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22
set

Antologia

scritto da Sergio, in: Giallo

I romanzi gialli ( quelli buoni, ovviamente,) fanno parte della letteratura? Chi avesse seguito  questo blog avrebbe detto: No!

Senza aver svolto estese e specifiche ricerche in merito (forse avrei dovuto!),  avevo raggiunto il convincimento che i romanzi gialli, anche i migliori, non venissero accreditati come letteratura , bensì come romanzi di genere. Non starò a ripetere quanto già detto nella Riflessione sul giallo. Soltanto una aggiunta: Italo Calvino, autore che mi piace molto, (ma non nei romanzi, soltanto nei saggi!) diceva nel 1959: ” … non c’è stata una rinascita del romanzo attraverso i gialli, né attraverso la fantascienza. Pochi gli esempi positivi nel primo caso, pochissimi nel secondo. Risposte a 9 domande sul romanzo. 38 -39 Nuovi Argomenti. Detto questo …

Nel post precedente (Scarpe da tennis) cì è stata una meditazione sulla vita che cambia. Una riflessione da pessimista, bicchiere mezzo vuoto, la vita che cambia in peggio. Invece stavolta c’è una novità, del tutto inattesa. E sembra un cambiamento positivo.  Sono ricominciate le scuole ed ho visto l’antologia di Adrian per la terza media. Non ci volevo credere!

Consentitemi un’osservazione fuori tema. Mi dovete dare atto di non aver detto: Ke la vita Kambia né che Adrian fa la terza midia! Forse non sono del tutto stronzo! ( Non è detto. Questo è un tipico esempio di autoglorificazione.)

La novità è che nell’antologia tra i soliti autori ci sono: Conan Doyle e Sherlock Holmes, Simenon e Maigret, Chandler e Philip Marlowe, Agatha Christie e Poirot, i cugini Dannay e Lee con Ellery Queen, Camilleri e Montalbano.

Cazo! (Come diceva Adrian quando non aveva ancora le doppie.)

Vuoi vedere che qui qualcuno dice: Questi sono gli epigoni dei romanzieri dell’ottocento! Vuoi vedere che qualcuno comincerà a dire: I romanzi devono essere divertenti, appassionanti e magari alla portata non dico di tutti, ma almeno di quelli che hanno voglia di leggere ( e non sono tanti.)

Incensare romanzi pallosi e poco comprensibili è un’altra delle innumerevoli forme di autoglorificazione.

11
set

Scarpe da tennis.

scritto da Sergio, in: Senza categoria

No. Non avevo intenzione di parlarvi di “Un paio di scarpe” ( da tennis, per l’appunto! ), il romanzo firmato nel 1931 dai cugini “Ellery Queen”. Anche se è un’ tipico giallo ad enigma, forse la famosa icona che andavo cercando. ed è anche un bel giallo, in barba ai critici.

No. Volevo solo fare una meditazione nostalgico-esistenziale sul tempo che passa, sulle cose che cambiano e su quelle che non cambiano. Su noi, se  anche con un certo rammarico, cambiamo. Come sottofondo musicale alla meditazione, ben ci starebbe ” As time goes by”  di Herman Hupfeld, sempre del 1931. Magari suonata e cantata da Dolby Wilson: You must remember this …

Si, il tempo passa e la vita cambia, ci piaccia o no. Quasi tutti se ne fregano, o almeno così pare. Poiché sembrano accettare tutto come inevitabile, come fosse una spontanea adesione, anche se il nuovo è decisamente peggio del vecchio. Non mi succede di percepire traccia di opposizione neanche alle mode più sconsiderate, tipo i pantaloni a vita bassa.  Eppure , forse sarebbe il caso , poichè, non vi illudete : non siete tutti Anna Oxa! Spesso meno di voi si vede, meglio è! Ma torniamo al tema.

Una volta le scarpe da tennis le portavano i giovani, perché costavano poco,  alte o basse che fossero. Erano di tela e di gomma, pertanto si compravano dalle Sorelle Adamoli, come tutto ciò che era di gomma. Quelli che praticavano il basket, le portavano alte.   Come  molti, che non praticavano un cazzo, ma volevano darlo ad intendere: Alte o basse, tutte indistintamente facevano puzzare i piedi. Palestre, club sportivi, piscine e qualsiasi luogo chiuso , dove i giovani si toglievano le scarpe,  erano ( e lo sono tutt’ora ) caratterizzate dalla puzza di piedi. Nelle case dove c’erano ragazzi giovani, non serviva chiedere quale fosse la loro stanza. Bastava seguire il naso. Poiché io, non ho mai avuto un’autentica passione per la puzza di piedi, usavo consolarmi con la riflessione che nella vita non si può avere tutto: La botte piena e la moglie ubriaca, il marito ricco ma anche giovane e bello, le scarpe economiche e profumate al gelsomino.

Il tempo passò e molte cose cambiarono. Purtroppo quando si hanno delle cose buone, si tende a dare per scontato che si avranno per sempre, come la giovinezza e il sarto che ti fa il vestito su misura ad un prezzo ragionevole. Con il sarto sparì il cappotto e poi l’impermeabile. Oggi si trovano solo nei romanzi. Addio tenente Sheridan! Oggi  se hai il cappotto e ti azzardi a metterlo, accadono cose imprevedibili ed inevitabili. La portiera sul portone ti domanda curiosa se stai andando ad un matrimonio. Diciotto comunitari o extra  ti chiedono l’elemosina chiamandoti: Capo. (invece dei soliti tre). Se sali su un autobus ti offrono subito un posto a sedere. Al super, ti fanno lo sconto del quindici (volpi grige) anche senza la carta Unika. Ti senti osservato ed in genere torni a casa e te lo levi. Così torni anche nell’anonimato.

Per il cappello, se parliamo di quello normale, da uomo, in feltro, ci vuole un discorso a se. Scompare misteriosamente con la morte di De Gasperi , l’ultimo che lo ha indossato. Da allora, in caso di pioggia repentina, si adottano (occasionalmente) diversi generi di copricapo. Ad esempio: Il cappello da muratore, ricavato dal fondo del sacchetto del cemento. Con la crisi edilizia si passa  al sacchetto di plastica nera, per la raccolta dei rifiuti urbani,, acconciato alla moda dell’afganistan. Oggi va il cappello da puffo. Non essendo water proof, si indossa con il freddo secco. Usato in Russia, come il colbacco di pelo, conferisce un look retrò, tipo Unione Sovietica ante caduta del muro. Devo dire:  Su base meramente estetica, preferisco il cappello da muratore.

Un caso bizzarro è quello dell’ombrello, rarefatto ma poi risorto. Era pressoché caduto in disuso, quasi che a Roma la pioggia fosse  un fenomeno astrale raro,  come la cometa di Halley e appannaggio ormai di pochi anziani. Così era invalsa la moda di fregarlo nei supermercati, ove qualche sprovveduto si fosse fidato di abbandonare il suo nel contenitore apposito ma incustodito. Il guaio è che ognuno guarda solo al proprio tornaconto e se ne fotte del prossimo. Io capisco che tu supermercato voglia evitare il paciugo derivante da ombrelli sgocciolanti. Ma allora  fornisci un servizio di guardia armata, provvista di contromarche. Mica siamo in Germania!     Poi però i cinesi produssero ombrelli a prezzi talmente irrisori da essere venduti nei mercatini da extra ambulanti insieme ai fazzoletti di carta e l’aglio rosso. Il crollo dei prezzi declassò il furto dell’ombrello al livello da  autentico morto di fame e mise fine (a dirla con Montalbano) a questa grandissima camurria!

Diverso destino hanno avuto le scarpe da tennis. Non solo non sono scomparse  ma anzi hanno assurto al ruolo di calzatura nazionale. Uso questo romantico appellativo, di sentore sportivo, per riferirmi a tutti i generi di scarpe, fabbricati con tessuto e gomma o altra plastica ancora più scrausa. Ci si potrebbe domandare cosa rende appetibile questo genere orrido di calzature. tutte indistintamente generatrici di fetore pedale. Non credo sia il prezzo. Secondo me c’è un aggettivo, che è stato accortamente veicolato dal marketing agli acquirenti: Scarpa tecnica. Ovviamente di tecnico, concernente il loro utilizzo, non c’è un cazzo di niente, ma la parola evoca un che di sportività per l’uomo della strada, mentre guarda la partita in televisione. D’altra parte si sa: La pubblicità conta sulle nostre illusioni. Tra le moderne scarpe da tennis , le “tecniche” sono decisamente le più antiestetiche, sopratutto nelle varianti multicolori. Ma non ce ne potrebbe fregar di meno. Con  il diffondersi della scarpa tecnica a più vasti strati della popolazione, la puzza di piedi non fu più una tipica prerogativa giovanile.  Ma non mi è ben chiaro se ciò venga percepito dagli utenti come un difetto o come un pregio.

