoni. Ma avevano fatto i conti senza una contadina della Lorena, una certa Giovanna D’Arco. La donzella, alla testa di molti volenterosi incazzati, agli Inglesi gli fece un culo tanto, con o senza i Borgognoni. Tanto che liberò la Francia fino a Reims (terra di Champagne) abbastanza vicino alla Borgogna e consentì l’incoronazione di Carlo VII a re di Francia e fine della disputa dinastica.

I borgognoni catturarono Giovanna D’Arco e con il grande senso degli affari, tipico del paese, la vendettero agli Inglesi. Questi con elevato spirito religioso,(erano ancora cattolici), la bruciarono sul rogo. Non gli servì a niente, alla fine della Guerra dei Cent’Anni agli Inglesi in Francia restò solo Calais e gli occhi per piangere. Giovanna sul rogo profferì la celebre frase: “”Dio stramaledica gli Inglesi!”" ripresa poi da molti altri: Dai cinesi di Canton,da alcuni indiani,dal Capitano Nemo e da frange estremiste dell’I.R.A. Per Adrian ( il padrone del blog), invece la frase giusta è :”"Dio stramaledica l’Inglese. (lingua e materia scolastica).

Ma non divaghiamo, Rogier van der Weyden ( o detto alla vallone: Roger de la Pasture), era nato a Tournai, nell’Hainaut dell’attuale Belgio, non lontano dal confine francese e dalla città di Lille ( dove stava Van Eyck!). Tournai alla nascita di Rogier (1399) era la quarta città della Francia, ricca per la manifattura di arazzi e armature, godeva di un’ ampia autonomia amministrativa. Nel 1430 diventa borgognona. Rimane indipendente ma paga le tasse al duca di Borgogna. Va ricordato che il nostro è un artista del Quattrocento, perciò le notizie su di lui sono scarse, spesso incerte. I quadri non sono firmati né datati. Gli archivi di Tournai andarono distrutti nella seconda guerra mondiale, quelli di Bruxelles a causa di un bombardamento fracese nel seicento. Le trascrizioni parziali fanno più casino che chiarezza. Situazione ideale per un contesto Internet: ognuno può dire le cazzate che vuole!

Rogier non fece mai un suo autoritratto Invece il ritratto glie lo fece Cornelius Cort o Cornelio il Fiammingo, rendendogli un pessimo servizio.

Dice Alexander Duckers:”" Durante l’infanzia e la giovinezza di Rogier van der Weyden si verificarono alcune innovazioni nel campo della pittura, determinanti per l’evoluzione dell’arte occidentale.”"

Ciò ad opera di Van Eyck e qualche altro. Significa che tramite i colori ad olio, la rappresentazione del reale, fino ad allora primitiva e approssimata, diventa efficace e dettagliata. Se leggerete di Rogier van der Weyden lo troverete sempre in coppia con Van Eyck.

E.H.Gombrich, nella sua storia dell’arte, dice che Rogier ( come Van Eyck) “sapeva riprodurre ogni particolare, ogni capello, ogni cucitura.”" Ed inoltre : “”Egli conservò gran parte di quella tradizione di nitido disegno che avrebbe potuto perdersi sotto il peso delle scoperte di VanEyck.”"

C”è anche il problema della rappresentazione dei diversi piani dello spazio o sviluppo spaziale della scena. Le pale d’altare vanno viste dai fedeli  quindi la scena deve essere al tempo stesso visibile, imponente e naturale, non forzata o artificiosa. Raro equilibrio, difficile da raggiungere. Pur essendo magistralmente bravo a raffigurare il vero, Rogier non rimase mai schiavo di questa capacità, preoccupandosi soltanto che nell’insieme il suo manufatto: il quadro, risultasse bello. Ma lasciamo la storia e torniamo ai quadri:

  • Deposizione dalla Croce. Madrid Museo Nacional del Prado. E’ il quadro menzionato nell’Enigma di Ferrara (vedi prima)
  • Trittico dell’Annunciazione. Torino Galleria Sabauda. 2 pannelli laterali
  • Trittico di Santa Colomba. Monaco, Alte Pinakotek.
  • Ritratto di giovane donna. Washington,National Gallery
  • La Maddalena leggente. Londra, National Gallery frammento
  • Ritratto di Philippe de Croÿ. Anversa, Koninklijk Museum
  • Ritratto di  Uomo con freccia. Bruxelles, Musèe des Beaux Arts
  • Ritratto di Francesco D’Este. New York, Metropolitan Museum of Art.
  • Trittico Braque. Parigi, Musèe du Louvre.
  • Dittico di Vienna. Vienna, Kunsthistorisches Museum

Questi sono i preferiti, quelli da non perdere, ma non è che gli altri sono brutti. Rogier van der Weyden muore a Bruxelles il 18 giugno del 1464, dove è sepolto nella chiesa di Santa Gudula.(potete controllare). E allora?

E no! Di questi tempi, meglio essere prudenti. Questa è prova certa che quanto precede non è pubblicità occulta. Non sto segnalandovi i deliziosi acquarelli di di Don Ciccillo il Chianchiere, di Cocullo al Vesuvio, dal quale potrei ricevere a compenso qualche controfiletto! (Dagospia difficilmente s’interesserà di questo blog. Pazienza.)

La Guerra dei Cent’Anni mi ha richiamato alla memoria un fatterello del Liceo. Avevamo un professore di storia e filosofia, giovane e raro, cioè:bravo davvero. Di quelli capaci di renderti affascinante la materia che insegnano, anche tuo malgrado. E c’era un compagno di nome Testa. Non era soltanto un innocuo soggetto, occasionalmente o anche frequentemente impreparato. E chi non lo è stato? No. Interrompeva a sproposito, pontificava su cazzate, spesso disturbava, sempre con una certa prosopopea. Ma la cosa inusuale non è ciò. L’episodio in se sarebbe insignificante, se non fosse per il modo di parlare del Testa.  Aveva una voce profonda ed impostata, di timbro baritonale e di tono aulico. Sembrava Albertazzi che legge Margherita Yourcenar, anche se chiedeva soltanto: Che ha fatto la Roma? o un’altra minchiata qualunque.
Il professore scorreva il registro e noi tentavamo di nasconderci alla meno peggio, sollevando la tavoletta del banco. « TESTA, VIENI TU! » Testa andò, tradendo una certa riluttanza, ma giunto alla cattedra assunse una posa da tribuno. « Parlami della Guerra dei Cent’anni! » disse il prof.  Testa impassibile , sollevò fieramente   la medesima, qual Marcantonio sul feretro di Cesare. Sicuro, un po’ enfatico, esordì dando fiato alle sue polifoniche corde vocali. « Dunque … (pausa ad effetto) … La guerra dei Cent’Anni deve il suo nome al fatto che fu combattuta per cento anni. »  Il tono calò di colpo, il timbro si afflosciò, divenne un rauco sussurro… nella classe si sentivano volare le mosche. «Oddio! Non proprio cento anni esatti … poco più … poco meno … » Tacque del tutto. Il suo silenzio si protrasse fintanto che fu evidente: Non aveva altro da aggiungere. « Grazie Testa , ti puoi accomodare.» Testa si accomodò con un sorrisetto. Dopo alcuni minuti il professore disse: « Ragazzi, dite spesso che noi professori siamo delle carogne. Per una volta, voglio fare un gesto di democrazia assembleare. Non che mi piaccia quel tipo di democrazia! Date voi un giudizio sull’esposizione di Testa» La classe all’unisono: «Testa, sei una testa di cazzo!»  Durante la ricreazione, colsi l’occasione ed avvicinai il professore. « Prof - gli chiesi - perchè ha detto che non le piace la democrazia assembleare? » «Possono prevalere i più stronzi! »

Ma torniamo ancora a Van der Weyden. Non sono certo qui a sintetizzarvi le dotte disquisizioni dei critici per voi e per me, non tanto incomprensibili quanto pallose. Meglio un approccio empirico, a imitazione della gente del tempo, quando se lo trovava davanti all’improvviso. Toh! Bello questo Van der Weyden! E’ necessario chiarire un potenziale equivoco: vedere è meglio di leggere. Le arti figurative si godono vedendole e rimirandole, si godono con la vista come la musica si gode con l’udito ed il vino con il gusto. Leggere può servire solo di stimolo a vedere, a suscitare una curiosità, a focalizzare un’attenzione che rischia di disperdersi, ad introdurre un nome nella memoria che al momento di vedere si farà più attenta. Sarebbe stato facile inserire foto dei quadri di cui si parla. Molti lo fanno, fa più bello l’articolo, ma secondo me, meno efficace. Ci sono troppe immagini in giro.  Così la curiosità si sopisce, si appaga del surrogato e si finisce per limitarsi a guardare le foto. (Sarebbe come andare in fondo al giallo e leggere chi è il colpevole!)  Credetemi:  i quadri danno altre emozioni.

Per questo la storiella del Testa e la Guerra dei Cent’Anni,è un flop.  Perché il buffo stava tutto nella voce del Testa e quella non ho potuto farvela sentire. Con il Testa ci siamo persi di vista, ma una previsione mi sembra scontata: aveva una bella voce, parlava bene, non aveva nulla da dire, avrà fatto il politico.

Rogier si era stabilito a Bruxelles e faceva il ritratto all’aristocrazia della città, a quelli che se lo potevano permettere. Ma era scevro da servo encomio. Aveva un incarico onorifico, Pittore della città di Bruxelles, ma non aveva padrone. Era un free lance. Fece il Ritratto di Giovane donna , di Washington( National Gallery of Art) . Una roba da farti cadere gli occhi per terra. Una donna bellissima, un attrice. Ricorda Anna Falchi, prima di fidanzarsi con Max Biaggi. Gli esperti pensano sia Marie de Valengin, figlia illegittima del sovrano, Filippo II, detto Filippo il Buono, duca di Borgogna, conte della Franca Contea Artois e Fiandre. Marie de Valengin sposò Pierre de Bauffremont, signore di Charny, che fu Ciambellano di Filippo III.   Non sentì mai il bisogno di mettere il suo ritratto su Facebook.

Ma dov’è il giallo? Ho sostenuto che un pizzico di giallo,  di enigmatico, a ben guardare si trova sempre. E’ così. Prendiamo ad esempio il Ritratto di Giovane donna di Berlino.  E’ Nicole de Bosquiel, una delle molte amanti di Filippo III o è la moglie del pittore, Elisabeth Goffaerth? Abito e acconciatura mi sembrano troppo modesti per la favorita del momento, di un sovrano fastoso come il duca di Borgogna. Il velo è fissato con un semplice spillo, il vestito non è male ma non è nero, come amava il duca e di riflesso i cortigiani. ( e la maggior parte di quelli che vanno in televisione). Farsi fare il ritratto dal pittore massimo , non è come farsi fare uno scatto digitale da un amico con il telefonino (anche se ha più di cinque pixel). Non ci vai casual,  braghe corte e maglietta, (il massimo del cesso!)  Ti metti il vestito buono, quello per i matrimoni. Magari lui, ( il pittore massimo) ti dava un consiglio sul tuo look, se tendevi a farti delle illusioni. E poi c’è la storia del simbolismo. Se malgrado tutto restavi un cesso, ci metteva qualche teschio sullo sfondo a significare che eri un fenomeno transeunte.

Oltre tutto all’epoca presunta del quadro 1433 - 1435,  le cose per Filippo sono stazionarie. E vero che la contesa con gli armagnacchi in alleanza con gli Inglesi, gli era andata a schifio, ma lui con prontezza fiamminga, ribalta le alleanze. Si fa venire lacrime di coccodrillo per il rogo di Giovanna e fa il trattato di Arras con CarloVII, ormai vincitore. grazie a Giovanna. Ma torniamo al dipinto:

E’ vero, la donna mostra tre anelli: Una fedina con piccolo rubino all’anulare sinistro, altro anello sulla falangina (non Falanghina, non si beve) del medesimo dito, ( è in uso all’epoca,lo ha anche Philippe de Croÿ, vedi il ritratto ) ed uno sul mignolo della destra. (si intravede a stento.) Nei ritratti di Rogier bisogna guardare le mani. Ma non sono gioielli regali! Come ad esempio le grosse borchie d’oro della cintura rossa di Marie de Valengin. Sono cosucce che anche la figlia di un ricco calzolaio, poteva permettersi. Il calzolaio del Quattrocento in Borgogna, non va confuso con il ciabattino. Magari forniva scarpe e stivali al duca o era un mastro della sua corporazione artigiana, la Confindustria del tempo. Ricordiamo che il 27 giugno del1423,  a Tournai, i rappresentanti delle corporazioni artigiane, scesero in piazza armati (non con cartelli e slogan) reclamando di partecipare al governo della città. Il re di Francia, pro bono pacis, si affrettò ad accontentarli, ( tanto non gli passava alcuna indennità).

In conclusione propendo per l’ipotesi che la donna del ritratto, sia la moglie del pittore, ritratta probabilmente da fidanzata. Altrimenti avrebbe in evidenza la fede nunziale. I popoli del nord la portano a destra. Quanto al discorso: Poiché non mostra ritrosia nello sguardo, deve essere l’amante del sovrano, non mi convince affatto. Ma se guardava il fidanzato, famoso pittore, che le faceva il ritratto, perché nello sguardo doveva mostrare ritrosia, se mai qualche dubbio!  (Visto il ritratto di Cornelius Cort!)

Avevo deciso di darci un taglio ai commenti sui quadri preferiti, ma la vita riserba sorprese. Estote parati, dicevano nei boy scout. Mia moglie dice:« Ah! Ho capito. Sulle belle donne ti dilunghi ma sugli uomini niente male, sorvoli. Per amore di pace e memoria di Socrate ( La moglie Santippe, gli dava apertamente dello stronzo.) vi dirò quattro fanfaluche sull’Uomo con la freccia, L’Homme a la Fleche, che potete vedere a Bruxelles nel Musée des Beaux Arts. Non c’è dubbio, è un bell’uomo, genere Antonio Banderas. ( a parte il cappello rosso a cono, che forse l’attore non porta.) Guarda caso si pensa che sia Antoine … Antonio, il Gran Bastardo di Borgogna. Ma qui bastardo non è un insulto, non si riferisce al carattere, ma alla sua posizione dinastica: non è un erede legittimo. Era uno dei molti figli illegittimi di Filippo III, sua madre era Jeanne de Presle. Fu signore di Beveren, cittadina in prossimità di Anversa. Indossa nel ritratto, il collare del Toson d’Oro, ordine cavalleresco, creato dal duca Filippo. Toson d’oro significa Vello d’oro, rappresentato nel ciondolo e si rifà al mito di Giasone, eroe greco, che capeggiò la spedizione degli Argonauti. E fu anche amante di Medea che abbandonò e via con Euripide, Seneca e Corneille. Il collare era emblema di virtù cavalleresche, con protezione divina inclusa.

Antonio sposò Jeanne de Vieswville ed espletò funzioni militari e consiliari, meritando l’appellativo di Grande (cosa che non dicevano di tutti). I cavalieri insigniti dell’ordine del Toson d’Oro, viaggiavano spesso per partecipare a tornei. La freccia con cui è ritratto probabilmente ha a che fare con i tornei. Giudice di gara o trofeo vinto in un torneo di arcieri? Boh!

A proposito ho detto fanfaluche perchè su Internet c’è tutto e il suo contrario. Cazzate a iosa, gente che ha capito fischi per fiaschi e pontifica. Riciclo della medesima minestra.  Difficile discernere il grano dal loglio. (la zizzania, non l’extravergine!)

Basta! Se non vi ho convinto ad andare per i musei del mondo a vedere i quadri di Rogier van der Weyden, che da soli valgono la gita, non so che farci. Fatevi uno shampoo, come diceva G.Gaber in una famosa canzone. L’ultima cosa la dico più per me che per voi.: Rogier e Ferrara. (La città, non quello del Foglio)  Io per Ferrara ho una fissa, sono un patito, la considero Mia seconda patria. Ho quindi attenzione per quanto riguarda la sua storia.  Ferrara, avventure, amori, sfide, pericoli, misteri, dai Rampari di Belfiore al Po di Volano.  I momenti più belli della gioventù, I migliori anni della nostra vita. Ne ho fatto un romanzo … magra consolazione.