Un terzo tipo di scarpe da tennis, sono quelle che io chiamo d’autore, perché portano le griffe del lusso e prezzi da paura. Per lo più questo tipo di scarpe accoppia il tessuto sintetico al pellanto. Il pellanto non si sa che è. Su internet (ricerca difficile) si sostiene trattarsi di un rifiuto dell’industria conciaria, potenzialmente classificabile tossico  e nocivo.   Conferito a titolo oneroso all’industria del lusso. Impiegandolo nelle calzature stile tennis, questa ne trae un modesto guadagno extra, non sufficiente a ripianare le perdite del settore, ( ove  ci fossero. Boh!) Le scarpe da tennis d’autore sono sicuramente meno brutte delle tecniche, perché molto simili  (A parte il pellanto) alle scarpe da tennis tradizionali, ancora largamente in uso. Però possono costare anche cinque volte tanto.  (Dico un numero a caso!) ed il piede ti puzza lo stesso o magari di più a seconda dei modelli. Non si può mai dire e forse anche questo, da qualcuno potrebbe essere percepito come un pregio. Non dovrei ma lo confesso. Ne ho un paio anche io. E ne ha un paio Ciuffo. nel suo colore preferito: il celeste bebi. Io ho una parziale scusante ed una aggravante. Le ho acquistate a saldo con il trentacinque di sconto … ma non gioco a tennis. Non so di Ciuffo. Quando successe la commessa del negozio disse:” Ne ha acquistato un paio anche mio marito. Ma non ha avuto il buon senso di aspettare i saldi. ” Aveva la voce triste: Non precisò se giocava a tennis. Il marito. Avvertii fortissima la sensazione di aver fatto una cazzata. Non serve dire che anche le tecniche costano una cifra  se sono delle marche predilette dai giovani ed altri omologati amanti del brutto.

29
set

Il Giallo ad enigma e gli altri.

scritto da Sergio, in: Senza categoria

Nella” Riflessione sul Giallo” ho fatto chiarezza ( e ne ho riscontro dai lettori del blog) sulla differenza fra due tipi di romanzi gialli, ambedue definibili: “deduttivi”.Tuttavia spesso mi prende la fregola di trovare un termine, una etchetta univoca, un nome per distinguere l’uno dall’altro. Suggerirei di chiamare “giallo ad enigma” il tipo che offre al lettore possibilità di soluzione. Ed invece “giallo classico”,l’altro. Simile in apparenza ma diverso nella sostanza, vale a dire insolubile  per mancanza di elementi probatorii.

A questo punto sono utili degli esempi e tanto più ce ne sono, tanto meglio.

Si può dire con buona approssimazione che Agatha Christie scrisse solo gialli ad enigma. E così i due cugini che si firmavano: Ellery Queen, ma soltanto finchè ambedue furono in vita e scrissero a quattro mani. Ma siamo sempre nel generico. Quindi, a scopo dimostrativo, andavo scartabellando i miei molti libri, cercandone uno, del periodo tra le due guerre, che fosse citabile come icona del Giallo ad Enigma.

Ecco, ho trovato! L’Enigma dell’Alfiere di S. S. Van Dine (lo dice la parola stessa!)  Però poi riflettendo mi sono detto: Sul web, di cazzate, già ce ne sono tante! E’ meglio rileggerlo. Ho fatto bene ! Da una rilettura, ho scovato soltanto due indizi: Uno è sì significativo,  ma l’autore lo offusca con una nuvola di chiacchiere a seminare dubbi sulla sua validità. Il secondo è addirittura “un’aringa rossa”, vale a dire una trappola per portare il lettore fuori strada. In conclusione: Non molto adatto come icona.

In compenso se prendiamo ad esempio i romanzi di Camilleri con Montalbano, ce n’è uno che sicuramente ha i requisiti per essere classificato giallo ad enigma ed è : “La Voce del violino.” Degl’altri non so dire, perchè andrebbero esaminati attentamente uno per uno. Sicuramente non lo sono tutti . Classificarli non ne vale la pena, poichè sono tutti abbastanza belli, con indizi o senza.

Ma non tutti sono Camilleri ed in giro ci sono parecchi libri deludenti. Non perchè siano scritti male, ma non sono appassionanti. Vi manca lo spirito del giallo. E se non c’è, non mi diverto.

14
set

Il gatto che non abbaiò.

scritto da Sergio, in: Senza categoria

” Bellino, bellino, prendiamocelo, prendiamocelo!” disse il ragionier Ernesto, allorchè Graziella Iaria, ” la calabrese”, fece il suo ingresso nella vecchia casa accarrozzandosi un gatto. (O meglio: una gatta!)

Ernesto aveva sempre detto di desiderare un gatto, e tutti gli avevamo creduto: “The importance to be Ernest!”  Ma sulla convivenza  nutriva illusioni basate su una fondamentale inesperienza: Vedeva solo il lato romantico. La realtà fu più cruda.

Al ragioniere non erano mancate le avventure. Si era fatta la prima guerra, cominciando come sottotenente di complemento nel nono reggimento fanteria, della brigata Regina. Quando salì sul treno che andava al confine, la banda dell’Esercito suonava:

“Ohi vita, ohi vita mia

ohi core de chistu core,

si stata o primme ammore

o primme  e l’ultimo sarai pe me!

Ridendo e scherzando si era fatto tutte e dodici le battaglie dell’ Isonzo. Rimediò anche una ferita da scheggia, (con pesanti conseguenze postume ),  una croce di guerra ed una medaglia di bronzo, che, dopo morto, ritrovai in un cassetto. Il nastro tricolore si era ingiallito! Ma non rimediò mai alcuna pensione, dimostrando che la patria non è un fiume per il suo popolo.

Nella seconda (guerra) era come la Cinquetti: “Non aveva l’età.” Ma si divertì lo stesso. Rifiutando di andare al nord con la repubblica, fu costretto a tornare al sud, al suo ufficio d’origine : Latina: ( allora Littoria). Moglie e figli a Roma.

Sbarco ad Anzio. Su Latina (sempre Littoria ):  Bombe,  granate,  cannonate, con aerei , cannoni, obici, mortai. Peggio che sull’Isonzo. Ciònonostante, quando il tempo lo concesse, tornò a casa a fette, con una marcia di aggiramento attraverso i Monti Lepini. Si gettava nei fossi, quando gli amichevoli aerei alleati scendevano a bassa quota a mitragliare i rari viandanti, per le strade delle montagne.

Lo vedemmo arrivare  magro, abbronzato, ringiovanito. Una coperta arrotolata ad armacollo, cappellaccio di feltro, (non da puffo!), tascapane e borraccia militare, piena di vino niente male: Rosso di Cori. Alla lontana, nel suo look c’era qualcosa di Gary Cooper, in ” Per chi suona la campana.”  Non aveva con se nulla di acquistato, tranne forse il vino il pane e il pecorino.Tutto ciò che non era già suo dei suoi scarsi averi, era stato conquistato sul campo. (Già allora gli acquisti erano depressi. La Confcommercio si lamentava.)

Ma torniamo alla gatta. Iniziò il soggiorno vomitando una palla di vermi. Il sentore di piscia di gatto, uno dei più penetranti tra gli odori, si aggiunse ai molti preesistenti nella vecchia casa. Per Ernesto ormai era il periodo del riposo del guerriero e cercava la pace.

Il fattaccio sopravvenne quando la gatta ebbe l’estro. Si contorceva inarcandosi e accompagnando il movimento con un continuo, aggricciante miagolio. Un suono stridulo, fatto di toni acuti come il gesso sulla lavagna, il trinciare lamiere di latta, il lamento delle anime del purgatorio.

Dopo settantadue ore senza requie, la situazione fu chiara: o lei o noi!

Fu espulsa con tacito, generale, consenso. Trovò comodo rifugio alla base del palazzo che,  in stile umbertino, (tetto di tegole e persiane ) offriva moleplici anfrattì. Sostenuta da cartocciate di pastasciutta, ebbe “love stories” con tutti i maschi del vicinato, producendo numerosa prole. Ma in seguito Ernesto, quando avrebbe potuto, non si prese mai più un gatto!

21
giu

A Ciuffo.

scritto da Sergio, in: Giallo

Spero, per il bene della sicurezza pubblica che lei non sia un investigatore professionale. Un commissario o un ispettore o un maresciallo maggiore nei Carabinieri, ( al più potrebbe essere l’ispettore Coliandro!).  Tampoco un detective privato: farebbe la fame! Vediamo perchè. Caro Ciuffo, lei pur disponendo di informazioni privilegiate ( pertanto passibile di un’accusa di insider trading!) non giunge a conclusioni corrette.

Io non ho scritto per gli spammers, che come ben sa non leggono i posts, tampoco i commenti. Ho scritto per i miei soliti eventuali lettori. Pertanto cade il discorso: pensi che gli spammers sono tutti inglesi. Quelli per cui scrivo sì, sanno tutti l’inglese, altrimenti come potrebbero aprire un ristorante a New York? In uno dei miei posts ho chiaramente indicato per chi scrivo, vale a dire le caratteristiche comuni a tutti i miei lettori.

Da questo punto di vista, lei caro Ciuffo è un lettore anomalo. Infatti sospetto che non abbia l’intenzione di aprire un restaurant a New York! E neanche  di andare in precedenza a Londra  a fare un corso di cucina.

Sospetto, (sospettare è il mio mestiere!) che di corsi di cucina lei non intende farne , né a Londra né altrove ( anche se , magari, le farebbero comodo.)

Lamentarsi dello spam è banale. E’ come lamentarsi del caldo afoso o delle tasse! Però ho trovato che nella versione originale (inglese) le frasi accattivanti, fornite allo scopo di insinuare spazzatura fra commenti autentici, posseggono nella loro enfasi un involontario effetto comico, un sollievo per i miei lettori spesso depressi, nelle presenti circostanze.

18
giu

God save the spammers.

scritto da Sergio, in: Senza categoria

Telling the truth no one of my real readers addressed my posts  such a sort of sweet and encouraging words:

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Friends spammers, I understand and compassionate for the hard and miserable life you have to live in order to get your bread and butter! Ireally sympathize with all you. Terrific job,  do not give up. I love you spammers!

7
mag

Il Codice Da Velletri.

scritto da admin, in: Giallo

Ancora sui gialli televisivi. Ancora che? Ancora opinioni. Le stesse, ma con la voglia di fare chiarezza, di definire le regole del gioco. ( Come se fosse importante.)

Lo spunto me lo ha fornito Paolo, uno dei pochi lettori di libri gialli che conosco:

- P : Ho letto il tuo post su Nebbie e Delitti 3. Mi sembra di capire  che almeno la Prima e la Seconda Serie ti siano piaciute!

- M : E’ ovvio! Non sono mica scemo! Fare le ore piccole per guardare uno spettacolo  che neanche mi piace? Succede, ma di solito in prima serata. Quel post esprime rammarico nel vedere una cosa che mi piaceva trasformarsi in un altra che mi piace meno. Se di belle fiction poliziesche ce ne fossero a iosa, non ne avrei fatto cenno.

- P : E’ soltanto la tua opinione! Magari ai torinesi piace più la Terza Serie!

- M : Certo. Forse è il caso di chiarire. Su questo blog o ci sono parti di fantasia o ci sono opinioni personali. D’altra parte è inevitabile. Per riportare fatti ci vogliono notizie inconfutabili e di prima mano. Nel genere, dispongo solo di fatti personali e non ho alcuna voglia di raccontarli. C’è poco mistero e non interessano nessuno. (è un opinione!)  Quanto a riportare notizie fresche di seconda mano, se possibile cerco di evitarlo. Che sugo c’è? Anche se non manca chi lo fa. Tolto questo, cosa rimane? Solo la fantasia e le opinioni: Mi pace questo, non mi piace quello. Che poi fatti o eventi o quant’altro sia reale possa coincidere con le mie fantasie o opinioni, è da ritenersi puramente casuale.

Che cosa sono le opinioni? Sono un prodotto ibrido dell’intelligenza razionale e dell’intelligenza emotiva. Spesso prevale quest’ultima ed allora si chiamano”gusti”. Non dimentico mai quanto sosteneva Silvio Ceccato: Nelle relazioni interpersonali, divide molto di più una differenza di gusti che una differenza di opinioni.

Sono libero di esprimere le mie opinioni? Credo che una risposta adeguata a questa domanda esorbiti i modesti limiti di questo blog.

Per quel che vale, sostengo che le mie opinioni purtroppo sono innocue, non presentano pericoli e possono essere sposate o ignorate senza conseguenze. Non sono un’Agenzia di Rating. Non mi sono montata la testa!

13
mar

Vecchi sceneggiati poliziotteschi.(1)

scritto da Sergio, in: Giallo

Nelle scorse settimane non avevo trovato nulla di meglio che fare le ore piccole per rivedere gli episodi di Nebbie e Delitti. Per ore piccole intendo dall’una alle tre di notte, la fascia oraria dei film porno. In passato i primi episodi li avevo visti e dimenticati. Ma era restato uno strascico di fantasie nostalgiche.

Sarò sincero: Non sono un fan di Luca Barbareschi, anche se nei poliziotteschi c’è di peggio. (Non enumero, la lista sarebbe lunga). Credevo che per un attore interpretare il ruolo di commissario o altro graduato investigativo, fosse oggi un’ambita forma di consacrazione artistica quale una volta recitare un ruolo di Sakespeare o almeno Sem Benelli. ( Pensavo a Gino Cervi, Tino Buazzelli, Paolo Ferrari, Pietro Germi) Salvo che un tempo ci si arrivava per meriti artistici largamente riconosciuti e invece oggi va per raccomandazione di vario genere. Quando ho saputo l’entità dei compensi erogati ho capito sia quanto fossi ingenuo, sia quanto l’arte non c’entri un fico in queste cose.

Neanche per Valerio Varesi stravedo. Ma non è una critica. Ho solo gusti diversi. In Nebbie e Delitti mi intrigavano due cose. La prima: Che fosse girato a Ferrara , con belle inquadrature della città. La seconda: Natasha Stefanenko, per la quale non servono aggettivi o commenti. Ma alla terza serie, il regista o la produzione o chissàchi ha un duplice colpo di genio: Abbandona Ferrara per ambientare Nebbie e Delitti 3 in squallide periferie della Torino postindustriale. Senza neanche aggiornare il titolo alla nuova realtà. Che so: Macerie e Delitti, Cadaveri e Relitti. Insomma un pathos da Ultima Spiaggia. Come se non bastasse hanno sostituito la Stefanenko con Anna Valle. Per carità: Bella donna, perfetta per un remake casereccio di Il Diavolo veste Prada, ma forse estranea alle atmosfere di Varesi, seppure con il cappello da puffo. In compenso è stata potenziata la carrettella. ASL e volontariato.Barbareschi ha messo su una barba da uomo-lupo, insomma un Nonno Libero con qualche morto ammazzato.

Finalmente sono andato a letto presto.

(1) Il neologismo purtroppo non è mio. L’ho visto alla Libreria Feltrinelli.

19
lug

L’avventura dell’Uomo di Tournai.

scritto da Sergio, in: Giallo

Ragazzi, giallisti, cibernetici spersi nello spazio virtuale, correte in farmacia. Compretevi pacchi di benzodiazepine perchè sto per propinarvi qualcosa che non vi farà dormire. Come i migliori i, gialli classici tra le due guerre.

Il concetto è sempre quello già enunciato per i libri (gialli): I piaceri della vita sono pochi. Se vi educate o venite in qualche modo stimolati, questi sono suscettibili di aumentare, ne nascono di nuovi. Altrimenti farete sempre le solite cazzate: la televisione, i video giochi e compagnia bella. Vale a dire le cose conosciute, quelle che fate adesso. Spesso vi domanderete: Che famo?

Prendiamo ad esempio il caviale. Se non lo avete mai assaggiato, all’improbabile occorrenza, vi sembrerà una poltiglia di palline gelatinose, nerastre e nauseabonde,che puzzano di pesce. Ammetto che non sarebbe poi un grave handicap, ma era solo un esempio. Si apprezza (lentamente), ciò che si conosce, magari dall’infanzia. L’apprendimento di cose nuove va fatto nel modo giusto, senza mollare alla prima difficoltà e con la consapevolezza che ne vale la pena. Oggi, più di ieri c’è molta disaffezione all’apprendimento in genere. Per tutto ciò che sa di scuola. Quelli che non hanno voglia di fare (una mazza), abbandonano la scuola dicendo. Tanto anche se ti prendi una laurea, il posto fisso non lo trovi. Meglio andare a Londra, fare un corso di cucina, poi transvolare a New York ed aprire un ristorante. Già, meglio, ma i soldi? Mio cugino Ferruccio, in questi casi diceva:”"Sì. E poi ti svegli e ti trovi con la mano nel pitale! (1)” Meglio studiare. E’ meno umido.