Rogier a Ferrara … è tutto un dubbio. Prove assolute che lui abbia dipinto in Ferrara, non ce ne sono. ma è sicuro che Ferrara lo ha accolto come un grande maestro ed ha pagato per i suoi quadri! Chiarisco il dubbio: ha dipinto i quadri stando a Ferrara o ha venduto quadri dipinti nelle Fiandre? Il punto è che Rogier usava tavole, tele,  pennelli e colori. Non faceva affreschi! Si dice che Rogier venne a Roma per l’anno santo nel 1450, fermandosi in varie città. Se qualcuna delle opere, andate tutte perdute, l’ ha effettivamente dipinta a Ferrara, per far quadrare i conti, ci  doveva esser già venuto in precedenza. Infatti Lionello D’Este aveva un trittico di Van der Weyden, che conservava nel suo studiolo. Questo trittico fu visto nel 1449 , da Ciriaco D’Ancona, epigrafista e svariate altre cose. quindi doveva essere stato dipinto in precedenza. C’è anche notizia di lavori di Rogier, nella Delizia di Belfiore, sempre per il marchese Lionello D’Este e sempre oggi perduti. Ma anche qui rimane il dubbio: Dipinti a Ferrara o nelle Fiandre?  Qualcuno si chiederà: Ma che ti frega, qual’è la differenza? Be’ per me la differenza c’è. Ma per voi è giusto che non ve ne possa fregar di meno.

Molto bello è anche il Ritratto di Francesco D’Este, del Metropolitan Museum di New York. ( Con una botta sola, potreste aprire il restaurant e vedere il quadro.) Questo Francesco D’Este era il figlio naturale di Lionello, signore di Ferrara dal 1441 al 1450, ( E si vede dalla somiglianza con il ritratto del marchese, del Pisanello). Fu inviato alla corte del duca di Borgogna per ricevere un educazione aristocratica. E forse anche militare. Decise alla morte del padre di rimanere nelle Fiandre. Se ci rimase a vita o tornò a Ferrara per farsi frate, è controverso. Sta di fatto che il suo fratellastro Niccolò, benché erede legittimo di Lionello, fece una brutta fine. E’ vestito alla moda della corte borgognona e dall’età mostrata nel ritratto si pensa che il quadro sia stato commissionato da lui stesso verso il 1455 - 1460. O tornò o restò, se ne stette quieto. Aveva capito che non era aria. E’ un personaggio senza storia.

Nella rete ci sono molti articoli su Rogier van der Weyden, se li cercherete vuol dire che siete incuriositi. Come nel Gioco delle Parti di Pirandello,io ho definito la mia: ho detto per chi ho scritto. Per tutti gli altri cibernetici dispersi  absit injuria verbis.

(1) Vaso, progressivamente in porcellana, ferro smaltato e volgarissima plastica. ( Decadimento del gusto) Per la pipì notturna. Detto anche Vaso da notte. Oggetto un po’ retrò, al contrario della pipì notturna che invece è attualissima!

Postscriptum

Aggiungo qualcosa solo per quelli che la pensano come me su Ferrara ( parlo sempre della città).  Ciriaco D’Ancona si chiamava Ciriaco Pizzecolli, ed era archeologo, umanista, epigrafista e viaggiatore. L’epigrafe è la citazione in versi o in prosa all’inizio di un opera o di una sua parte. Epigrafista è uno che si occupa di queste stronzate.  Oggi, vigliacca se c’è un solo autore che non mette un epigrafe avanti a ciò che ha scritto. Io stesso non sono meglio. Nell’Enigma di Ferrara ho epigrafato un cosa da Beppe Severgnini: Chi scrive chiaro, sa scrivere! Lo studiolo di Lionello D’Este era uno degli ambienti della Delizia Estense ( una palazzina ) di Belfiore, voluta da Lionello nel 1447. Qualche fonte dice che Rogier aveva due scolari che lavoravano con lui a Belfiore : Angelo Parrasio e un certo Calasso. ( Relata refero).  Ma su Rogier non ci piove: Rigore grafico, intensità sentimentale e gusto ferrarese! Che volete di più

2
apr

Amori Segreti

scritto da Sergio, in: Senza categoria

Gli italiani scrivono in molti. Diciamo: Il numero di quelli che scrivono ( libri o anche sui muri ) è troppo vicino al numero di quelli che leggono. La radice del problema non sta nei molti che scrivono (muri a parte), bensì nei pochi che leggono. Anche se ci sono delle attenuanti. Molti, troppi dei libri scritti vanno al macero. Non solo quelli di ignoti esordienti, anche quelli di autori noti.  Libri che ogni noto presentatore televisivo non manca di presentare. Gente nota. Magari non tanto per lo stile di penna, ma che non perde l’occasione di scrivere un libro. Bravi, ma poi chi li legge?

E’ un problema di iperproduzione. Come ci sono le Quote Latte, ci vorrebbero le quote libri. E le relative multe U.E.  Le marce di protesta,non disponendo gli autori di trattori, le potrebbero fare con i “carrellini gran vecchia”. (Quelli con cui si va al supermercato ). Intendiamoci non leggere non sempre è un male. Prendiamo ad esempio: i libri dei politici. Ragazzi! Siam pazzi? Ma sfondo una porta aperta.  Remainders e bancarelle ne son pieni. Un’ altra soluzione potrebbe essere: Scrivere libri divertenti. Così che tutti leggano. Anche se ci sarebbe pur sempre qualche difficoltà a trovarli nel mucchio.

Dei romanzi che vanno al macero molti parlano di donne. Gli amori degli autori. Veri o presunti. Nelle storie narrate c’è un fondo di verità, corretto da una robusta dose di fantasia. Il ” ciò che è stato” sfuma dolcemente nel” come si sarebbe voluto che fosse”. In questa messe di letteratura romantica c’è una lacuna. Qui si cerca di colmarla. I proto amori. Vale a dire gli amori silenti, mai dichiarati. Tipo Dante per Beatrice. Sempre che, confesso la mia ignoranza, il Dante si sia fermato al Dolce StilNovo e con la Betrice non ci abbia mai fatto niente di concreto. Va da se: La dizione proto amori è benevola, in quanto lascia supporre, come fu nel mio caso, che in seguito qualche schifezza si sia pur fatta.

Ad integrazione del discorso sull’amore, per meglio leggere storie basate sui ricordi, è bene dire qualcosa su come funziona la memoria. Un po’ perché viene meglio, ma anche per vizio. Io parto sempre ab urbe condita.

Noi pensiamo di tirar fuori i ricordi quasi l’avessimo registrati su un DVD e quindi riaverli integri, immutati da allora. Forse in stato ipnotico o per stimolazione cerebrale diretta , sarebbe così. Ma non è cosi se volontariamente sollecitiamo un ricordo. In tal caso i ricordi risultano inconsciamente riprocessati per opera delle nuove esperienze ed associazioni emotive. In più sono influenzati dallo stato d’animo del momento in cui li risvegliamo alla memoria.

 

L’universo femminile, si schiude all’improvviso come un magico fiore sconosciuto, in un microcosmo fino a quel momento popolato solo da madri, nonne,  zie,  sorelle e cugine. Prima della mia prima ragazza, non avevo avuto nessuna con cui uscire, ma di amori segreti, vale a dire non dichiarati, qualcuno l’avevo avuto. Forse più di uno. Ognuno di noi ragazzi aveva il suo amore segreto, che tale era, sopratutto nei riguardi dell’oggetto amato, mentre per gli altri … lo sapevano tutti! Il mio amore segreto “ufficiale” era Marinella , cugina di Firpo.

Era una ragazza bruna e snella. Nella mia esaltazione amorosa, non la vedevo come era, ma me la figuravo come Rebecca, nella descrizione di Daphne Du Maurier: Capelli neri lisci,viso da angelo del Botticelli. Da grande fece la hostess,quando la categoria rappresentava un élite, ma non tollerava l’altitudine. Sposò un giornalista e poi divorziò. Tutto come da copione per un amore segreto first class. Un giorno, sempre della prima giovinezza, Firpo mi disse: Non è degna di te!  Il che, qualsivoglia cosa significasse, sembrava riflettere critiche e pettegolezzi, interni alla sfera parentale. Probabilmente Marinella d’uomini ne aveva parecchi, come del resto tutte le ragazze carine, mentre le sorelle del Firpo piuttosto pochi. Questa affermazione di Firpo mi lasciò freddo. A me piaceva molto, e lo status della nostra relazione mi consentiva di essere tollerante. E poi avevo un idea confusa su cosa fosse degno di me. La mia storia con Marinella è fatta di niente.

Una volta venne a stare in casa di Firpo, ospite per un periodo di convalescenza. ( poi ditemi che non fa Dickens!) Io a casa di Firpo ci svernavo. Mi chiese dei libri da leggere, giacchè la “bibliotechina di tutto un po’” del cugino Firpo (lui la chiamava così ), faceva veramente schifo. Se ne fosse disfatto in un colpo solo, avrebbe temporaneamente peggiorato la qualità media dell’immondizia urbana. Desideroso e preoccupato di fare bella figura, invece di scegliere il libro in base al contenuto, scelsi in base all’aspetto e stato di conservazione. Quindi le portai un libro nuovissimo, con bella rilegatura in tela e cartolina profumata per segnalibro. Ma di autore sconosciuto , e contenuto dubbio, una cosa cioè a livello della biblioteca di Firpo. Marinella non era certo un’intellettuale. Tuttavia io ce la misi tutta per presentarmi non solo come un ragazzo insignificante, ma anche spendendo male i miei meriti, come un mezzo analfabeta. A parziale mia discolpa devo dire:  i libri che mi erano cari erano impresentabili per usura, dovuta a lettura e riletture.

Nel periodo di carnevale facemmo una festa a casa mia, genere mascherata tragica. E, caso unico, venne anche Marinella. Ero al settimo cielo e vedevo in questo evento una grande occasione. Come il solito parodiavo uno scozzese . Camicia kaki militare, originariamente di Firpo, temporaneamente mia per prestito d’uso a lungo termine, kilt di mia sorella, stivali del padre di Firpo. Non ricordo altro e se ho rimosso, non è buon segno. C’era abbondanza di cow-boys casarecci e da strapazzo. Ma ricordo la botta di sfiga. Marinella vivace o esagitata, saputo da non so chi, dell’esistenza di una sorella minore di Sergio, che se ne stava tranquilla da qualche parte. (1) animata da importuno attivismo irruppe nella sua stanza con un grembiulino ed una crestina, imponendo partecipazione e personaggio. ” Questo è il costume” vieni a ballare!” Mia sorella peraltro già abbastanza complessata di suo,reagì male all’irruzione di questa sconosciuta, per di più attraente, che gli stava dando implicitamente della colf. Allontanò Marinella con scarse formalità. (2) Oltre a non gradire la compagnia dei miei amici , penso che la sister considerasse ogni ruolo inferiore a principessa, come unvero e proprio insulto. Ancora oggi, se nelle mie rimembranze proustiane, mi accade di ricordare Marinella, mia sorella afferma con convinzione: “ era una stronza!”

Volendo a tutti i costi cercare qualcosa di giallo in questa storia, che di giallo non ha nulla, al massimo ha qualcosa di tragico, mi viene in mente l’identikit della ragazza “no chances”. Tanti anni dopo i fatti narrati, allorchè ebbi accumulato un numero di successi ed insuccessi con le ragazze, tale da consentire un minimo di statistica, mi inventai il profilo cioè l’identikit della ragazza con cui non avevo chances di successo.Il buffo era che gli elementi del profilo erano meramente fisiognomici altezza, colore occhi, colore capelli,  etc ( roba da carta d’identità e non magari connotati più sostanziali come:  un culo da sballo, due tette meravigliose, etc.).

In tutti i modi sembrerebbe più ragionevole pensare ci possa essere un determinato tipo psichico di donna (e non fisico) con il quale non ho chance di successo. Che poi a questo tipo psichico, corrisponda un dato tipo fisico, potrebbe discendere da un certo grado di dipendenza tra psiche e soma. Ma esistono altre possibilità: Mera coincidenza , una menata o più probabilmente: tutta una stronzata.

Firpo di amori segreti ne aveva quanto me, anzi di più. Andavano, venivano, tutti ugualmente vuoti di relazione e puro moto della fantasia. Il primo ricordo risale a quando giocavamo con i fucili a piumini. La prescelta si chiamava Renata e viveva nella casa con giardino, limitrofo a quello di Firpo. Io non l’avevo mai vista e neanche Firpo mi aveva detto granché. Un giorno mi trovai in un ruolo inusuale. Avevo circa tredici anni e soffrivo di asma bronchiale. Correre a perdifiato per ore, come gli altri bambini non mi si addiceva. Eppure stavo correndo nel Parco Virgiliano (oggi Parco Nemorense ) Ero stato coinvolto nei giochi capeggiati da una bella, ma veramente bella bambina.Grandi occhi azzurri, grosse treccebiondo svedese. Una meraviglia. Me ne innamorai perdutamente. D’altra parte, nel suo abbandonarsi completamente a giochi scalmanati con una masnada di pipilletti, mi era sembrato di aver destato interesse e sguardi diversi da quelli per gli altri bambini, con le tre o quattro cose dette in merito al gioco. Nei giochi la mia inventiva era fertile. A sera si fece accompagnare e quando la lasciai sulla porta di casa volle sapere il mio nome e mi disse il suo: Renata. Quando vidi la casa, compresi chi era. Era la Renata di Firpo, la figlia del generale! Provavo sentimenti conflittuali., poichè era l’amore del mio amico del cuore. Avviandomi a casa, mi sembrava così assurdo: Io avevo giocato con Renata un intero pomeriggio, mentre Firpo in concreto non le aveva mai rivolto la parola. Mi sembrava ingiusto. Nel tempo a venire non mi sono mai confidato con lui su questo episodio, temendo di ferirlo. Anche se in genere tra noi, non eravamo tanto delicati.

Un altro amore segreto di Firpo, fu una certa Sonia Coppola. Non cercatela su Facebook, non la trovereste. Una bella ragazza bruna, napoletana, un po’ pienotta. L’aveva conosciuta a Monte Sacro,dove abitavano gli zii di Firpo: Zio Temistocle, fratello della mamma,con la zia e tre figli: Marinella e due maschi. Gianni era il maggiore. Sonia faceva parte di un gruppo di ragazzi del quartiere, amici di Gianni. Quel giorno andammo in bicicletta a Monte Sacro a trovare Gianni. Scopo non dichiarato, rivedere e farmi vedere Sonia. Alla metà di maggio a Monte Sacro,che allora si chiamava Città Giardino, l’aria era piena di profumi.Era un quartiere di villette, due o tre appartamenti al massimo e tutt’attorno giardini. Pini,cipressi, tuje, edera, mimose, alloro e fiori. Il vento del mare spazzolava le rose rampicanti, i gelsomini, i glicini e le viole. Anche i tigli cominciavano a fiorire. Gianni era molto simpatico, uno spirito poliedrico, dalle mille attività ed interessi. Di preferenza extra scolastici, per cui, da lungo tempo, era studente fuori corso d’ Ingegneria. .Appena arrivati, Gianni ci presentò un suo amico, un certo Roberto. Anzi, andammo a casa sua.Roberto era un grosso ragazzone di pelo rosso. Grosso nel senso di grande e sovrappeso. Aveva tante cose belle per uno della mia età in un tempo in cui non girava una lira. Era appassionato di armi da fuoco. Poi andammo ad ammirare Sonia. Quando fummo nel gruppo degli amici di Gianni, l’accoglienza non fu delle più calorose. Tutti si comportavano come se non ci fossimo. Ci guardavano attraverso e d’altronde era logico. Dopotutto eravamo degli sconosciuti. Restammo un certo tempo a darci un contegno come due baccalà.  Forse Firpo si beava della vista di Sonia, ma io mi scocciavo da matti. Lei, improvvisamente si eclissò con un certo Attilio. Un paio di ragazze cominciarono a parlare tra di loro, con uno di quei cripto linguaggi fessi, talvolta usati dai ragazzini, all’epoca. Non era però difficile capire quello che dicevano. Una ragazza disse all’altra: Sofonifiafa èfè ifinnafamoforafatafa difi Afattifilifiofo! (3)  “Andiamo bene!” pensai tra me, ma non ero il solo ad aver capito l’antifona. Ce ne tornammo a casa con le pive nel sacco e con Firpo incazzato nero. Eppure, magia dei ricordi, se oggi mi capita di risentire qualcuno di quei profumi, mai dimenticati, volo come Superman a Monte Sacro a rimirare come un babbeo, con l’anima di Firpo, il fantasma di Sonia Coppola.