Ed ora fuori il rospo. Intendo parlarvi di Rogier van der Weyden, pittore fiammingo. Per forza di cose, mi rivolgo ad un pubblico limitato d’ipotetici lettori. Accomunato dalle seguenti caratteristiche: Non hanno mai mangiato il caviale, qualche volta leggono libri gialli. amano i videogiochi, sognano di aprire un ristorante a New York, studiano con sofferenza, ( oppure hanno già mollato) e non hanno mai sentito parlare di Rogier van der Weyden. Se non vi riconoscete in alcuna di queste tipologie, forse siete nel posto sbagliato. Almeno per il momento.

In questo blog, già altre volte ho scritto di varie ed eventuali ( come titola l’amministratore del condominio),

di cose che di giallo hanno poco, anche se a ben guardare qualcosa si trova sempre: libri (non gialli), vini rossi e bianchi,(ma non gialli), cucina ( ma non cinese). E allora perchè non di pittura? E’ un discorso di ” mi piace questo, mi piace quello” come per i gialli, senza foto. Una chiacchiera a secco. ( Solo testo, roba da gente che legge!) Dovete fidarvi. Poi, se sarete incuriositi a sufficienza, andrete a vedervi i quadri per i musei del mondo e avrete una cosa nuova da fare. Se non sarete incuriositi, resterete con i videogiochi ( o al massimo con i cruciverba). E non si tratta soltanto di aumentare i vostri piaceri, ma anche di fornire immagini alla vostra fantasia, se ne fate qualche uso. Inoltre sappiate: su talune ragazze Rogier van der Weyden fa più colpo di un paio di jeans firmati.

Tra i miei pittori italiani preferiti, molti sono del Quattrocento: Masaccio, Paolo Uccello, Piero della Francesca, Andrea Mantegna, Antonello da Messina, Giovanni Bellini, Vittore Carpaccio, Sandro Botticelli, il Perugino. (Questa lista non è una futile ostentazione di cultura, è una semina tra lo sparuto drappello dei miei lettori. Un sasso nello stagno, hai visto mai …) Guarda caso, anche tra i miei fiamminghi preferiti, due sono del Quattrocento: Jan Van Eyck e Rogier van der Weyden. Ma non penso affatto sia un caso. Diciamo che il quattrocento è un buon … secolo.

E’ un vecchio amore. Nell‘Enigma di Ferrara avevo scritto:

“”Il sogno era stato molto nitido. Senza quell’effetto flou tipico dei sogni e dei quadri di P.P.Rubens e di Francisco Goya. Bensì a contorni ben nitidi come nel El Descendimiento di Rogier van der Weyden. Che fu presente a Ferrara al tempo di Lionello D’Este”"

Così sappiamo due cose su Rogier: grande nitidezza e coinvolgimento con Ferrara.

Che altro vi dico di lui? Sostanzialmente (bruttissima parola) vi dico quali sono tra i suoi, i quadri che preferisco e dove li potete vedere. Un informazione turistica … personalizzata. Magari si scopre che abbiamo gli stessi gusti. - Ritratto di Giovane donna. Berlino Staatliche Museen Gemäldegalerie Gli occhi della bella donna seguono l’osservatore, comunque si sposti. Vi sembra facile da fare? Alcuni dicono che la fanciulla ritratta sia la moglie del pittore: Elisabeth Goffaerth. Altri invece sostengono sia Nicole de Bosquiel, detta La Castellana, una delle numerose amanti di Filippo il buono, duca di Borgogna. Immagino che assillo sia per voi l’ambiguità di questa attribuzione. Assillo per assillo, mi viene un dubbio: Castellana ovvero Chatelain. Mi sembra più un nome, un casato, che un soprannome. Ne riparleremo, se Dio vorrà.

Al tempo, il ducato di Borgogna comprendeva i Paesi bassi meridionali. ( Namur,Louxemburg, Limburg e Brabante) nonchè i Paesi bassi del nord (Olanda, Zelanda e Hainaut) Studiate ragazzi, studiate! Basta con le canne.

Quando andrete a Berlino e non ho dubbi: prima o poi ci andrete, (per viaggiare gli italiani non hanno bisogno né di stimoli ne d’informazioni) Andate a vederla alla Gemäldegalerie. Compratevi la guida. E che c’è sulla copertina della guida? Guarda caso: il nostro quadro. (Ve lo titolo in inglese, lingua che padroneggiate alla perfezione. Se no come fate ad aprire un restaurant a N.Y.? Portrait of a woman with a winged bonnet.)

E sì che alla Gemälde non è che mancano i capolavori. Vi suggerisco di comprarvi la guida, così eviterete figure di merda, simili a quella fatta da un gruppo di giovani che incrociammo per le strade di Arles, in Provenza. Poichè erano italiani, per la strada parlavano a gran voce, acciochè nessuno che capisse la lingua potesse perdersi le perle dei loro discorsi. Uno disse baldanzoso: “”E adesso andiamoci a vedere questo Van Gogh!”"

Purtroppo il tapino ignorava: Non c’è alcun quadro di Van Gogh ad Arles! Ci sarà rimasto male. Non starò a spiegarvi chi è Van Gogh, mi limiterò a ricordare: Visse un paio di anni ad Arles.

Torniamo a Rogier van der Weyden. Nel mentre lui dipingeva dannatamente bene splendidi ritratti e soggetti a carattere religioso (dovete sempre domandarvi: chi ha abbastanza soldi da pagare un grande artista?) in Europa si combatteva la Guerra dei Cent’anni.

L’Inghilterra intendeva papparsi la Francia e c’erano quasi riusciti dopo la vittoria di Enrico V ad Azincourt. anche con l’aiuto dei Borgognoni. Ma avevano fatto i conti senza una contadina della Lorena, una certa Giovanna D’Arco. La donzella, alla testa di molti volenterosi incazzati, agli Inglesi gli fece un culo tanto, con o senza i Borgognoni. Tanto che liberò la Francia fino a Reims (terra di Champagne) abbastanza vicino alla Borgogna e consentì l’incoronazione di Carlo VII a re di Francia e fine della disputa dinastica.

I borgognoni catturarono Giovanna D’Arco e con il grande senso degli affari, tipico del paese, la vendettero agli Inglesi. Questi con elevato spirito religioso,(erano ancora cattolici), la bruciarono sul rogo. Non gli servì a niente, alla fine della Guerra dei Cent’Anni agli Inglesi in Francia restò solo Calais e gli occhi per piangere. Giovanna sul rogo profferì la celebre frase: “”Dio stramaledica gli Inglesi!”" ripresa poi da molti altri: Dai cinesi di Canton,da alcuni indiani,dal Capitano Nemo e da frange estremiste dell’I.R.A. Per Adrian ( il padrone del blog), invece la frase giusta è :”"Dio stramaledica l’Inglese. (lingua e materia scolastica).

Ma non divaghiamo, Rogier van der Weyden ( o detto alla vallone: Roger de la Pasture), era nato a Tournai, nell’Hainaut dell’attuale Belgio, non lontano dal confine francese e dalla città di Lille ( dove stava Van Eyck!). Tournai alla nascita di Rogier (1399) era la quarta città della Francia, ricca per la manifattura di arazzi e armature, godeva di un’ ampia autonomia amministrativa. Nel 1430 diventa borgognona. Rimane indipendente ma paga le tasse al duca di Borgogna. Va ricordato che il nostro è un artista del Quattrocento, perciò le notizie su di lui sono scarse, spesso incerte. I quadri non sono firmati né datati. Gli archivi di Tournai andarono distrutti nella seconda guerra mondiale, quelli di Bruxelles a causa di un bombardamento fracese nel seicento. Le trascrizioni parziali fanno più casino che chiarezza. Situazione ideale per un contesto Internet: ognuno può dire le cazzate che vuole!

Rogier non fece mai un suo autoritratto Invece il ritratto glie lo fece Cornelius Cort o Cornelio il Fiammingo, rendendogli un pessimo servizio.

Dice Alexander Duckers:”" Durante l’infanzia e la giovinezza di Rogier van der Weyden si verificarono alcune innovazioni nel campo della pittura, determinanti per l’evoluzione dell’arte occidentale.”"

Ciò ad opera di Van Eyck e qualche altro. Significa che tramite i colori ad olio, la rappresentazione del reale, fino ad allora primitiva e approssimata, diventa efficace e dettagliata. Se leggerete di Rogier van der Weyden lo troverete sempre in coppia con Van Eyck.

E.H.Gombrich, nella sua storia dell’arte, dice che Rogier ( come Van Eyck) “sapeva riprodurre ogni particolare, ogni capello, ogni cucitura.”" Ed inoltre : “”Egli conservò gran parte di quella tradizione di nitido disegno che avrebbe potuto perdersi sotto il peso delle scoperte di VanEyck.”"

C”è anche il problema della rappresentazione dei diversi piani dello spazio o sviluppo spaziale della scena. Le pale d’altare vanno viste dai fedeli quindi la scena deve essere al tempo stesso visibile, imponente e naturale, non forzata o artificiosa. Raro equilibrio, difficile da raggiungere. Pur essendo magistralmente bravo a raffigurare il vero, Rogier non rimase mai schiavo di questa capacità, preoccupandosi soltanto che nell’insieme il suo manufatto: il quadro, risultasse bello. Ma lasciamo la storia e torniamo ai quadri:

  • Deposizione dalla Croce. Madrid Museo Nacional del Prado. E’ il quadro menzionato nell’Enigma di Ferrara (vedi prima)
  • Trittico dell’Annunciazione. Torino Galleria Sabauda. 2 pannelli laterali
  • Trittico di Santa Colomba. Monaco, Alte Pinakotek.
  • Ritratto di giovane donna. Washington,National Gallery
  • La Maddalena leggente. Londra, National Gallery frammento
  • Ritratto di Philippe de Croÿ. Anversa, Koninklijk Museum
  • Ritratto di Uomo con freccia. Bruxelles, Musèe des Beaux Arts
  • Ritratto di Francesco D’Este. New York, Metropolitan Museum of Art.
  • Trittico Braque. Parigi, Musèe du Louvre.
  • Dittico di Vienna. Vienna, Kunsthistorisches Museum

Questi sono i preferiti, quelli da non perdere, ma non è che gli altri sono brutti. Rogier van der Weyden muore a Bruxelles il 18 giugno del 1464, dove è sepolto nella chiesa di Santa Gudula.(potete controllare). E allora?

E no! Di questi tempi, meglio essere prudenti. Questa è prova certa che quanto precede non è pubblicità occulta. Non sto segnalandovi i deliziosi acquarelli di di Don Ciccillo il Chianchiere, di Cocullo al Vesuvio, dal quale potrei ricevere a compenso qualche controfiletto! (Dagospia difficilmente s’interesserà di questo blog. Pazienza.)

La Guerra dei Cent’Anni mi ha richiamato alla memoria un fatterello del Liceo. Avevamo un professore di storia e filosofia, giovane e raro, cioè:bravo davvero. Di quelli capaci di renderti affascinante la materia che insegnano, anche tuo malgrado. E c’era un compagno di nome Testa. Non era soltanto un innocuo soggetto, occasionalmente o anche frequentemente impreparato. E chi non lo è stato? No. Interrompeva a sproposito, pontificava su cazzate, spesso disturbava, sempre con una certa prosopopea. Ma la cosa inusuale non è ciò. L’episodio in se sarebbe insignificante, se non fosse per il modo di parlare del Testa. Aveva una voce profonda ed impostata, di timbro baritonale e di tono aulico. Sembrava Albertazzi che legge Margherita Yourcenar, anche se chiedeva soltanto: Che ha fatto la Roma? o un’altra minchiata qualunque.
Il professore scorreva il registro e noi tentavamo di nasconderci alla meno peggio, sollevando la tavoletta del banco. « TESTA, VIENI TU! » Testa andò, tradendo una certa riluttanza, ma giunto alla cattedra assunse una posa da tribuno. « Parlami della Guerra dei Cent’anni! » disse il prof. Testa impassibile , sollevò fieramente la medesima, qual Marcantonio sul feretro di Cesare. Sicuro, un po’ enfatico, esordì dando fiato alle sue polifoniche corde vocali. « Dunque … (pausa ad effetto) … La guerra dei Cent’Anni deve il suo nome al fatto che fu combattuta per cento anni. » Il tono calò di colpo, il timbro si afflosciò, divenne un rauco sussurro… nella classe si sentivano volare le mosche. «Oddio! Non proprio cento anni esatti … poco più … poco meno … » Tacque del tutto. Il suo silenzio si protrasse fintanto che fu evidente: Non aveva altro da aggiungere. « Grazie Testa , ti puoi accomodare.» Testa si accomodò con un sorrisetto. Dopo alcuni minuti il professore disse: « Ragazzi, dite spesso che noi professori siamo delle carogne. Per una volta, voglio fare un gesto di democrazia assembleare. Non che mi piaccia quel tipo di democrazia! Date voi un giudizio sull’esposizione di Testa» La classe all’unisono: «Testa, sei una testa di cazzo!» Durante la ricreazione, colsi l’occasione ed avvicinai il professore. « Prof - gli chiesi - perchè ha detto che non le piace la democrazia assembleare? » «Possono prevalere i più stronzi! »

Ma torniamo ancora a Van der Weyden. Non sono certo qui a sintetizzarvi le dotte disquisizioni dei critici per voi e per me, non tanto incomprensibili quanto pallose. Meglio un approccio empirico, a imitazione della gente del tempo, quando se lo trovava davanti all’improvviso. Toh! Bello questo Van der Weyden! E’ necessario chiarire un potenziale equivoco: vedere è meglio di leggere. Le arti figurative si godono vedendole e rimirandole, si godono con la vista come la musica si gode con l’udito ed il vino con il gusto. Leggere può servire solo di stimolo a vedere, a suscitare una curiosità, a focalizzare un’attenzione che rischia di disperdersi, ad introdurre un nome nella memoria che al momento di vedere si farà più attenta. Sarebbe stato facile inserire foto dei quadri di cui si parla. Molti lo fanno, fa più bello l’articolo, ma secondo me, meno efficace. Ci sono troppe immagini in giro. Così la curiosità si sopisce, si appaga del surrogato e si finisce per limitarsi a guardare le foto. (Sarebbe come andare in fondo al giallo e leggere chi è il colpevole!) Credetemi: i quadri danno altre emozioni.

Per questo la storiella del Testa e la Guerra dei Cent’Anni,è un flop. Perché il buffo stava tutto nella voce del Testa e quella non ho potuto farvela sentire. Con il Testa ci siamo persi di vista, ma una previsione mi sembra scontata: aveva una bella voce, parlava bene, non aveva nulla da dire, avrà fatto il politico.

Rogier si era stabilito a Bruxelles e faceva il ritratto all’aristocrazia della città, a quelli che se lo potevano permettere. Ma era scevro da servo encomio. Aveva un incarico onorifico, Pittore della città di Bruxelles, ma non aveva padrone. Era un free lance. Fece il Ritratto di Giovane donna , di Washington( National Gallery of Art) . Una roba da farti cadere gli occhi per terra. Una donna bellissima, un attrice. Ricorda Anna Falchi, prima di fidanzarsi con Max Biaggi. Gli esperti pensano sia Marie de Valengin, figlia illegittima del sovrano, Filippo II, detto Filippo il Buono, duca di Borgogna, conte della Franca Contea Artois e Fiandre. Marie de Valengin sposò Pierre de Bauffremont, signore di Charny, che fu Ciambellano di Filippo III. Non sentì mai il bisogno di mettere il suo ritratto su Facebook.

Ma dov’è il giallo? Ho sostenuto che un pizzico di giallo, di enigmatico, a ben guardare si trova sempre. E’ così. Prendiamo ad esempio il Ritratto di Giovane donna di Berlino. E’ Nicole de Bosquiel, una delle molte amanti di Filippo III o è la moglie del pittore, Elisabeth Goffaerth? Abito e acconciatura mi sembrano troppo modesti per la favorita del momento, di un sovrano fastoso come il duca di Borgogna. Il velo è fissato con un semplice spillo, il vestito non è male ma non è nero, come amava il duca e di riflesso i cortigiani. ( e la maggior parte di quelli che vanno in televisione). Farsi fare il ritratto dal pittore massimo , non è come farsi fare uno scatto digitale da un amico con il telefonino (anche se ha più di cinque pixel). Non ci vai casual, braghe corte e maglietta, (il massimo del cesso!) Ti metti il vestito buono, quello per i matrimoni. Magari lui, ( il pittore massimo) ti dava un consiglio sul tuo look, se tendevi a farti delle illusioni. E poi c’è la storia del simbolismo. Se malgrado tutto restavi un cesso, ci metteva qualche teschio sullo sfondo a significare che eri un fenomeno transeunte.