Anche dopo il primo, il secondo e magari il terzo amore con ragazze con cui ci fu corrispondenza di amorosi sensi, qualche amore silente continuò ad esserci. Se all’inzio c’era stata la ricerca dell’amore, poi ci fu quella della donna ideale. Sempre come fenomeno di gruppo. Successe che mi innamorai sul filobus,, da Termini a piazza Acilia. Lei scese a piazza Buenos Aires (piazza Quadrata ). Ed io dietro. Così vidi dove abitava. La cosa rimase lì e mi costò la scarpinata da piazza Quadrata a piazza Acilia.  Dopo un certo tempo dal colpo di fulmine, tempo ingannato studiando chimica, mi capitò fra le mani una rivista, forse un  fotoromanzo. Nella rubrica delle starlettes, mi sembrò di riconoscerla. Si chiamava Patrizia Mari. Dal poco detto nel trafiletto pareva non avesse fatto ancora niente di notevole, ma ci sperava.  Ritagliai la foto del giornale e la portai per un certo tempo nel portafoglio. In retrospettiva, sulla correttezza di quel riconoscimento, non avrei scommesso neanche una delle vecchie lire. Il contatto era stato breve ed io non avevo mai avuto una buona memoria fotografica.

Il secondo amore silente della giovinezza, fu un tantino meno virtuale, ma di poco. ( disse Mezzanotte ad un suo immaginario uditorio).

Questa volta mi innamorai nel mio quartiere,vicino casa. Con un abile ricerca, di lei riuscii a sapere indirizzo e nome: Maria Carla. Le scrissi una dopo l’altra tre lettere amorose anonime. Tre vomitevoli capolavori di romanticismo retorico o di retorica romantica. Anche se con lei mai mi palesai, non fu totalmente una fatica letteraria a vuoto. (Mi fossi fatto conoscere , non sarebbe stato un amore silente del genere qui narrato. Nel peggiore dei casi sarebbe stata: un andata in bianco.) Non fu a vuoto  perchè le utilizzai in successione con le mie tre fidanzate storiche, nell’ordine di comparizione. Non sono affatto cinico, i sentimenti furono sempre sinceri.  Anche uno dei miei migliori amici, di non facile penna le gradì e le inviò a suo nome, alla sua bella. Che lo conosceva sì, ma non abbastanza. Tra me e Maria Carla non ci fu mai alcun contatto diretto, però esisteva una liaison, una conoscenza comune. Si trattava di un tizio, più vecchio di me,che si professava cantante. Nè allora, ne adesso ho mai conosciuto cantanti, veri o sedicenti. Quindi lui era l’unico. Era un soggetto sempre un po’ sopra le righe, facile ai gesti plateali ed ad intonar arie, anche non richieste. Al minimo calo della temperatura atmosferica, raggiungeva gli amici al bar, con un foulard al collo. Un giorno,per accidente, il discorso cadde su Maria Carla, lui disse: ” Mi ha chiesto  se sono io a scrivergli delle lettere.”  Capii che era ora di smettere e la feci finita lì.  Più che una passione fu un fatto letterario.

Note :  (1) Si faceva i cazzi suoi, (2) La mandò a fanculo (3)  Sonia è innamorata di Attilio.

20
gen

Il blog.

scritto da Sergio, in: Senza categoria

Il Blog.

Con il senno di poi il tenere un blog sul giallo, (i libri, non i cinesi) mi si palesa nella sua vera essenza: una stronzata!

I potenziali lettori, gli appassionati del giallo, per quanto di loro traspare nelle chat, non esprimono tensioni ideologiche verso valori religiosi, civili o politici. Men che meno affrontano rigorose analisi della logica di questo o di quel giallo. Diciamo che: non esprimono.

” Hai letto questo? Hai letto quello? Mi piace questo! Mi piace quello! Ti piace Gianni? Mi piace Renato! Ma non ha la forfora?”

Niente di più. Si riduce tutto ad una soggettiva questione di gusti. Il cappuccino, chi lo preferisce in tazza classica e chi ” al vetro”.

Fausta Genzaiana Le Piane è una poetessa che mi onora della sua amicizia.

Mi diceva:  “Sul blog ci devi scrivere ogni giorno, altrimenti il tuo pubblico si disaffeziona.”

Mi scappa da ridere. La poesia,dono degli dei, mette un’ aureola di magia  su cose terra terra, cioè al mio livello. Ma quale pubblico? Il blog ha ricevuto milleetrecento commenti (1300)

Milleduecentonovantotto, (1298) erano del peggiore spam: quello che vuole venderti medicine taroccate o prodotti per l’ingrossamento del pene.

” Ma sì - commenta Fausta - la gente è pigra, e poi che potrebbero dire… a parte: mi piace questo, mi piace quello?”

 Ha ragione…bastava pensarci! 

I gialli sono un divertimento, non sono la politica. Altrettanto poco seria…però da rodertici il fegato.

I critici, l’ho già detto, non hanno mai considerato il giallo un elemento centrale nel panorama della letteratura contemporanea.

Probabilmente di ciò ai giallisti non glie ne  potrebbe fregare di meno. Resta il fatto che non hanno niente da dire.

Uno dei pochi commenti significativi è la richiesta di un gruppo di studenti romani, della 3° Università, di collegarsi al blog per condurre una  ricerca di mercato su chi sono i lettori di gialli,noir, thriller.

Bella domanda! Piacerebbe saperlo anche a me. Se per ” chi sono” s’intende una lista di nomi e indirizzi. Però se viceversa si pensa di costruire il profilo psicologico del ” lettore di libri gialli”, la vedo grigia.

Secondo me il lettore di gialli può essere chiunque. Credo che l’unico requisito necessario sia aver cominciato a leggere da piccoli. Leggere è un’abitudine. Se da piccolo facevi solo i videogiochi, difficilmente leggerai da grande.

Il “giallismo” è una forma infettiva, come l’influenza. Può colpire chiunque. Chiunque che legga!

In ogni modo, confesso che mi ha fatto piacere ed auguro ai ragazzi di avere successo, Ho visto tesi di laurea o tesine, basate su ipotesi molto più aleatorie.

Conscio che i lettori virtuali del mio blog,, oberati dalla vendita del Viagra, potrebbero contribuire assai poco alla fatica dei ragazzi, ho voluto almeno io rispondere al loro questionario.

 Non si tratta di conoscere  i lettori di gialli. I ragazzi vogliono solo valutare tramite statistica, gli elementi che spingono all’acquisto di un determinato libro piuttosto che di un altro. Marketing.

E così facendo sono incappato in qualche dubbio.

” Quanto (da 1 a 5) questi elementi (segue una lista di elementi) contribuiscono alla scelta di un libro giallo:

 - a…

 -b…

 - l’autore.

Alla voce : l’autore, la mia risposta non può essere un numero da 1 a 5. La mia risposta è: dipende.

Cinque, se è un autore che già conosco e che mi piace. ( Anche se non tutte le ciambelle vengono col buco.)

Uno, se è solo un autore di cui l’editore titola: ” Ha venduto milioni di copie ed è la nuova Agatha Christie della Lapponia”

E’ solo pubblicità e comunque non sempre condivido i gusti delle masse. Che Renato abbia o meno la forfora, io me ne infischio.

19
mag

Riflessione sul giallo

scritto da Sergio, in: Giallo

(Una chiacchierata sui libri gialli più appassionanti. Non intendiamo vendervi alcunché. Rilassatevi)

 

Sommario.

L’autore mette in luce, tra i tanti, il particolare tipo di giallo ad enigma, strutturato, nel racconto, in modo da consentire al lettore, di partecipare all’indagine dell’investigatore.

 

Secondo l’autore questo tipo di giallo è diventato molto raro.

Il punto di partenza, la riflessione basilare è:

 

Le cose belle della vita non sono poi tante. Soprattutto nei momenti in cui ti manca una compagnia piacevole.

Se il tuo cellulare trilla di continuo, tra chiamate e sms, se non sai a chi dare il resto, lascia perdere: Rispondi al cellulare.

Se invece sei solo come un cane, ti senti giù e avresti tanto bisogno di tirarti su, in queste circostanze un libro può essere una grande risorsa.

Il suo maggior pregio è la capacità di rimuoverti temporaneamente dalla tua vita presente per trasferirti in una dimensione di fantasia, piacevole o in ogni modo diversa.

Non stiamo quindi parlando del libro per erudire o informare, ma del libro veicolo di fantasia.

Il libro funziona quando ti porta ad immedesimarti. Però va detto: Alcuni, piuttosto che immedesimarsi, preferiscono riconoscersi. Se sono sfigati, amano leggere di protagonisti sfigati.

 

Non io. Né come lettore, né come scrittore.

 

Se un libro ti offre un filo di speranza, una favola, un gioco, per me è da preferirsi a quelli che realisticamente ti illustrano i mali del mondo. Poiché già li conosci benissimo e ti affliggono. Specialmente se sei giù di corda. Poi, quando sei tornato in palle, affronti qualcosa di forte

Purché tu non sia quel tipo, che nell’ambascia, ci vuole inzuppare il pane.

Un’altra delle mie strambe opinioni personali fa del libro giallo un veicolo di fantasia più veloce ed efficiente di altri tipi di libri.

 

Ma i gusti sono disparati.

 

Poi, normalmente, sull’onda dei gusti personali, diversi perché derivati imperscrutabili del proprio vissuto, si abbatte il maroso della critica ortodossa.

Questa pretende di additarti la verità assoluta. Spesso invece persegue interessi di parte, commerciali e no.

Il giallo non è mai stato accettato in pieno nel genere letterario a dispetto delle sue mostruose tirature, o forse proprio per quelle. Anche se poi in esso, si sono cimentati: filosofi, poeti, scienziati, storici, economisti, critici, cantanti, biologi, magistrati, sceneggiatori, chimici, pensionati ed altri. Attratti dalle tirature.

A questo proposito, qualche tempo fa, un giornalista del Corriere della Sera, Ulderico Munzi, celebrava questa verità riportando che per il centenario della nascita di Georges Simenon, l’autore era stato assunto nel Parnaso dell’editoria francese, La Pleiade, ma non i libri del commissario Maigret. In altre parole, non i gialli, che a Simenon hanno dato diffusione mondiale e celebrità.

 

È come dire: Se un libro piace veramente, dal punto di vista letterario non può essere un granché.

 

Secondo voi quanti sono in Italia i lettori di gialli? Pochi? Tanti?

lett0re-gialli-grande 

Se si considera il numero di gialli recenti proposti in libreria, dovrebbero essere tanti. Personalmente, ne conosco pochissimi. È anche vero: Conosco pochissima gente che legge.

 

Ripeto spesso: I lettori sono una specie in via di estinzione. O meglio di mutazione, in quanto i lettori, ma anche i non lettori, si stanno trasformando in scrittori. Ovviamente nessuno li legge!

Se i lettori del giallo in genere, fossero pochi, quelli del giallo classico o giallo ad enigma, dovrebbero essere ancor meno, decisamente meno. Poiché questo sottogenere, presentando una certa complessità di lettura, può procurare il mal di testa ad un lettore dilettante.

Il giallo ad enigma è un avventura del pensiero, al contrario di tutti i sottogeneri narranti storie d’azione. Perciò inevitabilmente attrae soltanto un certo genere di lettore a cui piace il gioco mentale.

D’altra parte se indaghiamo sui gusti dei giovani lettori di gialli, tramite i blog o i “forum” dedicati al giallo, non emerge una preferenza per un sottogenere definito: Hard boiled, noirs, legal thriller, serial killer, historical thriller, c’è posto per tutti.

 

Secondo me, e non solo, non è detto che il giallo debba necessariamente essere realistico. Se è esclusivamente realistico è cronaca nera.

 

Piuttosto deve essere intelligente, rispettare la logica e per il resto dare corso alla fantasia. Comunque il requisito fondamentale è che risulti divertente, appassionante. Quantomeno per i lettori amanti del genere. Chi non si emoziona per eventi misteriosi, non dovrebbe leggere libri gialli. Viceversa, chi si emoziona, ma normalmente legge soltanto l’elenco telefonico e qualche volta, il manuale del cellulare, sappia di avere un vantaggio. Non ha gusti precostituiti. Questi molto spesso sono una palla al piede, perché ti costringono a leggere sempre le solite cose. Così, sprovvisto di handicap, potrebbe appassionarsi al giallo ad enigma.

 

Tra i tanti tipi di giallo, quello ad enigma è il giallo puro, classico, il più sofisticato. È strutturato su tre momenti:

Il Mistero, di solito uno o più delitti, di cui non si conosce l’autore, né si conoscerà fino alla fine del libro.

 

L’Indagine, rappresenta la parte prevalente del romanzo.

La Soluzione, tutto viene spiegato secondo i criteri della logica.

Tutto ciò che si discosta da questo schema, non è giallo ad enigma.

Risulta implicito nello schema:

 

Il colpevole non è esplicitamente noto, né è evidente chi sia: Altrimenti dove è il mistero?

 

L’indagine può essere movimentata quanto si vuole, ma rimane pur sempre un’ indagine.

 

La soluzione deve spiegare tutto, secondo i criteri della logica. Non sono ammessi interventi sovrannaturali o paranormali. La scoperta del colpevole tramite seduta spiritica, induce il vomito nel lettore.

Ogni sforzo di fantasia, ogni colpo di scena, ogni trucco è lecito, purché nel rispetto di questo schema.

 

Questo è il discorso dei requisiti minimi. Poi ovviamente si valuta la qualità o l’eccellenza, dipendente dall’intelligenza, l’innovazione e la fantasia.

Tutto a prescindere dalla qualità letteraria dell’opera, bensì facendo riferimento all’aspetto meramente tecnico, della struttura narrativa del giallo.

Sulla qualità letteraria dell’opera c’è poco da dire. C’è o non c’è. Ma ci può essere, come per qualsiasi altro prodotto dell’ingegno umano. Non penso che un romanzo debba necessariamente essere una rottura di coglioni poco comprensibile, per essere un capolavoro.

 

Che cosa si aspetta un lettore da un giallo ad enigma? Cha cosa si aspetti un lettore generico non lo so. Posso rispondere soltanto su ciò che mi aspetto io, se lettore. Tre cose: Un avvincente atmosfera di mistero, un sorprendente colpo di scena finale e la possibilità di partecipare al gioco dell’indagine

 

Dei gialli ad enigma una volta l’editore sottotitolava: ‹‹ Un libro che non vi farà dormire!›› Il lettore affascinato è insonne e non può smettere di leggere fino alla soluzione del mistero. Oggigiorno più di qualche casa editrice, sforna spesso volumi ad effetto decisamente soporifero.

 

Nel film “Hellzapopping”, di Henry C.Potter, con Mischa Auer e Ole Olsen del 1941, ‹‹ il lettore di libri gialli›› è rappresentato come un personaggio avviticchiato, in alto, su un lampione stradale acceso, che legge un libro, alla luce del medesimo, in una notte buia. Immagine comica, ma espressiva della fascinazione del lettore.

 

Pensate che la stessa iconografia possa, con realismo, parimenti illustrare il lettore medio, immerso nella lettura dei più celebrati capolavori della letteratura, dall’Ulisse di Joyce ai Buddenbrook di Thomas Mann?

 

Certo. Perché no? Basta un po’ di immaginazione.

 

Mi aspetto che l’autore abbia saputo creare una suggestiva atmosfera. Un delitto misterioso in un sonnolento condominio borghese del Trieste Salario, crea più atmosfera, dello stesso crimine commesso in un castello gotico della Transilvania, rischiarato dai fulmini, contro alberi scheletriti.

 

Sul voler creare un ambientazione di qualche interesse, gli autori non si risparmiano. A parte l’ambientazione, storica o storico-religiosa, tanto comune da costituire un sottogenere, quasi tutti hanno ormai adottato uno sfondo peculiare d’ambiente: il mondo degli stampatori e dei libri rari, il mondo degli antiquari, l’alta moda, le gare di sci, la vita di un commissariato, eccetera.

 

Ci sono poi coloro che per sfondo, adottano le problematiche sociali.

 

Questi io li trovo in assoluto, i più pallosi. Ma io non faccio testo! Personalmente ho sempre fatto una distinzione netta tra il libro che insegna o informa ed il libro che diverte. Da leggere in momenti e con stati d’animo diversi. Se il primo, risulta anche divertente, certo non guasta, purché abbia al contempo l’impegno, la competenza e lo spessore di un saggio. Per me, affrontare una problematica sociale sul piano aneddotico, non informa e neanche diverte.

 

Per quanto concerne la seconda aspettativa: Il colpo di scena finale, che sorprenda il lettore, non c’è dubbio: Gli autori ci provano tutti, in tutti i sottogeneri del giallo. Se poi ci riescono è un altro discorso. Oramai si è scritto di tutto.

 

La terza aspettativa e non di minor conto, è il gioco. Se è presente e piace, difficilmente altri tipi di libri, offrono un pari divertimento.

 

È il gioco di partecipare all’indagine. Vale a dire, pervenire ad una possibile soluzione considerando, opportunamente gli indizi contenuti nel corso della narrazione. Il lettore amante del gioco intellettuale trova proprio nella partecipazione all’indagine, la maggiore gratificazione offerta dal giallo ad enigma.

 

L’accusa più comune rivolta ai libri che consentono la partecipazione del lettore, da chi non li apprezza, è che trattasi di giochetti da giornaletto di enigmistica. Dipende dal libro. Non è così se questo si articola su caratteri e psicologie umane, ben raccontate. Soprattutto se poi piace a milioni di lettori

 

Va detto subito: Statisticamente, l’aspettativa che più frequentemente va delusa, è proprio quella del gioco. ( Quindi i detrattori non si devono preoccupare!)

 

Che un giallo ad enigma, offra al lettore la possibilità di partecipare all’indagine, non è un fatto casuale.

 

Poiché ogni narrazione non può essere totalmente priva di indizi, qualcuno potrebbe pensare che qualsiasi giallo offra questa possibilità.

 

Il lettore si mette di buzzo buono, si applica, si spreme e scopre la verità, come l’investigatore del libro. Le cose non stanno così!

In generale, in un giallo qualunque, il lettore, al massimo, può tirare ad indovinare..

 

Il “gioco” vero va progettato e realizzato dall’autore. Le prove, gli indizi devono essere creati, disseminati ed occultati nel mucchio dei non-indizi.

È un gioco sottile tra autore e lettore, giocato sul filo del: Te lo avevo detto, ma non ci hai fatto caso!

 

Costruire il “gioco”, in un giallo ad enigma è la più grossa fatica affrontata dal suo autore. Se dici troppo si capisce subito e non c’è gusto. Se dici meno del necessario, non c’è fair play.

 

Il maggior numero di gialli ad enigma, con il “gioco”, sono stati scritti tra le due guerre mondiali.

 

Agatha Christie, Ellery Queen, S.S.Van Dine, e pochi altri, hanno espresso il meglio del genere, con il più alto numero di opere conformi ai requisiti indicati.

 

È significativo che Conan Doyle, creatore di Sherloch Holmes, assurto oggi a paradigma di demiurgo dell’indagine indiziaria, in realtà non offre al lettore la possibilità di parteciparvi, ma soltanto quella di lasciarsela raccontare. Il “ gioco” è un’ evoluzione posteriore, nel percorso del racconto giallo..

 

Se prescindiamo dai classici dell’epoca d’oro del giallo ad enigma, in seguito, quanto spesso il mercato editoriale italiano ha offerto gialli aventi una struttura narrativa adeguata alla partecipazione del lettore?

 

Non pretendo di aver letto tutti i gialli pubblicati in Italia negli ultimi cinquant’anni, ma certamente ne ho letti molti.

 

Sicuramente ho letto tutti quelli i cui gli autori venivano etichettati come:

La nuova Agatha Christie.

 

Usando gli stessi metodi statistici dei sondaggi politici, disponendo di un campione esaminato, ben rappresentativo sul totale dei casi, possiamo ragionevolmente affermare: Sono stati assai pochi.

 

Poiché un esempio è più efficace di cento chiacchiere, citerò due titoli tra i pochi:

 

“ La donna della domenica” di Fruttero e Lucentini.

 

“ Un delitto fatto in casa “ di Gianni Farinetti.

 

Due splendidi gialli con il “gioco “. Autori italiani, in un genere in cui gli italiani sono sicuramente una minoranza.

 

Allorché acquistate in libreria un giallo, e ne volete uno con il gioco, vi trovate più o meno nella stessa condizione di quando siete al supermercato e volete acquistare una buona bottiglia di vino, (ma non qualcosa che già conoscete). Non ci sono garanzie. Anche se spendete parecchio, è possibile che acquistiate una bufala a caro prezzo. Anche perché il prezzo non è sempre garanzia di buona qualità e men che meno, di gradimento, in accordo con i vostri gusti.

Però parlando di gialli, c’è un caso in cui la disponibilità del “gioco”, non può dare adito a dubbi. È un caso raro, ma esistente. Quando l’autore lo dichiara esplicitamente, tramite una breve metacomunicazione con i lettori.. È nota come: La sfida al lettore. Per quanto mi risulta ciò accade soltanto in qualche romanzo di Ellery Queen. E questo per me la dice lunga sulla diffusione del “gioco”..

 

Al di là del concetto di sfida, in quanto è ovvio che l’autore preferisce che il lettore, anche se con qualche difficoltà, alla fine abbia successo nel gioco, il cartello, è importante perché fornisce due informazioni essenziali.

 

La prima: Il libro sicuramente consente il gioco: Lo garantisce l’autore.

La seconda: La posizione nel libro della Sfida a lettore, segnala a quale punto il lettore si deve fermare e cominciare a riflettere, se vuole giocare. Se leggesse oltre, troverebbe la soluzione e perderebbe l’opportunità.

Fin’ora ho espresso il concetto della partecipazione del lettore all’indagine ed il divertimento che ne consegue, con il termine:”gioco”.

 

Potrebbe risultare fuorviante e riduttivo. Dovrebbe essere evidente, che in realtà trattasi di una forma di gradimento intellettuale, non dissimile per certi aspetti, da quello fornito da una bella prosa.

 

Al di là del suo aspetto ludico, un bel giallo ad enigma può arrivare ad affascinare un ricercatore, un filosofo o uno scienziato, dotati di fantasia, quando costituisce un caso rigoroso, ma al tempo stesso dilettevole, di metodo abduttivo.Sono stupito di non aver mai trovato menzione di questa, a mio avviso sostanziale discriminante tra i gialli ad enigma, (Gioco si – gioco no), in nessuna delle numerose trattazioni e Storie del giallo.

19
mag

La Pippa Cinese

scritto da Sergio, in: Vino e cucina

(Tanto per cambiare parliamo d’indagini e di libri gialli)

A voler essere maliziosi, si poteva dire: La vita del dottor Mezzanotte, era piena d’interrogativi. Non potevo affermare che fosse perseguitato dal mistero,  anche se dovevo riconoscere: Ne aveva avuto più del normale.

Ma il punto era: Con il mistero, lui ci andava a nozze. E non se ne perdeva uno, per piccolo o futile, che fosse. Doveva indagare e svelare il velato.

“C’è un’indubbia contiguità letteraria, tra l’indagine poliziesca, la soluzione d’enigmi e la cucina”, pensava Mezzanotte.

Le ricette della signora Maigret, le trippe “alla moda di Caen” e poi Fritz Brenner, il cuoco svizzero di Nero Wolfe e le sue cento specialità. Dalle animelle in salsa bèchamel con tartufi e cerfoglio, al pollo in fricassea con morilles.

Perfino tra Poirot e Japp c’era una simpatica querelle. Poirot se invitava Japp a pranzo, non rinunciava alle complesse alchimie dell’alta cucina francese. Japp era prosaicamente schierato sul tetro apprezzamento dell’orrida costoletta di montone ed il grosso boccale di birra.
 Così Mezzanotte fu toccato più da vicino da questo connubio, nello “strano caso delle Salsicce Mezzanotte”.

Il nome dell’autore di questa ricetta, suggeriva l’ipotesi dell’esistenza di un cuoco mitteleuropeo tra i suoi ascendenti.

Si trattava della famosa, prelibata pietanza, la cui formula, nel romanzo di Rex Stout, Alta Cucina (Too many cook), è invano bramata da Nero Wolfe.  Il rinomato buongustaio, deve risolvere il caso per ottenerla, alla fine, come onorario.
Mezzanotte è un sentimentale, anche se un sentimentale monotematico ( o vogliamo dire maniacale?).

Avviene che si compra la cassetta del Nero Wolfe televisivo:

“Salsicce Mezzanotte”, con Tino Buazzelli e Mario Ferrari, del 1971.

Nella confezione, c’è un opuscolo. Poche righe con qualche fotografia, sulla serie televisiva ed in particolare sull’episodio. Ma ci sono anche un paio di ricette. Una è quella delle Salsicce Mezzanotte.

La ricetta, di per se,  è cosa inaccettabile per grado di complessità.

Niente che possa interessare una famiglia. Tanto meno un single. Tutt’al più adatta ad un ristorante mitteleuropeo, che avesse necessità di riciclare avanzi di fagiano e di oca arrosto. Sostanzialmente si tratta di salsicce di carni prearrostite: Un terzo oca, un terzo fagiano, un terzo maiale. Il tutto in grasso d’oca.

Ma poiché il mistero è sempre dietro l’angolo, eccolo inciampare in  una  piccola incongruenza.

Tra gli ingredienti compaiono: trenta grammi di cioccolato!

Cioccolato nelle salsicce? Inusuale, anche se, di stranezze se ne sentono tante.

Dove sta il mistero?

Nella lista compare questo eccentrico ingrediente, ma poi nel procedimento di preparazione della ricetta, riportato sull’opuscolo, non si fa menzione dell’aggiunta e relativo processo del cioccolato.

Tutti gli altri ingredienti vengono nominati, ma il cioccolato no! Perché?

Cioccolato nelle salsicce è già abbastanza originale, in più perché non è nominato nel procedimento?

Grande assillo!

Una persona comune, anche se lo avesse notato, avrebbe concluso: Ciccia!  Ma non Mezzanotte.

La curiosità, meritevole di ben più pregnanti interrogativi, era stata risvegliata da questa incongruenza.

D’altra parte la sua capacità peculiare era proprio quella di osservare cose piccole e retroanalizzarle tramite ipotesi verificabili.

All’inizio Mezzanotte ebbe un rigurgito di senso comune e si mise su Internet per chiarire l’angoscioso dilemma: Cioccolato sì o no?

Ebbe un colpo di fortuna, perché ormai su Internet si trova quasi tutto. Ma evidentemente la materia dell’indagine era un dettaglio troppo trascurabile e l’angoscioso dilemma rimase tale.

Telefonare alla casa editrice e chiedere informazioni in merito, era fuori discussione. C’era da farsi prendere per pazzo.

Ma allora perché fortuna, se non aveva trovato nulla?

Semplice, perché ciò che lo allettava in realtà era l’indagine in se, e non la curiosità per la verità. Questa  sicuramente sarebbe stata banale.

Cominciò a riflettere osservando il frammento di carta su cui c’era la ricetta.

La casa di Mezzanotte straripava di libri, d’opuscoli, di CD, di DVD, di riviste, fino ad una severa compromissione dello spazio vitale.

Pertanto quale elementare strategia di sopravvivenza, si costringeva a gettare via quanto al momento non ritenuto essenziale, salvo  pentirsene amaramente in un secondo tempo.

Quindi aveva gettato via l’opuscolo dopo una rapida scorsa, strappandone il frammento che conteneva la ricetta delle Salsicce Mezzanotte. Ingredienti e procedimento di preparazione .Fissava con attenzione il frammento di carta gialla patinata cercando di spremerne ogni più recondito significato. Ma c’era poco da spremere: Cioccolato tra gli ingredienti; niente cioccolato nel procedimento. In questo microcosmo indiziario due sole ipotesi descrivevano in modo esaustivo tutto l’insieme, non lasciando alcuna possibilità residua: O il procedimento era lacunoso o il cioccolato non era un ingrediente.

Però su quale base propendere per l’una o per l’altra ipotesi?

Continuò la riflessione. Nell’occhiata veloce che aveva dato all’opuscolo, gli sembrava di ricordare una seconda ricetta, riportata sotto quella delle salsicce. Ma lui era stato colpito dal nome delle salsicce, non dall’estro culinario. (Anche se, in verità Mezzanotte cucinava niente male!).

Non gli ci volle molto per capire che quell’altra ricetta poteva essere l’unica fonte di ulteriore conoscenza del problema. Ma come fare ? L’opuscolo oramai faceva parte della raccolta differenziata dei rifiuti urbani ( nel senso di Urbe ) che pochi cittadini tenacemente perseguivano, ( la moglie di Mezzanotte) nonostante in TV avessero visto: Poi veniva un camion e caricava tutto insieme. Non c’era altra via, doveva comprare un’altra cassetta soltanto per esaminare l’opuscolo in toto.

Anche se un poco gli ripugnava. Si rendeva conto che queste sue manie erano un vizio e come tale andavano trattate, senza spendere soldi. Venne ad un compromesso, avrebbe fatto dono della seconda cassetta a suo fratello. Anche se suo fratello ostentava un vago disprezzo per i gialli, in realtà spesso li leggeva al cesso e comunque avrebbe apprezzato un vecchio serial d’annata.
Infine ebbe l’opuscolo tra le mani. Ricordava bene. Lo osservò con attenzione e fu in grado di esprimere un ipotesi solutiva ad alta probabilità.
Sotto la ricetta ed il procedimento di preparazione delle Salsicce Mezzanotte, l’opuscolo riportava un’altra ricetta di Nero Wolfe:

Crocchette di Castagne.  Anche questa ricetta, riportava tra gli ingredienti: trenta grammi di cioccolato.

Il dosaggio del cioccolato e la formattazione grafica della frase, era uguale a quella presente nella ricetta delle Salsicce Mezzanotte.

Però, al contrario del caso  delle  salsicce, nel procedimento di preparazione delle crocchette, il cioccolato era ben menzionato:

Grattuggiate il cioccolato

Soluzione (ipotizzata): Il cioccolato nelle salsicce non ci va. Si tratta di un refuso  tipografico!

Mezzanotte sospirò e concluse:

“Un piccolo mistero del c****!”

Postscriptum:

Dicesi pippa cinese: un rimuginare inquisitorio su un soggetto di poco conto.

19
mag

Un libro da leggere

scritto da Sergio, in: libri

Per chi tiene un sito od un blog sul web, correlato magari alla lontana con qualche genere letterario, consigliare libri da leggere, potrebbe essere un obbligo morale. Non intendo sottrarmici.

Questo è un sito sul giallo. Eventuali visitatori si aspetteranno consigli per un libro giallo.

Però due gialli che considero belli, li ho già raccomandati, come sa chi ha visitato il sito con attenzione.

Ora, mi ritengo libero di consigliare un libro come mi pare e piace, senza vincoli di genere. Anche se a ben guardare…

Premetto una precisazione fondamentale. All’origine l’URL di questo sito doveva essere: gialloeviolabookfan.eu

Per errore è diventato: gialloeviolabookfun.eu

Avrei potuto correggere, però mi resi conto che l’errore non era venuto per nuocere, anzi rendeva assai meglio lo spirito del sito.

Ovvero più che un luogo per appassionati, fanatici e tifosi del giallo, uno per lettori non ancora indottrinati e soltanto desiderosi di trarre da un libro una qualche forma di divertimento. Magari un supporto per accettare una realtà che non piace.

“Detto questo”, ( come ormai dicono  quasi tutti e perciò sarebbe preferibile non dirlo), eccovi il libro in questione:

-   “ I ferri del mestiere” di Fruttero e Lucentini.  Einaudi Tascabili. (2004)

Non sono un critico letterario, (lo dico con un certo orgoglio), tuttavia mi sento di consigliare questo libro.

Spaziando tra generi letterari diversi, dalla fantascienza alle storie di guerra, alla ghost-story, ecc, può incontrare gusti disparati ed essere utile a chi intende scrivere.

Il libro è definito dal suo curatore (Domenico Scarpa) “un manuale involontario di scrittura creativa con esercizi svolti.”.

In effetti, il sodalizio letterario fra Carlo Fruttero e Franco Lucentini, ambedue torinesi, nell’arco della seconda metà del secolo ventesimo ha svolto una serie variegata di attività editoriali: La cura dei romanzi di Urania, le Antologie della fantascienza e alcuni gialli molto fortunati. Dal loro vasto lavoro sono stati  raccolti brani che costituiscono esercizi nelle tecniche di scrittura: il dialogo, la parodia, la traduzione.

Ad esempio sul poliziesco, che è quella robaccia che io scrivo, c’è un autoconsiglio, che si danno i due autori e che a me calza a pennello:

“ Dobbiamo però aggiornarci circa le ultime tendenze del ‹‹ genere››, che abbiamo perso di vista per un po’ ”.

 C’è anche altro sul giallo, ma io preferisco i capitoli sui “fumetti” e sulla “traduzione di testi”.