Oltre tutto all’epoca presunta del quadro 1433 - 1435, le cose per Filippo sono stazionarie. E vero che la contesa con gli armagnacchi in alleanza con gli Inglesi, gli era andata a schifio, ma lui con prontezza fiamminga, ribalta le alleanze. Si fa venire lacrime di coccodrillo per il rogo di Giovanna e fa il trattato di Arras con CarloVII, ormai vincitore. grazie a Giovanna. Ma torniamo al dipinto:

E’ vero, la donna mostra tre anelli: Una fedina con piccolo rubino all’anulare sinistro, altro anello sulla falangina (non Falanghina, non si beve) del medesimo dito, ( è in uso all’epoca,lo ha anche Philippe de Croÿ, vedi il ritratto ) ed uno sul mignolo della destra. (si intravede a stento.) Nei ritratti di Rogier bisogna guardare le mani. Ma non sono gioielli regali! Come ad esempio le grosse borchie d’oro della cintura rossa di Marie de Valengin. Sono cosucce che anche la figlia di un ricco calzolaio, poteva permettersi. Il calzolaio del Quattrocento in Borgogna, non va confuso con il ciabattino. Magari forniva scarpe e stivali al duca o era un mastro della sua corporazione artigiana, la Confindustria del tempo. Ricordiamo che il 27 giugno del1423, a Tournai, i rappresentanti delle corporazioni artigiane, scesero in piazza armati (non con cartelli e slogan) reclamando di partecipare al governo della città. Il re di Francia, pro bono pacis, si affrettò ad accontentarli, ( tanto non gli passava alcuna indennità).

In conclusione propendo per l’ipotesi che la donna del ritratto, sia la moglie del pittore, ritratta probabilmente da fidanzata. Altrimenti avrebbe in evidenza la fede nunziale. I popoli del nord la portano a destra. Quanto al discorso: Poiché non mostra ritrosia nello sguardo, deve essere l’amante del sovrano, non mi convince affatto. Ma se guardava il fidanzato, famoso pittore, che le faceva il ritratto, perché nello sguardo doveva mostrare ritrosia, se mai qualche dubbio! (Visto il ritratto di Cornelius Cort!)

Avevo deciso di darci un taglio ai commenti sui quadri preferiti, ma la vita riserba sorprese. Estote parati, dicevano nei boy scout. Mia moglie dice:« Ah! Ho capito. Sulle belle donne ti dilunghi ma sugli uomini niente male, sorvoli. Per amore di pace e memoria di Socrate ( La moglie Santippe, gli dava apertamente dello stronzo.) vi dirò quattro fanfaluche sull’Uomo con la freccia, L’Homme a la Fleche, che potete vedere a Bruxelles nel Musée des Beaux Arts. Non c’è dubbio, è un bell’uomo, genere Antonio Banderas. ( a parte il cappello rosso a cono, che forse l’attore non porta.) Guarda caso si pensa che sia Antoine … Antonio, il Gran Bastardo di Borgogna. Ma qui bastardo non è un insulto, non si riferisce al carattere, ma alla sua posizione dinastica: non è un erede legittimo. Era uno dei molti figli illegittimi di Filippo III, sua madre era Jeanne de Presle. Fu signore di Beveren, cittadina in prossimità di Anversa. Indossa nel ritratto, il collare del Toson d’Oro, ordine cavalleresco, creato dal duca Filippo. Toson d’oro significa Vello d’oro, rappresentato nel ciondolo e si rifà al mito di Giasone, eroe greco, che capeggiò la spedizione degli Argonauti. E fu anche amante di Medea che abbandonò e via con Euripide, Seneca e Corneille. Il collare era emblema di virtù cavalleresche, con protezione divina inclusa.

Antonio sposò Jeanne de Vieswville ed espletò funzioni militari e consiliari, meritando l’appellativo di Grande (cosa che non dicevano di tutti). I cavalieri insigniti dell’ordine del Toson d’Oro, viaggiavano spesso per partecipare a tornei. La freccia con cui è ritratto probabilmente ha a che fare con i tornei. Giudice di gara o trofeo vinto in un torneo di arcieri? Boh!

A proposito ho detto fanfaluche perchè su Internet c’è tutto e il suo contrario. Cazzate a iosa, gente che ha capito fischi per fiaschi e pontifica. Riciclo della medesima minestra. Difficile discernere il grano dal loglio. (la zizzania, non l’extravergine!)

Basta! Se non vi ho convinto ad andare per i musei del mondo a vedere i quadri di Rogier van der Weyden, che da soli valgono la gita, non so che farci. Fatevi uno shampoo, come diceva G.Gaber in una famosa canzone. L’ultima cosa la dico più per me che per voi.: Rogier e Ferrara. (La città, non quello del Foglio) Io per Ferrara ho una fissa, sono un patito, la considero Mia seconda patria. Ho quindi attenzione per quanto riguarda la sua storia. Ferrara, avventure, amori, sfide, pericoli, misteri, dai Rampari di Belfiore al Po di Volano. I momenti più belli della gioventù, I migliori anni della nostra vita. Ne ho fatto un romanzo … magra consolazione.

Rogier a Ferrara … è tutto un dubbio. Prove assolute che lui abbia dipinto in Ferrara, non ce ne sono. ma è sicuro che Ferrara lo ha accolto come un grande maestro ed ha pagato per i suoi quadri! Chiarisco il dubbio: ha dipinto i quadri stando a Ferrara o ha venduto quadri dipinti nelle Fiandre? Il punto è che Rogier usava tavole, tele, pennelli e colori. Non faceva affreschi! Si dice che Rogier venne a Roma per l’anno santo nel 1450, fermandosi in varie città. Se qualcuna delle opere, andate tutte perdute, l’ ha effettivamente dipinta a Ferrara, per far quadrare i conti, ci doveva esser già venuto in precedenza. Infatti Lionello D’Este aveva un trittico di Van der Weyden, che conservava nel suo studiolo. Questo trittico fu visto nel 1449 , da Ciriaco D’Ancona, epigrafista e svariate altre cose. quindi doveva essere stato dipinto in precedenza. C’è anche notizia di lavori di Rogier, nella Delizia di Belfiore, sempre per il marchese Lionello D’Este e sempre oggi perduti. Ma anche qui rimane il dubbio: Dipinti a Ferrara o nelle Fiandre? Qualcuno si chiederà: Ma che ti frega, qual’è la differenza? Be’ per me la differenza c’è. Ma per voi è giusto che non ve ne possa fregar di meno.

Molto bello è anche il Ritratto di Francesco D’Este, del Metropolitan Museum di New York. ( Con una botta sola, potreste aprire il restaurant e vedere il quadro.) Questo Francesco D’Este era il figlio naturale di Lionello, signore di Ferrara dal 1441 al 1450, ( E si vede dalla somiglianza con il ritratto del marchese, del Pisanello). Fu inviato alla corte del duca di Borgogna per ricevere un educazione aristocratica. E forse anche militare. Decise alla morte del padre di rimanere nelle Fiandre. Se ci rimase a vita o tornò a Ferrara per farsi frate, è controverso. Sta di fatto che il suo fratellastro Niccolò, benché erede legittimo di Lionello, fece una brutta fine. E’ vestito alla moda della corte borgognona e dall’età mostrata nel ritratto si pensa che il quadro sia stato commissionato da lui stesso verso il 1455 - 1460. O tornò o restò, se ne stette quieto. Aveva capito che non era aria. E’ un personaggio senza storia.

Nella rete ci sono molti articoli su Rogier van der Weyden, se li cercherete vuol dire che siete incuriositi. Come nel Gioco delle Parti di Pirandello,io ho definito la mia: ho detto per chi ho scritto. Per tutti gli altri cibernetici dispersi absit injuria verbis.

(1) Vaso, progressivamente in porcellana, ferro smaltato e volgarissima plastica. ( Decadimento del gusto) Per la pipì notturna. Detto anche Vaso da notte. Oggetto un po’ retrò, al contrario della pipì notturna che invece è attualissima!