Fruttero e Lucentini curarono per Einaudi, due libri molto belli:

-         Le meraviglie del possibile. Antologia della Fantascienza. (1959)

-         Il secondo libro della fantascienza. Le meraviglie del possibile. (1961)

A casa mia questi due libri stavano nella libreria, tra Leopardi e Via col Vento.

Ma, come dice Carlo Fruttero, la fantascienza ”attira alla prima occhiata certe persone e ne respinge violentemente altre.”.

Io, pur apprezzando i due libri, appartengo alla seconda categoria e non ne sono stato mai attratto.

Guarda caso, Fruttero e Lucentini hanno  anche scritto uno dei pochi gialli

moderni, che mi sento di raccomandare. ( e l’ho fatto!)

Entusiasta della Donna della Domenica (ottimo), mi sono in seguito sciroppato:  A che punto è la notte?  ( buono)

Poi Enigma in luogo di mare, ed ancora Il Palio delle Contrade Morte, mentre l’entusiasmo si andava via via raffreddando, fino all’Amante senza fissa dimora, con il quale mi accorsi che non era il mio genere. Questo per il convincimento a volte effimero che cavallo vincente non si cambia.

Parlo ovviamente da giallista ed esprimo solo pareri personali sulla soddisfazione ricevuta da questi libri come gialli o presunti tali.

Sul piano letterario possono anche essere dei capolavori che surclassano l’Ulisses di Joyce.

Di questo libro  ( I ferri del mestiere ), mi ha gratificato lo scoprirvi un certo grado d’insospettata affinità spirituale.

Ho sempre percepito come mio limite una dose d’irriverenza goliardica.

Con piacere ho letto che gli autori non criticano, anzi apprezzano questa caratteristica linguistica, foriera di “dare a ciascuno una durevole sensibilità lessicale, che significa anche:  igiene mentale, resistenza al fumo dogmatico, concretezza, abitudine a guardare le cose da diversi punti di vista.”

Spero che la mia irriverenza goliardica si sia raffinata abbastanza o lo diventi in futuro, si da perseguire questi obbiettivi.

Molte altre cose mi sono piaciute. Allorchè ne I Dannati dello scoop letterario, tra “le cose stimolanti, deliziose, bizzarre, raffinate,…( sic, non sono aggettivi miei. Io sto tentando di farne a meno!), i suddetti dannati (cronisti della terza pagina) “ricorrono a qualunque mezzo per mettere le mani sul revival di Gianbattista Vico  o su I sonetti segreti di Don Bosco”, non ho saputo frenare un singulto d’invidia mista ad ammirazione.

Quasi attrazione fisica.

Analoga fratellanza in fieri ha prodotto il loro commento su quei “ documentari di suprema bellezza plastica”  che sono adorati visceralmente da mia moglie, e che risultano indispensabili per definire con approccio scientifico, i vertici supremi della pallosità.

Ma c’è di più. Questo libro ha contribuito a chiarire un mistero che mi ossessionava da anni. E come sapete io, per i misteri ho una fissa.

Ero un consumatore costante di gialli. Di norma li acquistavo all’edicola sotto casa, qualche volta in quelle su rotelle, che spostandosi sulle banchine ferroviarie, consentivano di comprarti un libro per il viaggio, anche pochi nanosecondi prima della partenza del treno.

Poiché il fattore economico non era marginale, spesso mi rifornivo nelle librerie antiquarie open space, vale a dire le bancarelle dell’usato. La preferita stava in Viale Liegi, non lontano da quella sala cinematografica che allora si chiamava Excelsior.

Consumatore sì, ma non di tutto. Dopo un po’, compravo sempre e solo i soliti autori. E mi domandavo: ‹‹ Come è possibile che la qualità dei gialli  è così discontinua?››

Ad ogni delusione mi dicevo: Ho gusti definiti, particolari. Se non sempre sono soddisfatto pazienza, mi devo accontentare. E tentavo generi diversi come la Chimica Macromolecolare e l’Elettrochimica.

L’ennesima prova di autore diverso, a dirla con F.& L.“ aveva lasciato su di me soltanto una bava di densissima noia”.

Leggevo soprattutto in treno durante il pendolare, per un minimo di due ore quotidiane, tra casa e bottega. E spesso la testa mi crollava sulla pagina, vinto dal sonno sia che fosse Elettrochimica o l’ultimo giallo..

Mi sentivo come uno che preferiva le Nazionali Esportazione e venivo assalito dal dubbio di essere un lettore dai gusti assolutamente in controtendenza, pertanto trascurato dall’editore, che doveva soddisfare i grandi numeri.

Però i fatti non tornavano. Poiché i libri che mi erano piaciuti, venivano periodicamente ristampati fino alla nausea o riciclati in collane satellitari dai nomi fantasiosi:

-         I Capolavori del Giallo.

-         I Classici del Giallo.

-         La créme de la créme del Giallo.

-         I Gialli con le palle.

-         Etc.

No. Qui un mistero c’era!

Eppure la verità mi stava lì, sotto gli occhi, e forse proprio per quello, come nella Lettera Rubata di Edgar Allan Poe, io non la vedevo. Stava in quelle semplici parole ripetute in ogni copia:

Pubblicazione Quindicinale o peggio Pubblicazione settimanale.

Ora F. & L. mi hanno aperto gli occhi su una verità tanto semplice. ( alla quale, porca vacca, sarei potuto arrivare da solo!)

“ Trovare ventisei romanzi all’anno, non era facile! Figuratevi cinquantadue! Non mi dilungo. Leggetevi il libro. È divertente.

19
mag

L’Enigma dello scrittore, mai pubblicato (Anatomia di una vocazione)

scritto da Sergio, in: Senza categoria

 

Sommario

Sullo sfondo dello scenario italiano, dove molti scrivono (tutti i noti e molti, troppi ignoti) e pochi leggono, l’autore accenna al tormentato iter della sua vocazione letteraria. Tutta in salita! Una autentica arrampicata sui muri.

 

In principio era il Verbo. Subito dopo ci fu il Segno e pertanto il Libro. Il figlio della semiotica ed il sostegno della nostra incerta esistenza.

Se non sai cosa fare, cercati un Libro che te lo spieghi. E poi dimenticalo. Ma di che sto parlando? Be’, sto parlando di libri. O meglio, sto parlando di scriverli. Il primo problema di chi intende scrivere è che dovrebbe avere qualcosa da dire. Ma non sempre è così. In questo caso è istintivo parlare di sé. È un argomento che consideriamo invariabilmente irresistibile. Errore fatale.

Fortunatamente, fin dal primo momento non ho mai avuto una grand’opinione delle biografie. Men che meno delle autobiografie.

Più o meno, la storia di tutti è sempre fatta di lunghi momenti pallosi e di poche, brevi, botte di vita.

Non farei mai la cazzata di scriverne una. Non riuscirei mai a convincermi che ci si possa divertire a leggerla.

C’è qualcuno a cui piacciono le disgrazie ( altrui), ma le rotture di palle, non hanno pubblico.

Un altro problema da affrontare è il piano del discorso.

Il fatto di aver scelto la voce narrante, non vuol dire che questa, sono io. L’io, è un personaggio di fantasia come gli altri. D’altronde se fosse veramente me, sarebbe pur sempre un personaggio di fantasia. Se è vero che, ciascuno di noi è almeno quattro diverse entità: quello che sono, quello che penso di essere, quello che vedono gli altri, e quello che io penso vedano gli altri. Insomma un casino. Sono io? Non sono io? Non si sa. Meglio non saperlo. Forse per un personaggio di fantasia c’è più immedesimazione e meno competizione, invidia o disprezzo.

E questo è ciò che più di tutto desidero stimolare: l’immedesimazione. La molla dei romanzi d’avventura!”

Secondo quanto dice Robert Nozic: “…nulla di quanto dice l’autore, nulla che venga espresso in una postfazione o in qualcosa dal titolo Nota dell’autore, deve convincerci che c’è qualcuno che sta parlando seriamente e non in una fiction di prima persona.”

E così siamo arrivati alla materia del contendere, al chiarimento di base.

Questa, nel bene e nel male, è una fiction di prima persona! E vi dirò che detta così, nel bene e nel male, qualsivoglia cosa questa sia, già mi sembra un poco meglio!

Nulla è così come appare! Dietro ogni parola può celarsi il mistero o più frequentemente, secondo l’italico costume, il suo contrario.

Diciamola tutta, questo è un Mistero, per il quale, forse, il nostro eroe, il dottor Mezzanotte, non troverà soluzione!

 

Perché scrivono, gli scrittori? Domanda intrigante. (Perché, non mi faccio i cazzi miei?)

Non sempre, perché hanno qualcosa d’importante da dire! ( Ove mi considerassi uno scrittore, ciò sarebbe già ampiamente dimostrato!)

Poiché, a pensar male, come dice Andreotti, si fa peccato, ma spesso ci si azzecca, avrei detto: Scrivono per soldi!

(A proposito, sembra che il Senatore abbia chiarito che, questa celebre frase che gli viene, attribuita, è in realtà del Cardinale Vicario di Roma, negli anni Quaranta, Francesco Marchetti Selvaggiani.)

Se lo fanno per i soldi, significa che  sono disinformati.

L’autore percepisca soltanto un magro otto percento, sul prezzo di vendita: È ragionevole ipotizzare per un libro  piaciuto, senza sconvolgere il pubblico, una vendita di cinquemila copie, con un prezzo medio di quindici euro. (forse sono un ottimista!)

Se questi sono i numeri, lo scrittore per un libro incassa seimila euro.

Se ci riferiamo ad uno scrittore vivente, vuol dire che ci riferiamo a qualcuno,  mantenuto in vita da qualche altra forma di reddito. Questo, molto probabilmente genera un’ulteriore decurtazione da parte dello stato.

Pertanto lo scrittore di non-bestsellers, soprattutto se bravo, rientra a pieno titolo nel caso della gallina, che faceva le uova grosse, vale a dire: un notevole sforzo con un dato organo, per un compenso infimo.

Questa cosa, anche se la sanno cani e porci, è bene dirla, foss’anche a beneficio di un solo giovane, che abbia partorito l’insana idea di campare facendo lo scrittore.

Siamo dunque giunti, alla conclusione, che molti, degli scrittori informati, scrivono solo per autocompiacimento, sostenuto da  un effimero desiderio di fama.

Quelli poi, che dalla Garamond, sono spediti alla Manuzio, scrivono per pura vanità e a loro spese. (1)

Da un po’ di tempo scrivono tutti. Tutti i noti e molti ignoti.

Cosi grazie anche alla disaffezione degli italiani per la lettura, si è alterato il normale rapporto tra il numero degli scrittori ed il numero dei lettori.

E’ la stessa cosa che si è verificata, per la Previdenza in genere. Il numero dei paganti (lavoratori occupati) assimilabili ai lettori, è caduto, sotto una soglia fisiologica, nei rispetti dei percettori di pensione, assimilabili con gli scrittori.

Non c’è giornalista, attore, conduttore televisivo, esperto o sedicente esperto, di qualsiasi tipo, che non ha scritto un libro. Scrivono attrici, ballerine, comici, registi, calciatori, cuochi anche extra comunitari ( absit iniuria verbis) e detenuti di un certo rilievo mediatico. Scrivono indistintamente (purché superstiti), vittime e carnefici.

Scrive il papa ed i cardinali, scrivono i professori ed assistenti, libri per le scuole, costringendo le famiglie a ricomprare tutti i libri ogni anno. Soprattutto poi, scrivono i politici. Questi i noti.   Più una moltitudine di sconosciuti.

E allora? Non mi devo porre anche io, l’interrogativo che assilla in permanenza l’italiano medio?

-     “ Ma allora, io chi so’? Il più stronzo?”

Dovete convenire che questa è una conclusione inquietante,  alla quale è legittimo cercare di trovare sollievo.

Anche se poi, non rappresenta una tra le più nobili motivazioni alle lettere.

Finirò di frequentare bancarelle di libri a tre euro l’uno, e comincerò a scrivere.

Non avete l’idea di quanto una bancarella, da tre euro, rende giustizia di tanti scrittori, livellandoli con assoluta imparzialità. Vi ho visto libri di politici di prima grandezza e di prima e seconda repubblica. Di famosi scrittori e giornalisti.

Però, a volte, vi ho anche trovato  libri molto belli, come ad esempio:

”Otto piccoli porcellini” di Stephen Jay Gould.

E’un libro  di paleontologia, di fossili e di tante altre cose. Detta così  sembra assai poco invitante, invece è avvincente e con semplicità ci trovi raccontati alcuni grandi perché della vita. Purtroppo non tutti. C’è un piccolo pezzo, che mi piace citare, (anche se non dovrei):

“ A noi tutti capita a volte di pensare a ciò che potremo fare quando andremo in pensione, a progetti che possano restituirci i piaceri perduti della giovinezza, e alla felicità di riprendere ciò che dovemmo mettere da parte quando si presentarono le necessità pratiche di guadagnarci da vivere, di mantenere una famiglia. Un giorno, in un roseo futuro, dopo il millennio, tirerò fuori il mio vecchio album di francobolli…..”.

Così, io scriverò. (Niente francobolli!)

Aver trovato questo libro è stata una fortuna per me, ma l’ho considerato un affronto per S. Jay Gould.  Ed ho capito che prima le bancarelle vendevano l’usato, ora vendono l’invenduto.

Va bene e allora, scrivo anch’io, come s’era capito. Ma, scriverò soltanto per emulazione! Per spirito di servizio! D’altra parte se scrivono quasi tutti, mi sembra che ci sia poco di cui vantarsi. Ammetto di provare un certo imbarazzo, poiché consapevole di predicare bene e razzolare male. Dato che, (parafrasando Vivian Lamarque,) “oggi sarebbe più giusto chiedere l’autografo a chi legge libri, anziché a chi li scrive!”

Riflettendoci, penso che si possa anche scrivere per solitudine. Chi, non ha figli né nipoti, a cui raccontare le esperienze di una vita, tenta comunque di tessere un dialogo con degli sconosciuti lettori, che da questa esperienza potrebbero trarre beneficio. ( O magari una crisi depressiva!)

Se pensate che questa non é una ragione sufficiente per scrivere, figuriamoci se lo è per leggere!

Pensate quel che volete. Io, ostinatamente ed in buona fede, coltivo una piccola buona intenzione. Quella di dare un modesto contributo. Di ottimismo o almeno d’illusione.

Ma come? Con piccole cose, con piccoli trucchi. Provocando vecchi ricordi piacevoli, ricreando vecchie atmosfere, percorrendo itinerari mentali che probabilmente anche voi avete percorso, dando ingenui consigli di vita vissuta, e stimolando a piccoli piaceri: perché non v’illudete, i piaceri della vita sono, in ogni modo, pochi e piccoli. Un approccio minimalista!

Dunque se vi racconto che la stoffa del vestito l’ho comprata da Domandini a Via Fratina, non è per fare della pubblicità occulta, (ammesso che l’esercizio ancora esista).

O per fornire un dettaglio, di cui so bene che,  non ve ne potrebbe fregare di meno. Bensì per richiamare un ricordo: “ Domandini? Anche io, venti anni fa, ci comprai un Principe di Galles” Quelli si, erano giorni.

Oppure: “Domandini, Via Frattina, quasi angolo con il Corso?  Lì ci davamo appuntamento con Marisa, eternamente in ritardo. Quando finalmente arrivava, sapevo a memoria i prezzi di tutti gli articoli in vetrina.”

O anche: “Il tarlo della gelosia mi rodeva l’anima. Mi ero fissato che, Giovanna mi metteva le corna. Sospettavo  del proprietario del negozio di lampadari, sotto casa. Un giorno ignobilmente la pedinai. Attraversammo il centro. Entrò da Domandini, da cui uscì con un pacchetto. La sera a cena con mia gran vergogna, venne fuori una bella cravatta di cachemire, per la mia festa. Di cui mi ero scordato”.

Ricordi, atmosfere, esperienze e riflessioni, che riconoscete perché sono anche vostre.

Volendomi allargare da questo discorso elementare, ad uno più ambizioso, intendo affermare che, abbarbicandomi ai dettagli geografici o topografici, tediosi per chi è incapace di assorbire o di rivivere atmosfere, ma viceversa è avido di fatti, tento un’operazione di stimolo alla speranza.

Tento una goffa trasfusione d’ottimismo. (Siate preparati.)

Mi si perdoni l’ardire ed i paragoni poco rispettosi, ma i personaggi di Ionesco e di Samuel Beckett dove vivono?

Le strade in cui camminano, dove portano, come si chiamano? L’hotel, la casa, il giardino, la stanza in cui si muovono, dove sta? In quale città o villaggio?