Postscriptum

Aggiungo qualcosa solo per quelli che la pensano come me su Ferrara ( parlo sempre della città). Ciriaco D’Ancona si chiamava Ciriaco Pizzecolli, ed era archeologo, umanista, epigrafista e viaggiatore. L’epigrafe è la citazione in versi o in prosa all’inizio di un opera o di una sua parte. Epigrafista è uno che si occupa di queste stronzate. Oggi, vigliacca se c’è un solo autore che non mette un epigrafe avanti a ciò che ha scritto. Io stesso non sono meglio. Nell’Enigma di Ferrara ho epigrafato un cosa da Beppe Severgnini: Chi scrive chiaro, sa scrivere! Lo studiolo di Lionello D’Este era uno degli ambienti della Delizia Estense ( una palazzina ) di Belfiore, voluta da Lionello nel 1447. Qualche fonte dice che Rogier aveva due scolari che lavoravano con lui a Belfiore : Angelo Parrasio e un certo Calasso. ( Relata refero). Ma su Rogier non ci piove: Rigore grafico, intensità sentimentale e gusto ferrarese! Che volete di più

2
apr

Amori Segreti

scritto da Sergio, in: Senza categoria

Gli italiani scrivono in molti. Diciamo: Il numero di quelli che scrivono ( libri o anche sui muri ) è troppo vicino al numero di quelli che leggono. La radice del problema non sta nei molti che scrivono (muri a parte), bensì nei pochi che leggono. Anche se ci sono delle attenuanti. Molti, troppi dei libri scritti vanno al macero. Non solo quelli di ignoti esordienti, anche quelli di autori noti.  Libri che ogni noto presentatore televisivo non manca di presentare. Gente nota. Magari non tanto per lo stile di penna, ma che non perde l’occasione di scrivere un libro. Bravi, ma poi chi li legge?

E’ un problema di iperproduzione. Come ci sono le Quote Latte, ci vorrebbero le quote libri. E le relative multe U.E.  Le marce di protesta,non disponendo gli autori di trattori, le potrebbero fare con i “carrellini gran vecchia”. (Quelli con cui si va al supermercato ). Intendiamoci non leggere non sempre è un male. Prendiamo ad esempio: i libri dei politici. Ragazzi! Siam pazzi? Ma sfondo una porta aperta.  Remainders e bancarelle ne son pieni. Un’ altra soluzione potrebbe essere: Scrivere libri divertenti. Così che tutti leggano. Anche se ci sarebbe pur sempre qualche difficoltà a trovarli nel mucchio.

Dei romanzi che vanno al macero molti parlano di donne. Gli amori degli autori. Veri o presunti. Nelle storie narrate c’è un fondo di verità, corretto da una robusta dose di fantasia. Il ” ciò che è stato” sfuma dolcemente nel” come si sarebbe voluto che fosse”. In questa messe di letteratura romantica c’è una lacuna. Qui si cerca di colmarla. I proto amori. Vale a dire gli amori silenti, mai dichiarati. Tipo Dante per Beatrice. Sempre che, confesso la mia ignoranza, il Dante si sia fermato al Dolce StilNovo e con la Betrice non ci abbia mai fatto niente di concreto. Va da se: La dizione proto amori è benevola, in quanto lascia supporre, come fu nel mio caso, che in seguito qualche schifezza si sia pur fatta.

Ad integrazione del discorso sull’amore, per meglio leggere storie basate sui ricordi, è bene dire qualcosa su come funziona la memoria. Un po’ perché viene meglio, ma anche per vizio. Io parto sempre ab urbe condita.

Noi pensiamo di tirar fuori i ricordi quasi l’avessimo registrati su un DVD e quindi riaverli integri, immutati da allora. Forse in stato ipnotico o per stimolazione cerebrale diretta , sarebbe così. Ma non è cosi se volontariamente sollecitiamo un ricordo. In tal caso i ricordi risultano inconsciamente riprocessati per opera delle nuove esperienze ed associazioni emotive. In più sono influenzati dallo stato d’animo del momento in cui li risvegliamo alla memoria.

 

L’universo femminile, si schiude all’improvviso come un magico fiore sconosciuto, in un microcosmo fino a quel momento popolato solo da madri, nonne,  zie,  sorelle e cugine. Prima della mia prima ragazza, non avevo avuto nessuna con cui uscire, ma di amori segreti, vale a dire non dichiarati, qualcuno l’avevo avuto. Forse più di uno. Ognuno di noi ragazzi aveva il suo amore segreto, che tale era, sopratutto nei riguardi dell’oggetto amato, mentre per gli altri … lo sapevano tutti! Il mio amore segreto “ufficiale” era Marinella , cugina di Firpo.

Era una ragazza bruna e snella. Nella mia esaltazione amorosa, non la vedevo come era, ma me la figuravo come Rebecca, nella descrizione di Daphne Du Maurier: Capelli neri lisci,viso da angelo del Botticelli. Da grande fece la hostess,quando la categoria rappresentava un élite, ma non tollerava l’altitudine. Sposò un giornalista e poi divorziò. Tutto come da copione per un amore segreto first class. Un giorno, sempre della prima giovinezza, Firpo mi disse: Non è degna di te!  Il che, qualsivoglia cosa significasse, sembrava riflettere critiche e pettegolezzi, interni alla sfera parentale. Probabilmente Marinella d’uomini ne aveva parecchi, come del resto tutte le ragazze carine, mentre le sorelle del Firpo piuttosto pochi. Questa affermazione di Firpo mi lasciò freddo. A me piaceva molto, e lo status della nostra relazione mi consentiva di essere tollerante. E poi avevo un idea confusa su cosa fosse degno di me. La mia storia con Marinella è fatta di niente.

Una volta venne a stare in casa di Firpo, ospite per un periodo di convalescenza. ( poi ditemi che non fa Dickens!) Io a casa di Firpo ci svernavo. Mi chiese dei libri da leggere, giacchè la “bibliotechina di tutto un po’” del cugino Firpo (lui la chiamava così ), faceva veramente schifo. Se ne fosse disfatto in un colpo solo, avrebbe temporaneamente peggiorato la qualità media dell’immondizia urbana. Desideroso e preoccupato di fare bella figura, invece di scegliere il libro in base al contenuto, scelsi in base all’aspetto e stato di conservazione. Quindi le portai un libro nuovissimo, con bella rilegatura in tela e cartolina profumata per segnalibro. Ma di autore sconosciuto , e contenuto dubbio, una cosa cioè a livello della biblioteca di Firpo. Marinella non era certo un’intellettuale. Tuttavia io ce la misi tutta per presentarmi non solo come un ragazzo insignificante, ma anche spendendo male i miei meriti, come un mezzo analfabeta. A parziale mia discolpa devo dire:  i libri che mi erano cari erano impresentabili per usura, dovuta a lettura e riletture.

Nel periodo di carnevale facemmo una festa a casa mia, genere mascherata tragica. E, caso unico, venne anche Marinella. Ero al settimo cielo e vedevo in questo evento una grande occasione. Come il solito parodiavo uno scozzese . Camicia kaki militare, originariamente di Firpo, temporaneamente mia per prestito d’uso a lungo termine, kilt di mia sorella, stivali del padre di Firpo. Non ricordo altro e se ho rimosso, non è buon segno. C’era abbondanza di cow-boys casarecci e da strapazzo. Ma ricordo la botta di sfiga. Marinella vivace o esagitata, saputo da non so chi, dell’esistenza di una sorella minore di Sergio, che se ne stava tranquilla da qualche parte. (1) animata da importuno attivismo irruppe nella sua stanza con un grembiulino ed una crestina, imponendo partecipazione e personaggio. ” Questo è il costume” vieni a ballare!” Mia sorella peraltro già abbastanza complessata di suo,reagì male all’irruzione di questa sconosciuta, per di più attraente, che gli stava dando implicitamente della colf. Allontanò Marinella con scarse formalità. (2) Oltre a non gradire la compagnia dei miei amici , penso che la sister considerasse ogni ruolo inferiore a principessa, come unvero e proprio insulto. Ancora oggi, se nelle mie rimembranze proustiane, mi accade di ricordare Marinella, mia sorella afferma con convinzione: “ era una stronza!”

Volendo a tutti i costi cercare qualcosa di giallo in questa storia, che di giallo non ha nulla, al massimo ha qualcosa di tragico, mi viene in mente l’identikit della ragazza “no chances”. Tanti anni dopo i fatti narrati, allorchè ebbi accumulato un numero di successi ed insuccessi con le ragazze, tale da consentire un minimo di statistica, mi inventai il profilo cioè l’identikit della ragazza con cui non avevo chances di successo.Il buffo era che gli elementi del profilo erano meramente fisiognomici altezza, colore occhi, colore capelli,  etc ( roba da carta d’identità e non magari connotati più sostanziali come:  un culo da sballo, due tette meravigliose, etc.).