E questi sono due autori, soprattutto Beckett, che con le loro opere esprimono la totale, tragica inutilità della vita umana.

E allora, meglio se cominciamo ad impossessarci del territorio, a dare valore alle piccole cose, ai dettagli, in modo che appaia: In tutti i casi, la vita merita di essere vissuta. Territorio significa riferimento a strade, piazze, campagne, fiumi, colline. E non qualsiasi stronzata, come nel burocratese.

Infatti, esiste la “Parigi di Maigret”  e ci fanno  visite tematiche guidate. Volumi sono scritti, per rivisitare Londra, sulle orme di Sherlock Holmes. Pare che, stare aderenti al territorio, sia una cosa che, funziona anche alle Regionali. Conserviamoci un filo di speranza!

Non so per quale associazione d’idee,  mi viene in  mente il mio vicepresidente.  In certi periodi, mi montavo la testa e mi abbandonavo a considerare:

“Nella compagnia io di solito, sapevo di che si stava parlando.”

Lui, mi citava Orazio: “Perché ti dici poeta, se nessuno legge i tuoi versi?”( ma sarà Orazio?)

In ogni caso una cosa mi è ben chiara: I lettori leggono per il loro benessere e non per quello degli autori. Lo dovrebbero tenere presente, autori e critici.

Il surplus di offerta letteraria, rispetto alla domanda fa si che gli editori difficilmente rischiano  su esordienti sconosciuti, indipendentemente dai loro meriti.

Ne deriva che, i già pochi lettori, afflitti perlopiù dalla grafomania dei soliti noti, diventano ancora di meno.

Matematicamente parlando, il numero dei lettori, nel tempo, è una funzione che tende a zero.

Gli editori, in un prossimo futuro, saranno finanziati dallo stato o dalle regioni, con un emendamento alla legge sul finanziamento pubblico dei partiti.

Gli scrittori esordienti, più irriducibili, allo scopo di essere pubblicati, tenteranno di rendere noto il loro nome, emulando le gesta della banda della “uno bianca”.

 

Dialogo letterario.

 

Incontrai Paolo, che ero incazzatissimo. Quando lo vidi, in fondo alla strada, cominciai a strillare:

S -    Bradh!….Bradh!…

P -    Ma che ti strilli? Ma che sei scemo?

S -    No, soltanto invidioso!

P-     Perché sei così nero?

S-     Perchè in Italia pubblicano sempre e soltanto i “soliti noti”.

P-     Mi sembra che lo dice anche Sgarbi! E’ uscito, in prima pagina, sul Corriere della Sera, un articolo a firma Paolo Di Stefano, intitolato: “Un popolo di Romanzieri. Da cestino.”

S -   E quale è la notizia?

P -  La prima potrebbe essere che c’è un numero abnorme d’italiani, che mandano i loro romanzi e i loro racconti alle case editrici, con la vana speranza che vedano la luce.

S -   L’avevo detto, che scrivono tutti! Ma, io mi riferivo ai “noti”! Abnorme quanto? Quanto sarebbe la norma? Quale è una percentuale normale?

P -  Questo non lo dice. Indubbiamente è difficile fare calcoli per quantizzare il numero degli scrittori abortiti. Ci vorrebbe un’inchiesta giornalistica, specifica.

S -    Non capisco allora, come fa a dire che è abnorme. Comunque il succo è che sono tanti, e questo lo sospettavo.

P -   La seconda notizia è che su questa strage di scrittori, una certa Silvia Pertempi, ci ha scritto un libro: “ Romanzi per il macero.”

S -    Un altro libro per il macero?

P -  No! A lei l’hanno pubblicato. Un conto è parlar di rogna, altro è grattarsela.  E poi può accadere che, la disgrazia di molti, diventi la fortuna di qualcuno. E’ immorale, ma è così. Pensa ai giornalisti, poveretti. Tutti i santi giorni hanno il solito problema. Oggi che cacchio scrivo? E poi, capita un terremoto!

S -   Va bene. Ma, l’autore chiarisce perché questi libri finiscono nel cestino? Quali sono i loro difetti, i loro limiti?

P -   L’autore, non so! Il libro non l’ho letto. Di Stefano non entra nel merito, del perché questi libri sono cestinati, ma azzarda una sintesi sociologica, di quella fetta della società italiana, molto consistente a suo dire, espressa dagli scrittori non pubblicati. E non è, che li tratti bene.

S -   La mia simpatia è tutta per gli scrittori! Non mi sembra che “scrivere”, possa essere considerata una colpa, in assenza d’altre aggravanti. Ricordo che Nizza e Morbelli, gli autori di riviste, famosi negli anni trenta, (e chi se li ricorda a parte me ?), esortavano così: ” Scrivete gente.  Se non avete idee, fatevele prestare dal vicino. Anche le idee del vicino, sono buone, pur di scrivere “. Però erano altri tempi!

P - Secondo Di Stefano ( o Pertempi ?), i romanzieri cestinati non esprimono ”spinte ideali verso valori religiosi, civili o politici.”

S -   E meno male! Altrimenti sai che palle! A me non sembra un difetto.  Siamo sicuri che, alla gente interessa leggere libri che le contengono?

P-  E lamentano che nemmeno esprimono  “precipizi, verso il degrado, la violenza, l’emarginazione”

S -   Ah! Come quelli della”uno bianca”! Lo dicevo che, per pubblicare, bisognava darsi più da fare!

P -   Porca vacca! Codesti scrittori, che pretenderebbero di essere pubblicati, sono pieni di difetti.  Sono insensibili alla realtà che li circonda, sono insoddisfatti di tutto e di tutti, e sono egocentrici.

Ciò non bastasse, gli scrittori cestinati, (ben gli sta!), sono anche laureati, stipendiati e prevalentemente settentrionali.

Non viene detto, ma si potrebbe pensare che, in qualche modo, c’entri Bossi.

S – Vedi, se ti accusano d’essere egoista, devono provare che concretamente, non tieni conto delle altrui esigenze  e diritti. Ci vogliono i fatti. Mentre, al contrario, non si può evadere da un’accusa d’egocentrismo, poiché è difficile stabilire dei parametri oggettivi, con i quali definire chi è egocentrico e chi no. Basta un pizzico d’individualismo e sei bollato.

 

Mentre mi allontanavo pensieroso, una gran moltitudine di scrittori non pubblicati, era uscita dall’ombra.

Piemontesi, Lombardi, Veneti, Liguri, Emiliani e Romagnoli, Toscani, ma anche Napoletani, Pugliesi e Siciliani, mi si accalcavano attorno.

E poiché avevo avuto una discreta formazione matematica, riuscivo perfino a distinguere nella folla, un fattore di Potenza.

Non avevo potuto leggere le loro storie, ma dai pochi indizi forniti dall’articolo del Di Stefano, qualcosa si era delineato e non ci sentivo sentimenti mediocri, ma solo frammenti di vita.

La vita è fatta di piccole cose.

Scesi da cavallo. Spensi il computer, accesi la scopa elettrica.

La poesia si ritrasse, davanti alla tecnologia!

 

Bibliografia

 

-          Umberto Eco, Il Pendolo di Focault, Bompiani, Milano, 2001

-          Robert Nozick, Puzzle Socratici, Raffaello Cortina Editore,1999

-          Stephen Jay Gould, Otto piccoli Porcellini, Bompiani, 1994

-          Paolo Di Stefano, Un popolo di romanzieri. Da cestino. (articolo) da Il Corriere della Sera.

-          Vivian Lamarque, Gentilmente, Rizzoli,1998

 

10
mag

La Pendola sul Muro

scritto da Sergio, in: Vino e cucina

Si parla ancora di libri. Che palle!

 La pendola dal muro, suonò dodici rintocchi. Una gelida tramontana fischiando tra i rami dell’abete, ne traeva note alla Dario Argento. Sergio Mezzanotte ( mai nome fu più appropriato), sedeva scomodamente nel suo studio.

L’abete, un ex alberello di natale, piantato dopo il sei gennaio, in un giardinetto striminzito, oggi, gigante giovinetto, svettava solitario oltre il lastrico solare del palazzo.

Il vento fischiò di nuovo, facendo flettere l’abete.

“ Un albero cresce a Brooklin!” – pensò Mezzanotte, che non era alieno da pensieri fessi.

Dalla camera da letto, traversando il corridoio buio, venne la voce di sua moglie:

-    “Ma che aspetti, per venire a letto?”

Mezzanotte non si risolveva. Stava lì a fissare le pareti coperte  da libri.  Ed a rimuginare.

  1. Non ho sonno. C’è rimasto un po’ di pizza?”

Sentì un vago brontolio di cui riuscì a distinguere soltanto un frammento di  parola:….ito. Rincoglionito? Continuò a rimuginare, ma poi li vide. I libri.

Libri dappertutto. Gli scaffali traboccavano pericolosamente. Altri se ne vedevano nel corridoio, a pacchi sulla scrivania, sul sofà, sul tavolino della stampante. E facevano capolino anche da sotto il sofà.

  1. “ Mia moglie amava i libri più di me. O meglio, non sapevo se li amasse di più, di certo ne comprava di più. C’era da preoccuparsi. Era finita la fase dell’accoglienza ed era cominciata quella dell’invasione. Eravamo una famiglia in controtendenza.”.

Già, in controtendenza, poiché secondo  i media, noi italiani leggiamo poco.

A proposito di media, e di quelli che  dicono “midia” mi ha fatto ridere la battuta di Montesano, dell’altra sera. Diceva:

  1. “Ma tu’ fratello, che classe fa?
  2.  “‘A seconda midia!

Questo caso è controverso. Indubbiamente media, nell’accezione “mezzi di comunicazione” è una parola inglese e si pronuncia midia  Però mezzo è una parola italiana,  deriva da medium, media che si pronuncia media. Che vogliamo fare? Personalmente, se un italiano  dice midia non  rimango impressionato dalla sua conoscenza dell’inglese. Mi s’insinua nella mente il dubbio che sia un poseur. E dal poseur allo stronzo il passo è breve. Ma è una questione d’opinioni.

I media (o i midia?) dicono di noi: “Un popolo di scrittori, ma di pochi lettori.”   Non è precisamente un complimento e rientra nel paradigma maggiore: Siamo un popolo di furbi. La furbizia non è l’intelligenza! (E non sto pensando agli scrittori sconosciuti!) Anche se a ben vedere, non è poi così inspiegabile. In effetti, se esiste un’ottima ragione per chi, avendo un nome spendibile, pubblichi un libro, non esiste una ragione altrettanto valida per cui noi lo si debba leggere!

Se questa non è la spiegazione principale dello scarso leggere, desisto da altre ipotesi. Non intendo infilzare ulteriori cazzate o banalità.  Probabilmente la verità è molto semplice: Preferiamo rincoglionirci davanti al televisore. Per molti, l’ultimo libro letto nel biennio, è l’elenco telefonico.

L’energia risparmiata nella lettura, pur conservandosi in ossequio ai principi della termodinamica, si trasforma in qualcos’altro. Chi non apprezza il supporto vitale offerto dal libro, trae sostegno, sollievo e conforto da paradisi artificiali alternativi.

 No. Non dalla droga, bensì dall’auto, dal computer e dal supermercato. Oltre che dalla televisione. Ovviamente.

E così la sua vita non lavorativa, oscilla tra questi quattro poli d’interesse. Il vero Santo Graal di questa nostra tormentata epoca. Altrettanto ovviamente, spende molto di più.

La rarità dei lettori è forse peggiore di ciò che sembra. Perché le statistiche sono basate sulle vendite, e parecchi comprano libri che poi non leggono. 

Magari è il libro che fu recensito come l’evento letterario dell’anno. Di più, dell’intero decennio Che tutti hanno comprato ma quasi nessuno si è spinto oltre le prime venti pagine.( Noi reprobi illetterati, ci siamo trascinati con dolorosa sofferenza fino a pagina tredici). Però è stato incensato dai critici in misura inversa della sua comprensibilità. Allora fingiamo di averlo letto.Tanto basta poco per affermarlo.Magari bastano solo le due  righe di recensione. E poi non è mai una perdita secca, poiché il libro arreda. Ci sono pertanto i libri, che si comprano a metro quadro di dorso. Il titolo deve essere ben visibile e soprattutto impegnato. Il sogno nel cassetto di molti, è farsi fotografare, seduti ad una scrivania, sullo sfondo di una parete arredata con i suddetti dorsi impegnati. Sorridenti e con una penna in mano.

Ai miei tempi, molti chiedevano libri in prestito, che invariabilmente non restituivano, fino a costituirsi cospicue biblioteche. Oggi, chi i libri li compra, corre meno rischi.

I così detti giovani, la fascia d’età più conformista nell’insieme considerato, seguono il gruppo. Il gruppo non legge, e loro non leggono. D’altra parte si sa che la lettura isola, specie se si legge al cesso.

Se poi, nel gruppo si afferma che: “Frusciante è uscito dal gruppo” o che Moccia è fico, può succedere che qualcuno ci prova. Quanto a leggere libri di politica nessuno lo fa più dopo il boom di quarantanni fa, a meno che, vista la situazione di scarsità di lavoro e perdurante precariato, non si abbia ricevuto l’illuminazione di buttarsi in politica. Resta una delle carriere più facili e redditizie, nonostante la concorrenza.

Tra gli adulti, quelli che i libri li comprano, hanno poco tempo, hanno paura di sbagliare, seguono il loro quotidiano, (forsanche gratuito) o il capufficio, ma non necessariamente nell’ordine.

Tra i vecchi, ci sono alcuni dei più appassionati lettori, gente che arriva perfino a chiederli in prestito i libri, (però li restituisce !); ma non tutti ne hanno l’abitudine e per apprezzare la lettura non è vero che non è mai troppo tardi.

Chi non legge, non immagina che uno scenografo di fiction è in grado di dare soltanto una data sequenza d’inquadrature, mentre è infinita la varietà fascinosa di scenari, che una fantasia ben allenata, può trarre dalle righe di un libro che ti piace. Athos può essere più bello di Van Eflin e D’Artagnan più bravo di Gene Kelly.

La televisione si guarda, ma si può anche pensare ad altro. Un libro si legge con la mente e nei giorni bui è un luogo dove rifugiarsi.

Ci vorrebbe, una guida all’acquisto, dalla parte del lettore, sponsorizzata e tutelata dalle associazioni consumatori, con le quali concordare in precedenza i requisiti di un buon libro.

Minimo: Insegnarti qualcosa sull’arte di sopravvivere, farti sognare un po’, non porti più problemi di quanti non ti aiuti a risolvere.

Non  ci arriveremo. Ci sono troppi interessi, anche politici.

Non v’è dubbio  ci siano autori, gratificati da cospicue vendite, che non avrebbero mai raggiunto i livelli di diffusione attuali se non avessero fruito di una rilevante grancassa ideologica da parte di compagni di fede.

E’ successo: Ho acquistato libri molto famosi. Con meraviglia li ho trovati noiosi. Spesso, non sono neanche arrivato in fondo. Non li ho capiti? E’ possibile. Si sa, ad esempio: Per capire Joice, ti devi comprare un altro libro che te lo spiega. “ Come leggere l’Ulisse di Joice”. Oggi c’è meno fede e le tirature sono calate.

Tutte balle! La buona letteratura è istintivamente fruibile. Ci dobbiamo ribellare a forme d’indottrinamento occulte.

Alcuni libri parlano alla mente, altri all’anima. Poi ci sono le rotture di palle. Quest’ultima può sembrare una classifica  del tutto soggettiva. Eppure spesso, se domandi, indaghi: Sorpresa! Il giudizio che sembrava soggettivo riscuote un ampio, ancorchè timido consenso. I libri dell’anima  offrono,  rifugio, conforto, o semplice svago. Rifugio allorché le traversie della vita  angosciano la mente,  il cavallo imbizzarrito che non trova riposo. Il conforto è preferibile al rifugio, ma assai più raro.È per i giorni bui e dolorosi  Lo svago è per i giorni lieti, quando la mente è serena.

Se il libro  non appartiene alle prime due categorie, ricade inevitabilmente nella terza.

 

A volte i libri sono anche una forma economica d’informazioni. Competitiva con Internet, a pari risultati. Come sostenevo, quando mi tagliavano i fondi per la bibilioteca. Infatti, è sufficiente trovarci una sola informazione utile, per esserti ripagato del suo costo. ( Così sostenevo allora!)

Di molte cose, osannate per lunghi periodi e ragion di parte, il tempo, poi galantuomo, ha reso giustizia, riconducendole ai loro meriti reali.