In tutti i modi sembrerebbe più ragionevole pensare ci possa essere un determinato tipo psichico di donna (e non fisico) con il quale non ho chance di successo. Che poi a questo tipo psichico, corrisponda un dato tipo fisico, potrebbe discendere da un certo grado di dipendenza tra psiche e soma. Ma esistono altre possibilità: Mera coincidenza , una menata o più probabilmente: tutta una stronzata.

Firpo di amori segreti ne aveva quanto me, anzi di più. Andavano, venivano, tutti ugualmente vuoti di relazione e puro moto della fantasia. Il primo ricordo risale a quando giocavamo con i fucili a piumini. La prescelta si chiamava Renata e viveva nella casa con giardino, limitrofo a quello di Firpo. Io non l’avevo mai vista e neanche Firpo mi aveva detto granché. Un giorno mi trovai in un ruolo inusuale. Avevo circa tredici anni e soffrivo di asma bronchiale. Correre a perdifiato per ore, come gli altri bambini non mi si addiceva. Eppure stavo correndo nel Parco Virgiliano (oggi Parco Nemorense ) Ero stato coinvolto nei giochi capeggiati da una bella, ma veramente bella bambina.Grandi occhi azzurri, grosse treccebiondo svedese. Una meraviglia. Me ne innamorai perdutamente. D’altra parte, nel suo abbandonarsi completamente a giochi scalmanati con una masnada di pipilletti, mi era sembrato di aver destato interesse e sguardi diversi da quelli per gli altri bambini, con le tre o quattro cose dette in merito al gioco. Nei giochi la mia inventiva era fertile. A sera si fece accompagnare e quando la lasciai sulla porta di casa volle sapere il mio nome e mi disse il suo: Renata. Quando vidi la casa, compresi chi era. Era la Renata di Firpo, la figlia del generale! Provavo sentimenti conflittuali., poichè era l’amore del mio amico del cuore. Avviandomi a casa, mi sembrava così assurdo: Io avevo giocato con Renata un intero pomeriggio, mentre Firpo in concreto non le aveva mai rivolto la parola. Mi sembrava ingiusto. Nel tempo a venire non mi sono mai confidato con lui su questo episodio, temendo di ferirlo. Anche se in genere tra noi, non eravamo tanto delicati.

Un altro amore segreto di Firpo, fu una certa Sonia Coppola. Non cercatela su Facebook, non la trovereste. Una bella ragazza bruna, napoletana, un po’ pienotta. L’aveva conosciuta a Monte Sacro,dove abitavano gli zii di Firpo: Zio Temistocle, fratello della mamma,con la zia e tre figli: Marinella e due maschi. Gianni era il maggiore. Sonia faceva parte di un gruppo di ragazzi del quartiere, amici di Gianni. Quel giorno andammo in bicicletta a Monte Sacro a trovare Gianni. Scopo non dichiarato, rivedere e farmi vedere Sonia. Alla metà di maggio a Monte Sacro,che allora si chiamava Città Giardino, l’aria era piena di profumi.Era un quartiere di villette, due o tre appartamenti al massimo e tutt’attorno giardini. Pini,cipressi, tuje, edera, mimose, alloro e fiori. Il vento del mare spazzolava le rose rampicanti, i gelsomini, i glicini e le viole. Anche i tigli cominciavano a fiorire. Gianni era molto simpatico, uno spirito poliedrico, dalle mille attività ed interessi. Di preferenza extra scolastici, per cui, da lungo tempo, era studente fuori corso d’ Ingegneria. .Appena arrivati, Gianni ci presentò un suo amico, un certo Roberto. Anzi, andammo a casa sua.Roberto era un grosso ragazzone di pelo rosso. Grosso nel senso di grande e sovrappeso. Aveva tante cose belle per uno della mia età in un tempo in cui non girava una lira. Era appassionato di armi da fuoco. Poi andammo ad ammirare Sonia. Quando fummo nel gruppo degli amici di Gianni, l’accoglienza non fu delle più calorose. Tutti si comportavano come se non ci fossimo. Ci guardavano attraverso e d’altronde era logico. Dopotutto eravamo degli sconosciuti. Restammo un certo tempo a darci un contegno come due baccalà.  Forse Firpo si beava della vista di Sonia, ma io mi scocciavo da matti. Lei, improvvisamente si eclissò con un certo Attilio. Un paio di ragazze cominciarono a parlare tra di loro, con uno di quei cripto linguaggi fessi, talvolta usati dai ragazzini, all’epoca. Non era però difficile capire quello che dicevano. Una ragazza disse all’altra: Sofonifiafa èfè ifinnafamoforafatafa difi Afattifilifiofo! (3)  “Andiamo bene!” pensai tra me, ma non ero il solo ad aver capito l’antifona. Ce ne tornammo a casa con le pive nel sacco e con Firpo incazzato nero. Eppure, magia dei ricordi, se oggi mi capita di risentire qualcuno di quei profumi, mai dimenticati, volo come Superman a Monte Sacro a rimirare come un babbeo, con l’anima di Firpo, il fantasma di Sonia Coppola.

Anche dopo il primo, il secondo e magari il terzo amore con ragazze con cui ci fu corrispondenza di amorosi sensi, qualche amore silente continuò ad esserci. Se all’inzio c’era stata la ricerca dell’amore, poi ci fu quella della donna ideale. Sempre come fenomeno di gruppo. Successe che mi innamorai sul filobus,, da Termini a piazza Acilia. Lei scese a piazza Buenos Aires (piazza Quadrata ). Ed io dietro. Così vidi dove abitava. La cosa rimase lì e mi costò la scarpinata da piazza Quadrata a piazza Acilia.  Dopo un certo tempo dal colpo di fulmine, tempo ingannato studiando chimica, mi capitò fra le mani una rivista, forse un  fotoromanzo. Nella rubrica delle starlettes, mi sembrò di riconoscerla. Si chiamava Patrizia Mari. Dal poco detto nel trafiletto pareva non avesse fatto ancora niente di notevole, ma ci sperava.  Ritagliai la foto del giornale e la portai per un certo tempo nel portafoglio. In retrospettiva, sulla correttezza di quel riconoscimento, non avrei scommesso neanche una delle vecchie lire. Il contatto era stato breve ed io non avevo mai avuto una buona memoria fotografica.

Il secondo amore silente della giovinezza, fu un tantino meno virtuale, ma di poco. ( disse Mezzanotte ad un suo immaginario uditorio).

Questa volta mi innamorai nel mio quartiere,vicino casa. Con un abile ricerca, di lei riuscii a sapere indirizzo e nome: Maria Carla. Le scrissi una dopo l’altra tre lettere amorose anonime. Tre vomitevoli capolavori di romanticismo retorico o di retorica romantica. Anche se con lei mai mi palesai, non fu totalmente una fatica letteraria a vuoto. (Mi fossi fatto conoscere , non sarebbe stato un amore silente del genere qui narrato. Nel peggiore dei casi sarebbe stata: un andata in bianco.) Non fu a vuoto  perchè le utilizzai in successione con le mie tre fidanzate storiche, nell’ordine di comparizione. Non sono affatto cinico, i sentimenti furono sempre sinceri.  Anche uno dei miei migliori amici, di non facile penna le gradì e le inviò a suo nome, alla sua bella. Che lo conosceva sì, ma non abbastanza. Tra me e Maria Carla non ci fu mai alcun contatto diretto, però esisteva una liaison, una conoscenza comune. Si trattava di un tizio, più vecchio di me,che si professava cantante. Nè allora, ne adesso ho mai conosciuto cantanti, veri o sedicenti. Quindi lui era l’unico. Era un soggetto sempre un po’ sopra le righe, facile ai gesti plateali ed ad intonar arie, anche non richieste. Al minimo calo della temperatura atmosferica, raggiungeva gli amici al bar, con un foulard al collo. Un giorno,per accidente, il discorso cadde su Maria Carla, lui disse: ” Mi ha chiesto  se sono io a scrivergli delle lettere.”  Capii che era ora di smettere e la feci finita lì.  Più che una passione fu un fatto letterario.

Note :  (1) Si faceva i cazzi suoi, (2) La mandò a fanculo (3)  Sonia è innamorata di Attilio.