Dopotutto, ci sono voluti venti o più anni e l’intercessione di Paolo Villaggio, per stabilire che forse, “La corazzata Potemkin» è una boiata pazzesca.

Ci sono libri che incidono sul tuo modo di essere e libri che ti accompagnano per tutta la vita. Livre de chevet, dicono i francesi, un libro cui fare riferimento per suggerimenti ed ispirazioni.

Può essere Robinson Crusoe o Il Piccolo Principe; Antologia di Spoon River o Quest’amore di Prevert o: il Vangelo. Ma anche cose semplici, come 

I ragazzi della Via Paal.

L’importante è che funzioni. Ogni tanto ne leggi e ne rileggi un pezzo e se non sai che fare ci guardi dentro, alla ricerca di qualche idea.

Ovviamente non tutti hanno la fortuna di avercelo un Livre de Chevet, ma tutti possono cercarlo. Magicamente, questo nostro libro favorito costituisce una sintesi tra libro della mente e libro dell’anima.

 

Mezzanotte si alzò a fatica dalla poltrona scomodissima, dove si era intrattenuto a rimuginare queste minchiate. Spense la luce, avviandosi verso la camera da letto.

10
mag

Ballata delle Piccole Cose

scritto da Sergio, in: Vino e cucina

Parlando di gialli, abbiamo necessariamente espresso dei gusti: Mi piace questo, non mi piace quello. Non si può evitare. Anche se poi non è che si arriva all’aliteia, al velato, svelato. Alla verità. Come si vorrebbe.

Dico sempre, a proposito della convivenza o anche della semplice amicizia: La differenza di gusti è molto più difficile da accettare e da gestire, che la differenza di opinioni.

In tutti modi questa volta basta libri. Parleremo di piccole cose , di cucina, di caffé, di vino. Cioè di gusti.

 

De gustibus….( Sui gusti…)

 

Mezzanotte uscì dal ristorante. Si avviò per il viale in lieve discesa, sotto i vecchi platani, verso un bar elegante, un po’ più in là.

 

Era fermamente convinto che, com’è difficile ottenere un buon pranzo in un bar, altrettanto difficile è ottenere un buon caffé in un ristorante. Dopo tutta una vita, di relativa indifferenza o scarsa attenzione, ora si era scoperto estimatore del buon caffé. All’occasione e nel contesto giusto, avrebbe potuto discettare di consistenza, corpo, aroma, rotondità e cremosità.  Ed altre fatuità. Contrariamente alle chiacchiere correnti, a casa, gli riusciva più buono che al bar. Dopo un discreto numero di prove sperimentali, aveva scoperto il segreto: La bontà del caffé dipendeva, da tre parametri, tutti scontati: la qualità del caffé, il rapporto acqua: polvere, e qualche volta dal tipo di caffettiera. Era quasi la scoperta dell’acqua calda. Ovviamente, anche in certi bar si poteva bere una cosa buona.  Ma esperienza ed attenzione, servivano. Al di fuori dei  noti templi romani del caffé, era opportuno far caso a quale  marca fosse in uso nel locale: La Super Miscela Ciofega ed il Cicorietti Gran Caffé, andavano evitati. Che poi la gente fosse convinta che il caffé al bar, è sempre e comunque più buono, non lo meravigliava affatto, poiché non aveva mai bevuto un buon caffé in casa di qualcuno.

Aveva mangiato bene: Tagliolini con i funghi porcini e rombo al forno con le patate. Quello era il suo ristorante favorito,  sebbene anche in questo caso, di solito, mangiava meglio a casa sua. Cucinandosi da sé. Riteneva il cucinare, un’arte gentile, divertente, ma anche un mezzo di sopravvivenza. Non si riconosceva meriti particolari. Dipendeva tutto dal suo vecchio mestiere, la chimica. Una scienza sperimentale.

Entrò nel bar, ordinò il caffé. Arrivò un tizio in camicia e pantaloni neri.

«Buongiorno!» fece il barista.

«Me fai un caffé al vetro?».

Mezzanotte ebbe un violento flash- back. Sentì la voce di suo fratello dire:

-    “De gustibus…”

Era quanto invariabilmente diceva se noi, sceglievano qualcosa di diverso da lui! Quando era molto giovane, accompagnava ogni sua manifestazione di dissenso dalle preferenze alimentari prevalenti, dei suoi fratelli maggiori, con quella frase.

 Si afferma che sui gusti ci sia poco da discutere. In altre parole non è bello (o buono) quel che è bello, ma è bello ciò che piace.

Per me, niente di più falso. Sarebbe come dire che, per l’estetica o soltanto per il buon gusto, non esistono canoni.

Se, per dirimere chi ha ragione, io oppure la vox populi, ci rivolgiamo alla filosofia, facciamo un buco nell’acqua. Molte illustri menti ci hanno provato invano. Per quel po’ che ho capito, l’unica conclusione certa è che, in merito, non si può raggiungere alcuna conclusione.

Però il consenso e pertanto il mercato, sbugiardano nella pratica d’ogni giorno, questa “non raggiungibilità” d’accertamento su ciò che è bello e su ciò che non lo è. Almeno in prima approssimazione. Altrimenti come spiegare: Invariabilmente le cose che mi piacciono, costano. Pura sfiga? 

Volendo filosofeggiare ancora un secondo: le cose belle costano, ma non tutte le cose che costano sono belle. Sembra che il prezzo, sia un elemento di giudizio necessario, ma non sufficiente!

Mio fratello, in età matura, era ( a parole) il più strenuo assertore della soggettività del gusto e della non accertabilità del bello e del buono Cosa che sul piano filosofico potevo condividere, ma su quello pratico molto meno.

 

La mia riflessione ha a che fare, con i pochi piaceri della vita e il bello e il buono, sono gran parte di questi piaceri.

Però, per apprezzare questi piaceri bisogna prepararsi, sperimentare, direi quasi studiare. Detta così sembra noioso e non lo è.

Questa pratica sperimentale è raccogliere informazioni per una scelta informata.

Chi di noi, dovendo rinnovare la lavatrice, non si documenta sui modelli disponibili e sui prezzi?

Allo stesso modo, ascoltando concerti e dischi, dal vivo o in qualsiasi modo, visitando musei, mostre, gallerie, pian piano, progressivamente e senza grande sforzo, ci si aprono piaceri prima negati e insospettati.

Ora, se qualcuno di noi ritiene che, il Paisiello sia un paesaggista napoletano dell’ottocento e poi un giorno passando per la via omonima, si nota che, essa è compresa tra viale Rossini e via Bellini  ci sorgerà il dubbio:

Ma G.Paisiello, non sarà stato  un musicista?

In questo caso non avremo problemi ad ammettere, che di musica non ne sappiamo molto.

Apprezzare come merita, il Preludio in do maggiore dal primo libro del Clavicembalo ben temperato, non è istintivo.

E parimenti non avremo difficoltà ad ammettere nostre debolezze nella conoscenza delle arti figurative. ( Il Pontormo non è un ponte sul Tevere, dopo ponte Marconi!)

Ma chi di noi sarà disposto a riconoscere, che non ha gusto nel vestire?

Che l’arredamento di casa nostra, nonostante una cospicua spesa, ricorda lo stile Unione Sovietica, prima della caduta del muro? O che i nostri gusti in fatto di cibo, sono rimasti alla pasta imbottita che ci faceva mamma?

Il mio amico Cinzio non mangia la pizza, non mangia mai formaggi, non mangia mai panini. Diciamo più semplicemente: Non mangia quanto non compreso in quello che gli cucinava la madre. Ormai ha settanta anni, un viaggio all’estero è per lui un calvario gastronomico; rischia la morte da inedia.

Quando vennero gli anni delle vacche magre, la Compagnia appaltò la fornitura dei pranzi di lavoro, per qualsivoglia tipo e livello di meeting, alla portiera dello stabile. La coppia, così raggiunse una condizione economica ragguardevole e si fece la monovolume. Durante questi pasti invariabilmente alcuni esclamavano: «Dio, come cucina bene questa donna!».

Costoro, per motivi di servizio e a spese della ditta, avevano accesso ai migliori ristoranti nazionali e internazionali.

Ora, anche io e in genere tutti, arrivavamo affamati a questi pasti, e io non sono il tipo, che sputa nel piatto dove mangia.

Però,  non trovavo il cibo particolarmente esaltante e pur gradendolo, lo percepivo in stile, con le tavole calde di periferia. O di quei baretti, da ticket - restaurant, in prossimità dell’ufficio, dove il gestore si è improvvisato chef.

E allora?  Entusiasmo da cibo gratuito o bocca buona? Allora dobbiamo considerare i pesanti condizionamenti che l’individuo subisce per opera dell’ambiente, sia nell’infanzia, ma poi anche nella sua vita da adulto.

La realtà sociologica attuale fa sì che le donne, mediamente, non sanno o non vogliono o non possono cucinare decentemente. Ciò fa la fortuna di molti ristoranti, trattorie e tavole calde, anche infami.

In altri termini, se tua moglie cucina da schifo, tu sei portato a essere di “bocca buona”.

Ho sempre stimato e apprezzato il mio amico Paolo, in particolare da quando mi ha confessato: «Io percepisco il cibo assolutamente pessimo e quello assolutamente eccellente, ma nel mezzo di questi estremi, faccio fatica a distinguere».

Questo genere d’ammissioni non è da tutti, parecchi non se ne rendono neanche conto e moltissimi non lo ammetterebbero mai.

Ho letto che Maria Grazia Cucinotta, in U.S.A. ha conquistato gli americani con la pasta al forno. Devo dire che la cosa mi ha sorpreso. Va bene che si tratta di stranieri, che normalmente mangiano assai male, ma se penso a tutte le cose semplici e meravigliose che si possono fare con la pasta, non posso condividere il loro entusiasmo, per la pasta al forno, che relego tra i piatti da tavola calda: Il suo maggior pregio è di non essere  un piatto espresso!

Lo trovo elaborato, spesso afflitto da un sapore di cacio cotto, e non mi cattura. Ovviamente è solo un’opinione personale.

A volte si sbagliano  cose semplici come un piatto di spaghetti. C’è una varietà di verdure e d’aromi, che ben si sposano con la pasta. Ma ci sono anche  sapori,  assolutamente incompatibili.

Ad esempio: L’origano, i capperi e il rosmarino.

Capperi e rosmarino vanno bene con molti piatti, ma mai con la pasta. Se qualcuno vi dirà che, sono così usati, in alcune cucine regionali, ( e nei sughi pronti!) non fatevi confondere. Le cucine regionali non sono il Vangelo gastronomico.. Bisogna distinguere il grano dal loglio.

Vista in positivo, la pasta si può condire in molti modi e mescolare gradevolmente con molte cose. Quanto però agli aromi e alle spezie compatibili con una buona pasta, esiste un numero piuttosto ristretto di cose che si possono usare.

Non vi dico niente di nuovo: Aglio, prezzemolo, basilico, cipolla (con molta moderazione), pepe e peperoncino.

Tutto il resto, nel genere aromi e spezie, non va bene!

Parlando di ingredienti, di cui ho visto far uso (purtroppo),  andrebbero evitati: Graveolenti ritagli di salmone, vecchie scorze di formaggio, aromi ed erbe miste (tipo preparati per arrosti), “biuster”, piselli di barattolo, uova sode, mozzarella, sottilette, vongole surgelate, avanzi di mortadella, grassi di prosciutto, cotiche e “grascia” di varia provenienza, o altri tipi di rifiuti domestici non riciclabili.  Non esagero, sono tutti casi reali. Un ultimo consiglio, non preparate la pasta al tonno aprendo una scatoletta, versandola nel sugo e poi scaldando il tutto!

In molti giureranno che, a casa loro, si faceva un timballo di pasta meraviglioso.

Forse qui siamo veramente nell’area del buono soggettivo, dove il buono universale, sancito dall’ampio consenso, torna a essere un’idea astratta.

Certo che queste disquisizioni sul cibo, sul che cosa è buono e cosa meno, vengono meglio a pancia piena, a digiuno si è più possibilisti.

Lucio Romualdi e Paolo Cinquescudi, verso i diciassette anni scapparono di casa. Si ritrovarono su un treno in fuga verso il Sud. Sul treno si scambiavano le confidenze sulle ragioni della loro fuga. Diceva il Romualdi:

«A casa mi trattavano proprio male. Pensa che mi davano spessissimo i carciofi. E io, se c’è una cosa che non posso soffrire sono i carciofi!».

Il treno ferma e i due acquistano un cestino da viaggio. Uno in due, poiché avevano pochi soldi. Dividono equamente. Per contorno c’era un carciofo. Fa il Cinquescudi:

«Beh! Questo allora lo prendo io, tanto tu…».

e il Romualdi:

«Aoh! Ma che sei pazzo!… a signò cià n’cortello?… a signò cià n’cortello?».

Quanto al vino, oggi ne parlano tutti. Uomini, (le donne sono più sobrie), la cui competenza enologica si limita a distinguere un secco da un abboccato, si improvvisano sommelier e la foga della discussione sale al salire del tasso alcolico nel sangue degli enoesperti. Queste dissertazioni possono avere esiti mortali, se poi ci si mette al volante. Ciò che sfugge ai pseudo esperti di vino è che l’esperto di vino è un non senso. Per capire questo fatto, è necessario sapere che il vino non  è qualcosa di costante, e sebbene i produttori tendono a standardizzarlo, in realtà non ci riescono mai completamente. Un sommelier è in grado di svolgere un lavoro competente soltanto se conosce bene tutti i lotti di bottiglie, disponibili nella cantina del suo posto di lavoro o man mano che arrivano. Li deve assaggiare tutti per conoscerli ed assaggiarli è l’unico mezzo. Non esiste un’ esperienza o una competenza pregressa del vino, che sia utilizzabile, senza prove pratiche. Sono tutti discorsi da caffé o speculazioni commerciali.

Il vino, senza eccessi, bevuto possibilmente in casa, è uno dei pochi piaceri della vita. Esaminiamo cosa è realizzabile e cosa non lo è.

Bevendo il vino responsabilmente, (cioè, non come se fosse acqua!) si matura un’esperienza, ed un crescente e qualificato apprezzamento.
Allo stesso modo che ascoltando musica o visitando musei, si abitua orecchio ed occhio e si acquista apprezzamento per la musica e per le arti figurative.

Serve un minimo di orecchio ed altrettanto un minimo di gusto e forse un minimo di occhio, cioè di innato gusto estetico e di memoria fotografica, affinché ciò che vedi possa lasciare qualche traccia in te.

Mi ricordo un episodio. Portarono in tavola del vino. Lo provai e chiesi se ci fosse anche qualcos’altro. Ne portarono un secondo tipo ed io decisi di bere quest’ultimo. Un commensale li assaggiò ambedue e disse:

-          Sanno tutt’e due di vino!

Potremmo concludere che a taluni la natura ha negato certi piaceri. C’è sempre un risvolto della medaglia. Chi non gode di certe soddisfazioni del gusto, soffre molto meno i sacrifici dietetici.

 Che cosa non è possibile?

Avendo nelle vostre mani una bottiglia di vino commerciale, regolarmente etichettata ma sigillata, non è possibile preconizzare con precisione assoluta, se il contenuto è buono o no.  Men che meno se risulterà di vostro gradimento. Neanche il prezzo è una garanzia assoluta. La bottiglia, superba alla nascita potrebbe aver subito una cattiva conservazione. Chiaramente se già ne avete bevuta una identica, ( quando dico identica mi riferisco al complesso dell’etichettatura), siete molto prossimi ad una ragionevole certezza.

In conclusione, toglietevi dalla testa che il fantomatico intenditore di vino, nelle stesse circostanze è in grado di dirvi se quel vino vi piacerà o no.

Di recente Berlusconi si è paragonato al Brunello di Montalcino. Una volta nel Texas, conobbi un collega che lavorava nei campi petroliferi. Di lui si diceva che fosse sobrio soltanto sul lavoro. Lo incontrai nuovamente ad un Corporate party, ed aveva un bicchiere in mano. Mi riconobbe,(spero) e mi disse:

-          Taliano…Brunello da Montalcino.

Il Brunello è forse il più famoso vino italiano e costa di conseguenza. Nei supermercati viene esposto in armadietti chiusi a chiave.

Io non l’avevo mai assaggiato (non sono Berlusconi!) fintanto che mio fratello me ne regalò un bottiglia. Non mi è piaciuto!

(Peraltro non mi piace neanche il Saint Emilion, né il Cabernet Sauvignon!)

Che cosa significa questa storia: Due cose molto importanti, conseguenti con quanto già detto:

-          Io ho bevuto un Brunello da Montalcino e non il Brunello da Montalcino, ( cosa che richiederebbe un notevolissimo impegno, anche economico!)

-          Potrebbe capitare, che determinati tipi di vini, anche rinomati, non incontrino il vostro gusto. Se li avete pagati una tombola vi piaceranno ancor meno, anche se magari mentirete nel merito, tanto per non passare da incompetenti

 

E adesso parliamo un momento della situazione più comune in cui normalmente vi trovate. Siete al supermercato e volete comprare del vino. C’è il problema della scelta. Che fare?

Per prima cosa decidete un  minimo ed un massimo da spendere. Il minimo serve. Se spendete troppo poco buttate i soldi. Però tenete presente che spendere troppo è altrettanto una stronzata. La sfida è imbroccare un buon rapporto prezzo/qualità. E’ però una strada irta di sofferenze economiche e palatali, perciò fornire qualche  tumb’ rule (regola del pollice), non è da buttar via, se almeno ci risparmia qualche sbaglio.

 

Mai giudicare un vino dal nome; il nome quando non è di fantasia, indica solo il tipo di vino.  Qualche volta indica il vitigno. A mio parere, serve solo a ritrovare un vino, che avete già bevuto e vi è piaciuto. In questo caso, memorizzate bene ogni particolare dell’etichetta. Soprattutto: produttore e anno di vendemmia. Ma il nome del tipo di vino, per sé, non da alcuna garanzia di qualità. Non indica qualcosa di definito. C’è Falanghina e Falanghina.

La seconda cosa da fare è leggere con attenzione l’etichetta. A parità di prezzo una Denominazione di Origine Controllata (D.O.C.) è in genere da preferirsi ad una Indicazione Geografica Tipica. (I.G.T.) I vini ad “Indicazione Geografica Tipica”, vanno presi con consapevolezza. Vale a dire se li hai provati e ti sono piaciuti.

L’etichetta a volte può contenere qualche informazione, che ti fa cambiare idea sull’acquisto. Se ad esempio leggete: “Una certa astringenza, dovuta alla carica tannica imponente…”  e non vi piacciono i rossi allappanti e amarognoli e bene lasciar perdere. Il tannino c’è in tutti i vini rossi, essendone un ineludibile elemento, è quindi, un discorso di quantità, d’intensità. Non deve essere troppo. Un vino di un bel rosso chiaro ne contiene meno. Io se mi trovo totalmente privo di punti di riferimento e non so a che santo votarmi rischio, anche perché mi piace cambiare. Rischio, usando un criterio geografico. Consiste nell’evitare il vino di certe regioni ( a meno di conoscerlo già, ma abbiamo premesso l’assenza di vini già bevuti.). In un supermercato romano io evito i vini laziali, umbri ed abruzzesi, perchè sovente mi hanno deluso. Va però detto che sono i più economici. Regioni benedette per il vino sono : La Campania, il Veneto, Il Piemonte, la Sicilia, La Toscana, La Puglia.

Apprezzare il vino buono, richiede educazione del gusto. Quando uno dei tanti americani della casa madre, arrivava in visita alla Compagnia c’era sempre qualcuno di noi, che secondo il reparto d’appartenenza, lo prendeva a balia e lo portava fuori a pranzo o a cena, nei migliori ristoranti. In genere si coglieva l’occasione per offrirgli ed offrirci, i migliori vini della lista. Nomi famosi, annate importanti.

Ricordo uno di questi, gran mente di chimica macromolecolare, che rimaneva assolutamente indifferente a vari assaggi. Tanto che alla fine, gli ordinai una CocaCola. L’assaggiò, guardò con attenzione la bottiglia e si mostrò pervaso da una forte emozione. Esclamò: ”Ma qui avete ancora Coca Cola Classic! Beati voi! Da noi, a Baltimora, è introvabile!

In Val D’Aosta. sulla via di Courmayeur, prima di Pre Saint Didier, c’è un paesetto che si chiama Morgex. Quando lo attraversammo in auto, Lei disse. -    “qui c’è il vino di cui parla Veronelli”.

Mi ricordai  allora, della storia (o è una leggenda?), di Veronelli, che nel corso di un’intervista, fu forzato a scegliere, un solo  vino bianco da salvare.

Veronelli affermò che avrebbe salvato il Bianco dell’abate di Morgex. Mi fermai, scesi e stavo per avviarmi verso un negozio d’alimentari. Ma mi sentii chiamare:

-     ”Guarda che quel vino, lo ha solo l’abate!”.

Cercammo la canonica e finalmente trovammo l’abate. Quando dissi che lo cercavo per il vino, si mise a ridere.  Disse che la cosa era diventata assurda, che riceveva richieste esorbitanti da tutto il mondo e che lui produceva soltanto seimila bottiglie l’anno. Pensai che la cosa si stava mettendo male.

Cominciammo a parlare come amici di vecchia data, mi spiegò che il vino proviene da un vitigno autoctono, coltivato a più d’ottocento metri. Quindi un unicum poiché, la vite difficilmente alligna, ad altitudini superiori ad ottocento metri. In conclusione mi diede quattro bottiglie. Sfortunatamente all’epoca non avevo ancora un gusto educato. In ogni modo lo trovai meraviglioso e differente da tutto ciò che avevo bevuto prima.  Per molti anni ancora, tentando di descriverne il sapore a chi non lo conosceva, affermavo che somigliava vagamente al Veuve Clicot Ponsardin, se ci levi tutte le bollicine. Sicuramente qualche esperto, che l’ha provato, resterà inorridito da questa descrizione.

Mi piange il cuore ed inorridisco a mia volta, al ricordo che due bottiglie, le conservai per le grandi occasioni.

All’epoca non sapevo nemmeno che, il vino bianco non regge l’invecchiamento.

La caccia al vino buono, è un piacere della vita, ma la caccia al vino buono che costa poco, può essere frustrante. Si scivola nel cosìdetto vino fatto con l’uva, comprato a grandi volumi, che perlopiù sarà magari fatto con l’uva, ma fa schifo.

Parlando di vino, mi viene in mente Rino. Era un ragazzo eccezionale. Prese la laurea in Ingegneria ed andò ad insegnare alla Columbia University. E poi dicono che non c’è, la fuga dei cervelli!

In meno di quindici minuti, m’insegnò a guidare il mio primo ed unico motorscooter: la Lambretta. Imparai così bene, che potevo guidarla anche con la febbre a quaranta!

Un giorno Rino fu invitato a pranzo da un amico. Portò  in omaggio, una bottiglia di Moscato d’Asti.

L’amico presentò Rino a suo padre e gli mostrò la bottiglia.

-         “ L’offre Rino!” -  disse al padre.

-         “Ah!”  – fece il padre – “Il famoso Loffrerino d’Asti!”

Ho nelle mie corde i sapori antichi, dei vini romani delle colline di sud-est: il Frascati, il Marino, il vino d’Ariccia, di Genzano, di Velletri.

Da Velletri la strada dei laghi porta a Roma, scavalcando queste colline. Spesso la prendevo per tornare a casa dopo il lavoro, sul finire del giorno. A quei tempi era facile che una “fraschetta” indicasse un posto con del vino buono. Avevo un posto favorito, dopo il primo quadrivio, la traversa a sinistra porta verso Nemi. Una piccola trattoria di campagna, molto mal ridotta, usa a veder clienti, solo nei giorni festivi. Un pergolato scheletrito, sulla sommità dell’orlo verde del cratere, si affaccia sullo “Specchio di Diana”, il lago di Nemi. Alle spalle lecci, roveri,  querce e in lontananza ancora qualche pino marittimo secolare, le chiome arrossate dal sole calante. Pane di paese, provolone piccante ed un vinello giallo carico, opalescente, fruttato e con un robusto retrogusto.

Per me, un vino ed un posto da meditazione. Purtroppo sono sapori scomparsi. Ma come e perché? I vitigni falcidiati dalla fillossera? Non lo so! Il Frascati d’oggi viene considerato un vinello,” un vino facile, beverino, un po’ molle nella sua piacevole aromaticità, ma non di grande considerazione”. E’ un’altra cosa.

10
mag

Lo strano caso della minestra di magro

scritto da Sergio, in: Senza categoria

Nessuno salì le scale del 221 bis di Baker street,W1. L’avventura cominciò con una telefonata di Gelosi.

‹‹  Ciao! Siamo nella merda  alla X…. Abbiamo bisogno di te!››

‹‹ Voi mi chiamate solo se siete nei guai. Che è successo?›

‹‹ Le Ricerche hanno condotto un test di valutazione con il nostro prodotto, sulle loro torri pilota. I risultati sono stati pessimi.›

‹‹ Avete provato Lourdes, visto che per voi non è così lontano?››

‹‹ ( suoni scomposti ed irritati)››

‹‹ Va bene, va bene. Mandami intanto i numeri del test.››

Andai a Lione. Dopo il meeting, tenutosi ai più alti livelli del loro Istituto di Ricerca, Gelosi mi aveva portato a pranzo in un lussuoso ristorante di hotel. Era un ristorante famoso e la cucina a Lione è una delle migliori della Francia.

Mi sentivo euforico per una serie di ragioni:

-         Avevo tenuto banco con il mio francese molto spartano, ma da loro preferito al mio pur ottimo inglese.  ( I francesi sono poco portati per le lingue straniere!)

-         Numeri alla mano, Li avevo convinti: La colpa era loro! Non avevano rispettato le prescritte condizioni d’esercizio!( Gelosi gongolava!)

-         Non ultima, una generosa dose di Sancerre. Vino troppo caro per essere bevuto a mie spese.

In quel contesto di leggera euforia alcolica,mi lasciai andare a dire cose compromettenti ed autoreferenzianti: Mi piaceva cucinare, a casa cucinavo tutte le volte che serviva, e forse commisi l’imprudenza di aggiungere: La cosa mi riesce abbastanza bene. Purtroppo quando ti sei fatto la fama di uomo serio, non ti puoi più permettere di scherzare.

Gelosi, di Sancerre, ne aveva bevuto abbastanza anche lui, ed era un romagnolo impulsivo, di sangue caldo . Si alzò e ritornò con un depliant.

 Era il bando di un concorso gastronomico, una  competizione di cucina creativa, riservata a chef europei, non francesi e non professionisti.

La competizione si sarebbe tenuta nella sede di Bordeaux, della catena alberghiera del ristorante in questione: Il Super Grand Hotel di Bordeaux.

Gelosi mi guardava mentre leggevo il depliant, ma io gettai acqua sul fuoco:

‹‹ Non sono a livello di competizioni internazionali e non ho alcuna intenzione di andare a Bordeaux, a questo specifico scopo!››

‹‹ Tanto per parlare, che cosa ti riesce meglio?››

‹‹ In genere, le minestre!››

In albergo, la sera mi capitò sott’occhio il depliant. La competizione era per sezioni, vale a dire per tipi di piatti: le carni, il pesce, i dolci, etc. Sei o sette categorie di portate. I partecipanti dovevano pagare una quota d’iscrizione, che veniva restituita ai primi tre classificati, in ogni categoria.

Gettai il depliant nel cestino.

In primavera, Gelosi venne a Roma e casualmente invece che nel solito buon ristorante romano, lo invitai a casa. Feci la paella. Come la faccio di solito: niente pollo o altre bestie strane, solo pesce.

Dopo alcuni mesi, Gelosi mi telefonò:

‹‹ Serve il tuo aiuto a Bordeaux !››

Bordeaux…Bordeaux, questo nome mi ricordava qualcosa.

‹‹ Le solite rogne?››

 Le solite: Il marketing si vende miracoli, a prezzi competitivi  e qualche volta non avvengono. A proposito, con l’occasione ti ho iscritto alla competizione gastronomica, nella sezione: Soupes et Potages.  A spese della ditta!››

‹‹ Ma che sei matto?››

‹‹ No. Mi ricordo la paella!››

C’era ancora tempo e rimossi il pensiero. Ma i giorni passavano inesorabili e dovevo decidere che cosa fare.

Gelosi aspettava il nome del piatto che avrei cucinato, per la registrazione.

I francesi sono famosi nel mondo, per chiamare con nomi altisonanti piatti umili o semplici. Se poi c’entravano le patate, immancabilmente tiravano in ballo Antoine-Augustin Parmentier. Non potevo competere.

La chiamai:  Minestra di magro del venerdì. In memoria del Gianburrasca di Vamba.

Non sbagliai. Nessuno della giuria capiva l’italiano, né tampoco aveva letto Vamba. Ebbi con Gelosi uno scambio d’idee sulla logistica dell’impresa. Vale a dire quali delle materie prime necessarie fossero disponibili in loco e cosa avrei dovuto portare con me in valigia.

Di ciò che feci per lavoro, in quella missione a Boredaux, non mi ricordo più niente. Quanto alla competizione gastronomica, pur rappresentando per me qualcosa di assolutamente inusitato, ricordo poco anche di quella. Il punto è che non l’affrontai con il giusto spirito competititivo, bensì lo feci con la rassegnazione di chi è stato messo in mezzo e non può più tirarsi indietro. Come conseguenza, del risultato non me ne poteva fregare di meno.

Dei tre ingredienti principali, due li portai con me per sicurezza e solo il terzo fu reperito sul posto, da Gelosi.

Dopo aver preparato le loro vivande, gli chef confluirono in una grande sala approntata allo scopo, congiungendosi con parenti e amici, in attesa della valutazione e del verdetto della giuria, formata da chef professionisti francesi ed esperti gastronomici.

I risultati uscirono fuori secondo l’ordine logico di un menù ideale. Perciò per quanto mi riguardava, il responso venne subito dopo le Hors-d’-oeuvrés.

Lo speaker ufficiale annunciò che: dans la categorie de mets: Soupes et Potages, il primo classificato era Minestra di magro del Venerdì, dello chef italiano Sergio Mezzanotte. Seguivano il secondo ed il terzo classificato.

Non ci volevo credere ma andò così. Gelosi rideva e mentendo spudoratamente, diceva che lui se lo sentiva.

Conclusi  che nelle cose della vita, per ottenerle o ci devi mettere tantissimo cuore o non mettercene affatto.

E adesso vediamo la ricetta:

Ingredienti.

-         Un Cardo.

-         Fagioli cannellini. (Prelessati, con brodo di cottura)

-         Brodo di manzo.

-         Tagliolini all’uovo ( o tonnarelli)

 

Procedimento.

Essendo un piatto molto semplice quanto ad ingredienti, vale per esso il principio fondamentale: Nella minestra quello che ci metti, ci trovi.

Se lo realizzi con ingredienti economici non potrai mai spiegarti che abbia potuto vincere un premio, quantunque modesto. Il cardo deve essere fresco e croccante ed i cannellini quelli costosi, saporiti e a buccia tenera. Non è detto che nel supermercato sotto casa siano disponibili.

La difficoltà dell’esecuzione sta soprattutto nel saper pulire i cardi. Vanno rimossi tutti i fili. Non mi sembra che i cardi siano un tipo di verdura molto popolare. La spiegazione potrebbe essere che pochi sanno pulirli come si deve. È un lavoro lungo! I pezzi di cardo, ben sfilati, vanno sciacquati con acqua e succo di limone. Si comincia con la cottura dei cardi con aglio, prezzemolo, sale, peperoncino, olio extravergine ed una punta di cucchiaio di preparato per brodi. Consiglio la pentola a pressione, cottura con pochissima acqua, per tre minuti dall’inizio del sibilo. Aggiungete i fagioli cannellini prelessati con il loro brodo di cottura. Aggiungere qualche ciuffetto di rosmarino. La cottura a questo punto deve essere tale da garantire che i cannellini siano ben teneri e non si sentono le bucce. Deve comunque essere una cottura molto breve. Aggiungere il brodo ed i tagliolini, a consistenza di minestra brodosa, tenenendo conto che i tagliolini assorbiranno un po’ di liquido. Cottura tre minuti Con fagioli della giusta qualità, il tempo totale di preparazione oscilla tra gli otto e i nove minuti  Spolverate con parmigiano fresco.

 

E il premio? Erano due cartoni di Bordeaux de Chateau. Ventiquattro bottiglie. Il loro trasporto per corriere fino a casa mia a Roma, mi costò una fortuna. Questo me lo ricordo bene. Come fosse il vino, l’ho dimenticato ed anche ciò la dice lunga. Nei due casi estremi: fosse il Bordeaux corrusco di amari tannini, come il Saint-Emilion, che io odio,  fosse quello soffice, che mi accarezza il palato come la lingua della mia donna, lo avrei ricordato. Quindi era una cosa nel mezzo.